Juve story bellissimo film, veramente brutto

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1 Ottobre 2016

Caro Presidente Andrea Agnelli, non è facile per chi si porta la Juve nel cuore parlare della propria squadra. Avevo sei anni, anno di grazia 1976, quando la Vecchia Signora mi fu presentata a scuola dalle figurine di un compagno di classe. Da allora è stato amore. Potrei snocciolarle le formazioni che per anni si sono succedute. Le rammento la mia prima Juve. Lei, non era ancora nato. Zoff, Cuccureddu Gentile Furino Morini Scirea Causio Tardelli Boninsegna Benetti Bettega. In panchina Alessandrelli, Spinosi. Anno di grazia, il campionato 1976/77. Diciassettesimo scudetto, vinto di un punto sul Torino 51 a 50, quando 60 era il massimo dei punti che si potevano ottenere. Juve vincente anche in Europa con la vittoria in Coppa Uefa contro i baschi dell’Atletic. 1-0 a Torino. Sconfitti a Bilbao che segnò con Carlos al ’78 il 2-1 dopo il goal di Bettega ad inizio primo tempo, regalandoci dodici minuti di barricate più recupero. Lei non era forse ancora nato e io già cominciavo a vincere. Pensi un po’: abitavo a Cologno Monzese e solo dieci anni dopo sarebbe sbarcato nel mondo del calcio, proprio grazie ai successi ottenuti dalla sua Mediaset, Silvio Berlusconi.
Le dirò, Presidente, il film presentato oggi alla stampa da Lapo Elkann e dai fratelli La Villa( Mauro e Marco) comincia bene. Lapo finalmente calato nella parte del creativo che in inglese spiega che la Juve è una squadra unica come i Lakers. Poi John, la famiglia Agnelli, fino ad arrivare a Gianni e al suo proverbiale stile. Incalzato da Gianni Minoli in una famosa intervista,interrogato sulle donne, l’Avvocato dà una risposta memorabile: “Io non parlo delle donne ma con le donne”. Fin li, con il montaggio in digitale, in tre D,con la collaborazione di Ennio Morricone e la voce fuori campo di Giannini, possiamo dirlo: era quasi perfetto. Poi, non so come, caro Presidente, arrivano le sbandate, le cadute, il cattivo gusto. Momenti inopportuni e scelte discutibili.
Partiamo dalle accuse a Berlusconi. Viene descritto come un Paperon de Paperoni, come un alieno non allineato con il mondo del calcio e con la morale pubblica. Anziché essere descritto per quello che è stato nel calcio, un innovatore, un visionario capace di rivoluzionare il mondo del pallone abituato “alla media inglese”, vittoria in casa e barricate in trasferta per non perdere, Berlusconi viene decrittato come l’asso pigliatutto, l’uomo vorace che con tracotanza inusuale sfida la nobiltà bianconera del calcio italico. Risultato: “Berlusconi si costruisce due squadre di calcio” ammonisce il film, dimenticando di raccontare che quel meraviglioso Milan capovolgera’ qualunque pronostico, costruendo su un telaio già solido ( Tassotti, Maldini, Colombo, Baresi, Evani, Costacurta e Massaro facevano già parte dell’ossatura della squadra) un mirabile team cui il Cavaliere aggiungerà in due anni, Galli in porta Donadoni e Gullit a centrocampo, e Van Basten davanti. Sarà in panchina però che avverrà la più grande rivoluzione: con Arrigo Sacchi. Berlusconi se ne innamora in un Milan-Parma di Coppa Italia. E il coach rossonero sarà il vero asso nella manica. Quel Milan farà la storia, vincerà il campionato, uno glielo toglieranno in una scandalosa Verona – Milan e con la monetina di Alemao, ma soprattutto vincerà due Champions andando a dominare a Madrid e vincendo contro lo Steaua per 4-0 la finale del 1989 a Barcellona. L’anno dopo si ripeterà vincendo ancora la seconda Champions.
Come vede Presidente si può essere juventini e riconoscere i meriti degli avversari senza dipingerli come il male assoluto, come i democristiani facevano con i comunisti. Dubito che suo zio Gianni avrebbe approvato questo Kolossal che, va riconosciuto, è girato benissimo e composto con indubbio stile cinematografico e con grazia fotografica oltre che con una meravigliosa colonna sonora. Tuttavia non ce lo vedo suo zio Gianni a parlarsi addosso, a rallegrarsi delle vittorie con un gusto narcistico che appare un oltraggio rispetto alla sua riservatezza e alla sua sobrietà mai sopra le righe. Dubito fortemente, mi creda, che avrebbe accettato di mettere sullo schermo questo risentimento debole verso il Presidente Berlusconi. Perché chi sa vincere sa anche riconoscere le sconfitte e apprezzare chi ti ha superato. Il film invece ha una narrazione palesemente ostile e risentita verso l’ex premier,inutilmente aggressiva. E veniamo allora a quella che considero una sciatteria filmica prestata al mondo del calcio, di cui si è intessuto questo film comunque molto bello: l’apologia ridicola della triade, Moggi Giraudo Bettega, quali antesignani di un rinnovamento della Juve atta a portare i bianconeri di nuovo in cima alla classifica della Serie A dopo nove anni di digiuni. Ma perché, Presidente? Cui prodest, quest’assurdo panegirico di Luciano Moggi? Che c’entra con quella spettacolare juve di Lippi che pareggio’ solo 4 volte nel campionato 94/95 , perse 7 partite e vinse tutte le altre? Quella Juve ebbe il merito di credere in se stessa guidata da un allenatore che undici anni più tardi ci avrebbe fatto vincere il campionato del mondo con la nazionale e che con la Juve avrebbe vinto altri 4 scudetti, avrebbe vinto la Champions, la supercoppa europea con uno strepitoso 1-6 a Parigi e poi avrebbe vinto la coppa del mondo di calcio per i club. A che serve titolare Moggi come l’uomo più bravo sul mercato, quando le intercettazioni ci hanno fatto sentire come Moggi decidesse le griglie arbitrali di tutte le partite di Serie A? E se anche Milan ( Galliani) e Inter ( Facchetti) sentivano i disegnatori arbitrali per lamentarsi, questo non significa che possiamo sbandierare Moggi come un esemplare dirigente da mettere nella teca dei ricordi delle cose belle della nostra storia.
Ci sono ancora due cose che voglio sottoporre alla sua attenzione. Una, è la questione Inter. La rivalità con i nerazzurri dura da sempre. Ne siamo orgogliosi. La contrapposizione, anche ruvida, rende più belle le nostre vittorie contro di loro. E allora: perché arrivare al dileggio dei nostri avversari? Che senso ha raccontare un loro dramma calcistico, il 5 Maggio all’Olimpico, con in sottofondo quei concitati momenti – fin qui una descrizione storica – con una chiusa ridicola, con Giancarlo Giannini che fuori campo dice: “Che goduria”. È questo lo stile Juve? Dubito che Gianni Agnelli avrebbe mai approvato una simile ricostruzione che rimane, nel suo portato sportivo, un’impresa straordinaria ma nel suo racconto, una pessima caduta di gusto. Le risparmio la stucchevole descrizione di Moratti ( Massimo) come l’ennesimo uomo di calcio dalle mani bucate. Sa cosa, Presidente? Ci sarebbe stato bisogno di un terzo tempo, nel film. Un terzo tempo rugbistico, che avesse riconosciuto i meriti degli avversari, i loro sforzi. In quel Juve- Inter del 1998, in quel contestatissimo match, in cui fu negato un rigore solare a Ronaldo, avremmo potuto raccontare che l’Inter quel giorno domino’ per ampia parte della partita e che giocò meglio di noi. E che pure vincemmo perché Alessandro Del Piero segnò uno dei più bei goal della storia del calcio, simile a quello di Maradona contro l’Inghilterra ai Mondiali del Messico. Invece, nulla.
Vede Presidente, quando ami una donna ne osservi ogni particolare. Di lei ti piacciono anche quegli aspetti insignificanti e che sai riconoscere tu, e solo tu, proprio per quei particolari. La Juve di Lippi del 96/97 e 97/98 era spettacolare. Aveva una difesa d’acciao con Ferrara Iuliano e Peruzzi in porta, Dimas sulla sinistra e Carrera sulla destra oltre a Torricelli promessa che era passata dalla Serie C alla Juve. Paulo Sousa a centrocampo con Deschamps e Conte e davanti Boksic Zidane e Del Piero. Una squadra da sogno. Infatti giocammo tre finali di fila, di cui due champions e con Lippi alla fine di finali di Champions ne avremmmo contate quattro. Dubito che davanti ad una tale strapotenza di forza e gioco, rinforzata di anno in anno ( si ricorda del mastino Davids?) avessimo bisogno di ricordare quelle stagioni con la pernacchia metaforica a un’Inter perdente. Perché chi perde deve essere rispettato. E anche quando chi ha perso invoca delle scusanti non ci si scaglia contro di lui, perché se ne riconosce l’onorabilita’nello sforzo promosso sul campo. Non mi è piaciuta questa descrizione in cui per celebrare la nostra grandezza si è scelto di dileggiare, ripeto, la sconfitta dei nostri avversari. Bisogna saper vincere, Presidente. E lo dico da juventino, fino alla fine.
Infine, Presidente, dubito che suo zio avrebbe apprezzato che in un film in cui si celebra la grandezza di una delle sue creature più amate, la Juventus, si potesse parlare della tragedia di Edoardo nel modo in cui lo si è fatto, senza una biografia completa, senza una retrospettiva che sarebbe stata comunque inutile perché la dimensione del dolore, in un film così, avrebbe meritato il rispetto del silenzio e non la sua ostentazione immotivata. Il dolore è qualcosa di personale che va preservato e non inserito in modo decontestualizzato, nella narrazione di una ritualità vincente, di una storia di successi che si affermano da quasi 100 anni. Penso che tutto questo parlare della vita privata dell’Avvocato nel rapporto con suo figlio, il riproporre l’intervista a Edoardo sia stata sbagliata, un errore di prospettiva, una forma di mancato rispetto verso suo zio Gianni.
Ecco, Presidente. Il resto del film mi è molto piaciuto. I nostri successi sono nelle parole di Antonio Conte che parla del suo rapporto con la Juve come di una grande storia d’amore. È così. Chiunque ami la Juve la ama sempre. In cima al mondo o a Rimini nella sua prima partita di Serie B. Chi ama la Juve le è vicina sempre; a volte la critica a volte ne racconta le gesta in modo entusiastico, portando il suo orgoglio bianconero, in modo fiero, in qualunque piazza, bar, ristorante, ufficio, università o istituzione del Paese. E chi è Juventino stagionato, ricorda di aver visto giocare uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi: Michel Platini, le cui gesta riproposte nel film, e che il sottoscritto ha visto dal vivo sono, quelle si, una vera goduria. Compreso il goal contro l’Argentinos Junior.
Le ho scritto con amore Presidente, ma anche da giornalista, questo è il mio lavoro; e soprattutto da sportivo. Le suggerisco di circondarsi di persone che sappiano dirle qualche volta anche dei no. Anche se costasse loro la necessità di uno scontro con lei. Un vero uomo, un vero professionista si vede nel momento in cui di fronte alla tutela dei suoi valori accetta di mettere in gioco tutto se stesso con abnegazione anche se consapevole di poter capitolare. Lo spirito juve è quello di vincere, ma di essere soprattutto degli uomini. A tratti, ieri pomeriggio, m’è parso che il film abbia mancato l’obiettivo. Se lavorassi con lei, le direi: ritiri quel film, Presidente.

TAG: cinema, Juventus story
CAT: Milano

2 Commenti

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  1. beniamino-tiburzio 4 anni fa

    Prendo atto e osservo che di Agnelli, dopo il Gianni, non ce ne sono più stati.

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  2. alding 4 anni fa

    Andrea Agnelli è una bella (anzi brutta) dimostrazione di come non ci si comporta quando si vince e quando si perde.

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