La Flat Tax mina le fondamenta della nostra idea di Stato

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25 giugno 2018

La Flat Tax mina le fondamenta dell’impianto solidarisitico della nostra idea di Stato, avallando spinte atomizzanti e rispolverando un’idea superata d’imposta.

 

Il dibattito che si è aperto intorno alla tassazione ad aliquota piatta, la flat tax, oscilla inesorabilmente tra due estremismi: i latrati propagandistici e i particolarismi tecnicistici. Pochi sembrano interessarsi agli esiti che l’introduzione di questo tipo di fiscalità nel nostro ordinamento produrrebbe dal punto di vista dell’idea di Stato, cui si ispira la nostra Repubblica.

Siamo abituati a pensare all’imposta come ad un mezzo di rimpinguamento delle casse statali, un procacciatore di risorse per il tesoro pubblico, trattenuti come siamo dai retaggi dello Stato minimo ottocentesco e dalla scarsa dimestichezza delle grandi masse con una materia apparentemente oscura. Eppure tra lo “Stato guardiano di notte” e l’epoca post-ideologica in cui siamo immersi, c’è la nascita e lo sviluppo dello Stato sociale di diritto, le cui garanzie e premesse ideali sembrano essere scomparse dopo le vicende elettorali del 4 Marzo.

Il fondamento ideologico dell’imposta ottocentesca, “Ci sono delle spese, bisogna finanziarle”, che la tradizione attribuisce al padre delle Finanze Pubbliche francesi, Gaston Jèze, viene superato e rielaborato alle soglie del ventesimo secolo, aprendo la strada ad una nozione di imposta che è instrumentum regni. Essa ha un’ambizione più ampia che diventa coessenziale alla struttura ed alle aspirazioni dello Stato moderno: non è più mero fornitore del Tesoro; come ci ricorda il sociologo francese Marc Leroy, che vi consiglio di sfogliare, accanto alle funzioni finanziarie tradizionali appaiono funzioni di intervento e redistribuzione. In questo modo la tassazione passa dalla sfera delle finanze pubbliche a quella della sociologia. Attraverso l’imposta si dispiega il raggiungimento di un fine di giustizia sociale che, nello Stato sociale di diritto, emerge come critica agli eccessi e alle sperequazioni.

All’imposta, insomma, si attribuisce il compito di livellare o ridurre gli scarti, ottemperando ad uno spirito solidaristico. Il legame tra solidarietà e imposta è indissolubile e strutturale nella nostra idea di Repubblica, quest’ultimo, combinandosi al principio di eguaglianza sostanziale consacrato in Costituzione, si realizza attraverso la progressività, che permea l’interezza del nostro sistema tributario per espressa previsione costituzionale. Ecco il punto.

Rinunciare ad un’aliquota progressiva, che aumenta più che proporzionalmente rispetto alla base imponibile, specie nell’imposta sul reddito, significa rinunciare agli ideali di solidarismo che sono la genesi e la linfa della nostra idea di Stato. Nel quadro della funzione dell’imposta, infatti, si inserisce un vero e proprio contratto socio-finanziario che si stabilisce, implicitamente, tra i contribuenti e lo Stato, in vista dell’azione sociale di quest’ultimo.

E’ bene ricordare che la nostra architettura costituzionale è stata concepita e nutrita per guardare non solo all’eguaglianza davanti all’imposta (quindi davanti al carico fiscale) bensì pure all’eguaglianza attraverso l’imposta, di qui l’indispensabilità della progressività che non può essere garantita da una semplice duplice aliquota o da un sistema di esenzioni e no tax area, inadeguate ad attendere funzioni di così ampia portata.

Nelle esternazioni politiche di questi giorni e, in particolare, in quelle del Ministro dell’Interno, sembra riemergere, in filigrana, lo storico e francamente vetusto scontro tra i principi di eguaglianza e libertà, ai quali il nostro ordinamento fiscale ha garantito un equilibrio tutto sommato soddisfacente.

Il ricorso alla flat tax ci affranca definitivamente dall’idea che esista un patto, rousseauianamente un contratto, in cui tutti contribuiscono secondo i propri mezzi al benessere di tutti. Rousseau, nel suo Discours sur l’économie politique, ci ha insegnato che va sovvertita la funzione dell’imposta, il suo scopo è alleviare la povertà, contrastare gli esodi (al suo tempo rurali) e le diseguaglianze crescenti che inducono alla servitù dei più. Non scopriamo nulla di nuovo affermando che l’utilità marginale del reddito decresce all’aumentare del reddito stesso. In parole semplici: i contribuenti più umili usano il proprio reddito per esigenze di prima necessità e quindi socialmente più rilevanti; i contribuenti più abbienti godono di un reddito più alto che sarà destinato ad esigenze meno dignitose di tutela da parte dello Stato. Tassare tutti con la stessa aliquota, o articolarla in due sole percentuali, significa venire meno a quell’idea, che innerva l’art.2 della Costituzione, per cui tutti veniamo al mondo gravati da un debito nei confronti della società.

Se è vero che la nostra idea di Stato si fonda sull’interdipendenza tra i consociati per il raggiungimento del comune benessere, interdipendenza che si materializza attraverso l’imposta progressiva, è altrettanto vero che la flat tax ci lascia soli, azzera le spinte solidaristiche che ci fanno concittadini, cristallizza giuridicamente l’idea di un mondo di individui sovrani e autosufficienti.

TAG: diseguaglianze, fisco, flat tax, imposte, Solidarietà
CAT: Fisco, Governo

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