Quarantena medievale contro medicina moderna (cioè: trace test and treat)

5 Maggio 2020

Siamo ormai diventati tutti virologi, epidemiologi, sociologi, economisti ed esperti a titolo vario dell’epidemia di coronavirus tuttora in corso, vista la possibilità di accedere a informazioni ormai illimitate sul web. Mai più di oggi, gli individui hanno sviluppato la convinzione di potersi formare un’opinione documentata e consistente su eventi anche di tipo sanitario, basata su evidenze scientifiche.

In particolare, nei paesi che sono stati sottoposti a misure di quarantena assolutamente identiche a quelle adottate nel Medio Evo, i cittadini sembrano essere tutti certissimi che l’isolamento sia stato non solo un’ottima scelta da parte dei loro governanti, ma soprattutto che fosse l’unica strada percorribile per combattere l’epidemia. Anche a Milano, la città in cui abito, le strade sono state deserte per due mesi.

Il “modello cinese” applicato nell’Hubei è stato considerato in molti paesi un esempio da imitare, perchè avrebbe contenuto dentro le case gli “untori” che altrimenti avrebbero continuato a diffondere il virus. Circa sessanta milioni di cittadini sono stati letteralmente rinchiusi nelle loro abitazioni, nel senso che le porte degli appartamenti sono state serrate dall’esterno dai guardiani dei compound dove risiedono nuclei abitativi che comprendono fino a cinquemila persone.

In un interessante servizio di Report girato in febbraio a Wuhan, è stato addirittura mostrato il tentativo di fuga – calandosi da una finestra – di un’abitante dei compound, i cui inquilini potevano uscire dai loro appartamenti esclusivamente per ritirare il cibo consegnato dalla versione locale dei fattorini di Glovo. Solo un membro per famiglia poteva uscire dal compound, una volta ogni tre giorni, e solo per andare a comprare del cibo.

Una donna anziana, sempre nello stesso servizio di Report, veniva caricata su un furgone della polizia e portata via urlante, perché sprovvista della mascherina.

Un gruppo di ambulanze parcheggiate nella strada di fronte ai compound era invece occupata nell’ingrato compito di portare via i cadaveri di chi era morto all’interno degli appartamenti, senza aver evidentemente potuto ricevere cure mediche. Gli ospedali non erano ancora in grado di assorbire l’impatto dei contagiati, lasciati spesso morire da soli.

 

 

IL SACRIFICIO DI WUHAN E DELL’HUBEI

In realtà, il modello cinese della quarantena che sembrerebbe aver fermato l’epidemia (imitato a sua volta, secondo diversi gradi di applicazione, da molti paesi, tra cui l’Italia) è di ispirazione puramente medievale, quando la medicina moderna non era stata ancora inventata. Allora, l’isolamento era l’unica misura praticabile per contenere i contagi nei paesi colpiti da un’epidemia, evitando che si diffondesse in tutti i centri abitati dei paesi.

Ovvero, anche nel Medio Evo era perfettamente risaputo che nelle città sottoposte a quarantena, gli abitanti sarebbero morti, infettandosi tra di loro, chiusi dentro le case, anche se così facendo, avrebbero salvato dalla morte le città e i villaggi confinanti.

In Cina, la quarantena dell’Hubei ha avuto soprattutto l’obiettivo di salvare il resto della Cina dall’epidemia, quando ormai quest’ultima era fuori controllo, visto il ritardo del governo cinese ad ammettere la presenza di un nuovo virus simile a quello della SARS del 2002 – 2004. Interi nuclei familiari sono morti a Wuhan e nelle altre città dell’Hubei, chiusi dentro le loro case, come nel caso del regista Chang Kai. I pazienti ammalati infettavano moglie, marito, figli. L’infezione si propagava nel nucleo familiare, non protetto dalle misure della quarantena.

Il governo cinese ha preso la decisione di isolare i pazienti infetti dalle loro famiglie solo in una seconda fase dell’epidemia, mentre nei primi giorni della quarantena l’infezione ha continuato a crescere proprio all’interno delle famiglie.

 

 

EFFETTI LIMITATI DELLA QUARANTENA DI MODELLO MEDIEVALE

La quarantena, se non è accompagnata da misure per individuare gli infetti, separarli dai sani e quindi curarli, ha tuttora effetti non dimostrati nell’efficacia nel combattere le epidemie. Secondo il virologo francese Didier Raoult, intervistato dalla televisione francese BFMTV  la svolta nell’epidemia in Cina si è avuta quando i medici cinesi hanno cominciato a isolare i pazienti malati dalle loro famiglie e quando è stato introdotto l’uso dell’idrossiclorochina: il picco dell’epidemia sarebbe sceso immediatamente.

Risale infatti al 20 febbraio la pubblicazione su PubMed del primo “Expert consensus on chloroquine phosphate for the treatment of novel coronavirus pneumonia” pubblicato dai medici cinesi. In Cina, i miglioramenti nell’epidemia sarebbero quindi cominciati quando i pazienti positivi sono stati diagnosticati, isolati in speciali centri Covid (destinati a chi non aveva bisogno di terapia intensiva ma era positivo al virus e presentava solo sintomi lievi) e curati con farmaci che avevano cominciato a dimostrarsi efficaci.

Insomma, le quarantene hanno un esito positivo, ovvero i cittadini quarantenati sopravvivono, solo se quelli malati vengono isolati dai sani e se si trova una cura per la malattia. Altrimenti, mettere in quarantena intere città non impedisce che l’infezione circoli nelle famiglie e i cittadini si ammalino e muoiano ugualmente.

L’efficacia tout court della quarantena è messa in dubbio anche da altri studiosi, in questo caso ancora da un francese, Patrick Zylberman, professore di Storia della Salute all’Ecole des hautes études en santé publique di Rennes. Nel suo articolo: «On sait depuis le XIXe que le confinement n’est pas l’arme absolue », Zylberman sostiene che la quarantena ha solo l’effetto di “abbassare” il picco delle epidemie, senza modificarne sostanzialmente l’andamento che ha sempre una forma a “campana”, con il numero dei contagiati che scendono velocemente dopo aver raggiunto il picco, anche se non sono state messe in atto forme di quarantena.

Lo stesso Raoult sostiene, sempre nell’intervista a BFMTV, che le epidemie legate a virus di tipo respiratorio tendono tutte ad avere una fine “naturale”, dopo aver raggiunto il picco massimo del contagio. Sarebbero ancora sconosciute le cause per le quali i virus respiratori scompaiono, collegabili, secondo Raoult, al rapporto tra i virus e l’ecosistema nel quale si propagano. Non si potrebbe escludere, sempre secondo Raoult, una totale scomparsa del virus in tempi anche relativamente rapidi, indipendentemente dal comportamento dell’uomo.

 

 

QUARANTENA UTILE SOLO SE INDETTA AI PRIMI SINTOMI DEL CONTAGIO

Uno studio italiano  Predictcovid  sostiene addirittura che siano “i primi 17 giorni successivi all’applicazione delle misure di contenimento a determinare l’entità della diffusione del contagio nella pandemia di Covid-19”, come spiega Alberto Giovanni Gerli, uno degli autori dello studio in un articolo sul Corriere: “Qualsiasi misura restrittiva applicata dopo i primi 17 giorni (come la chiusura delle industrie o i divieti alla libertà di movimento dei cittadini) inciderebbe poco o nulla sull’andamento dei contagi e sul numero finale delle vittime”.

La quarantena, insomma, dimostra la capacità nel modificare l’andamento dell’epidemia solo se adottata subito dopo il rilevamento dei primi casi, com’è successo per esempio in Finlandia e Nuova Zelanda dove le misure di contenimento sono state adottate con grande velocità e notevolissima efficacia. Anche in Norvegia, la quarantena è stata adottata velocemente dalla premier Erna Solberg il 12 marzo ed è stata revocata dopo circa un mese, il 20 aprile.

Fermare l’andamento dei contagi quando questi ultimi sono ancora molto pochi si rivela utile, ma soprattutto rapidissimo: la quarantena può avere una durata limitata e non danneggiare troppo l’economia di un paese. Naturalmente, Norvegia e Finlandia sono state avvantaggiate dalla scarsità per metro quadrato della popolazione residente, ma la scelta delle loro premier di dichiarare la quarantena è stata ugualmente molto tempestiva.

LA RICETTA DELLA MEDICINA MODERNA: TRACE, TEST AND TREAT

La scarsa efficacia della quarantena nel modificare l’andamento dei contagi, quando invece l’epidemia si è già relativamente diffusa,  potrebbe essere dimostrata ex juvantibus dai successi di paesi come la Corea del Nord, o la stessa Germania, dove la strada seguita è stata quella del “Trace, test and treat”, ovvero di individuare gli individui contagiati attraverso l’impiego di massicce campagne di test, eseguite a partire dai “contatti” (parenti, amici, ecc.)  delle persone che erano state contagiate, per poi isolare i pazienti durante il trattamento così da evitare il contagio di amici e familiari.

In Corea del Sud e in Germania sono state utilizzate strutture ad hoc (in Germania, piccoli ospedali locali), dove isolare i pazienti positivi al coronavirus che stavano ricevendo le cure per la malattia. Nel caso in cui non sia possibile inviare i pazienti positivi in strutture dedicate, è possibile utilizzare il modello dell’”isolamento domiciliare”, ovvero il paziente che risulta positivo continua a vivere nel nucleo familiare senza avere contatti diretti con le altre persone residenti, detergendo tutte le superfici in comune che ha eventualmente toccato.

Si può quindi sostenere che i paesi dove il sistema sanitario era attrezzato per combattere l’epidemia con la medicina moderna – test di massa, adeguata capienza ospedaliera, capacità di implementare misure di isolamento dei pazienti positivi, trattamenti farmacologici efficaci – hanno evitato di adottare le misure medievali della quarantena, ma si sono semplicemente limitati a rallentate attività come per esempio quelle della ristorazione, ritenute pericolose per il diffondersi del contagio, senza con questo fermare completamente l’economia.

Nella stessa Corea, dove la città in cui scoppiata l’epidemia (Daegu) è stata l’unica a adottare misure preventive di quarantena con l’obiettivo dichiarato di non esportare il contagio in altre città, le autorità hanno addirittura pubblicato tutti i giorni, due volte al giorno, la posizione GPS dei nuovi contagiati, corredate dai tragitti che avevano compiuto, con l’obiettivo di allertare i cittadini che avessero potuto trovarsi a contatto con gli infetti, perché si potessero rivolgere alle autorità sanitarie e ricevere un test .

I dati ridotti della mortalità dei paesi (Svezia, Germania, Corea del Sud, Giappone, Singapore, Hong Kong) dove non è stata adottata la quarantena ma la politica del “Trace, test and treat” sono la dimostrazione che la quarantena non era l’UNICA misura che poteva essere presa contro il diffondersi del virus.

 

 

EFFETTI LIMITATI DI UNA QUARANTENA NON TEMPESTIVA

La quarantena è stata invece adottata con scarsi risultati (altissima diffusione dei contagi e mortalità elevata dei pazienti ammalati di Covid) dai paesi che non hanno reagito con sufficiente tempestività all’epidemia, istituendo la quarantena nei primissimi giorni così come indicato dallo studio italiano Predictcovid, né avevano mai varato piani antipandemici, nè si sono attrezzati per tempo nell’approvvigionamento di materiali per la protezione del personale medico, non sono stati in grado di istituire una rete di punti di prelievo e di laboratori per analizzare i risultati dei test sul Covid, né hanno isolato i pazienti positivi dalle loro famiglie.

I cattivi risultati della quarantena adottata in presenza di questi fattori sono sotto agli occhi di tutti. Italia in primis. L’epidemia ha continuato a mietere vittime all’interno delle famiglie di chi era già stato contagiato, così come i contagi sono continuati negli ospedali dove i medici non erano adeguatamente equipaggiati con i materiali per la protezione individuale, fenomeno al quale si è aggiunto quello dei contagi all’interno delle Residenze Protette per Anziani, dove sono stati ricoverati pazienti Covid in reparti non isolati dal resto delle residenze.

Solo il DCPM varato dal premier Giuseppe Conte il 22 marzo 2020 ha decretato la chiusura anche delle attività produttive non essenziali, dopo un mese da quando era stato rilevato a Codogno il primo caso di coronavirus. Il Decreto dell’8 marzo prevedeva solo delle chiusure parziali, e l’aver scelto la strada della quarantena con un discreto ritardo ha probabilmente impedito di fermare la catena dei contagi quando sarebbe stato ancora possibile farlo. Per dirla con parole semplici, i cancelli sono stati chiusi quando i buoi erano già scappati.

Le misure prese dal premier Conte hanno inoltre riguardato esclusivamente aspetti dell’Ordine Pubblico, così da consentire alle Forze dell’Ordine di punire chi avesse trasgredito le regole della quarantena.

Sono stati introdotti principi come quelli dei 200 metri di distanza da casa per portare il proprio cane a passeggio e l’impossibilità invece di far uscire da casa i bambini, seguendo un’interpretazione molto rigida, “alla cinese”, della quarantena, quando invece il lockdown ha avuto caratteristiche molto meno severe in paesi come l’Inghilterra, dove erano permesse le passeggiate nei parchi, insieme ai propri figli, così come non era richiesto ai cittadini di viaggiare muniti di moduli di “autogiustificazione” ogni volta che uscivano di casa.

Non sono invece state emanate dalla Presidenza del Consiglio linee guida di tipo sanitario, demandate interamente alle Regioni.

 

 

LA DIVERSA RISPOSTE DELLE REGIONI ITALIANE ALL’EPIDEMIA

I Governatori delle Regioni italiane sono quindi stati liberi di organizzare la risposta sanitaria all’epidemia nella modalità che preferivano. Solamente il Governatore del Veneto, Luca Zaia, coadiuvato da un virologo di grande preparazione, Andrea Crisanti, è riuscito a mettere in piedi il sistema del “Trace, test, treat”, grazie all’acquisto addirittura in gennaio dei reagenti necessari per effettuare i test contro il Covid, come dichiarato a il POST da Crisanti. E quando i reagenti sono finiti, il Veneto ha cominciato a produrli da solo, utilizzando inoltre il modello dell’isolamento domiciliare per evitare il contagio dei familiari dei positivi al coronavirus. L’andamento dell’epidemia in Veneto è stata infatti contenuta e sembra ad oggi monitorata con efficacia.

La Lombardia ha avuto invece la performance peggiore di tutte le regioni italiane, con circa 14.00 decessi, circa la metà di quelli registrati in Italia. Il modello del “Trace, test, treat” non solo non è ancora stato implementato, ma nei giorni di picco dell’epidemia, i tamponi che potevano essere effettuati in una giornata erano solo 5.000, secondo le dichiarazioni del Governatore Fontana.

Ancora oggi, i pazienti che in Lombardia presentano i sintomi del Covid non hanno altra scelta che rivolgersi ai Medici di Base, sprovvisti di strutture di riferimento dove inviare i pazienti per effettuare i test Anti-Covid. Solo i pazienti che presentano sintomi gravi come febbre, tosse, eccetera, vengono sottoposti al tampone naso-faringeo e solo all’interno delle strutture ospedaliere, dove vengono ricoverati dopo aver chiamato il 118, che li trasporta in ospedale su mezzi in cui gli operatori utilizzano le misure di protezione adatte al Covid.

L’impossibilità di effettuare la diagnosi precoce dei malati di Covid, dovuta principalmente alla mancata capacità di organizzare un sistema di test efficienti come quello del Veneto, ha impedito in Lombardia di intercettare i pazienti Covid prima che manifestassero i sintomi già gravi dell’insufficienza respiratoria, e soprattutto non ha permesso che si sviluppasse la fase del “Trace”, quella in cui i contatti dei pazienti positivi vengono sottoposti al test per vedere se sono stati contagiati anche loro e devono quindi essere curati, ma soprattutto isolati.

Se il picco dei contagi dovesse tornare a salire, la sanità Lombarda tornerebbe probabilmente nello stato di emergenza che ormai conosciamo tutti così bene, visto che la capacità di effettuare tamponi è cresciuta di poco rispetto a quella dei giorni della crisi (8, 9.000 tamponi al giorno con una popolazione di circa 10.000.000 di persone).

La debacle della sanità lombarda è stata tristemente documentata dai giornali di tutto il mondo. La sfilata dei camion militari a Bergamo che portavano le bare nei crematori delle regioni vicine è stata ripresa da tutte le testate internazionali, così come le immagini delle corsie degli ospedali lombardi, dove i pazienti erano parcheggiati nelle barelle in corridoi deserti.

L’immagine dell’Italia durante la pandemia è stata soprattutto modellata su quella tragica della Lombardia. Anche quando l’epidemia finirà – speriamo prestissimo – sarà difficile dimenticare come dietro gli iconici edifici della Piazza Gae Aulenti si nascondevano le corsie affollate dei Pronto Soccorso lombardi, dove i medici cercavano di salvare pazienti che arrivavano negli ospedali già in condizioni molto precarie, vista la totale mancanza di una medicina preventiva che intervenisse prima del verificarsi del fenomeno del distress respiratorio, caratterizzato da una prognosi spesso tristemente infausta.

Sono state poco brillanti le performance anche di altre regioni italiane, prima fra tutte il Piemonte,  ma se l’Italia ha guadagnato la fama imperitura di paese scalcagnato e disorganizzato, in cui ammalarsi di coronavirus porta con discrete probabilità dritti alla tomba, lo dobbiamo soprattutto alla Lombardia, anche per il contrasto troppo evidente con la “narrativa” precedente la crisi, quando la città lombarda sembrava diventata una metropoli europea, capitale dell’architettura, del design e della moda.

Persino il sindaco di Milano, Beppe Sala, aveva cercato di ribadire, il 27 febbraio, che la città continuava nella sua corsa, facendo circolare il video di “Milano non si ferma”, dove si annunciava con orgoglio che  “Portiamo a casa risultati importanti ogni giorno perchè ogni giorno non abbiamo paura”, quando invece, poche settimane dopo, anche Milano ha dovuto dichiarare il lockdown totale.

Ma se alla fine è andato tutto così storto, di chi è la colpa? Nessuno ormai ha più dubbi sul fatto che la domanda dovrebbe essere rivolta direttamente al Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e al suo assessore al Welfare, Giulio Gallera.

 

 

LA CACCIA AL PAZIENTE ZERO, LE COLPE DI ROMA E DELLA PROTEZIONE CIVILE

Fontana e Gallera non sono amanti del contraddittorio con la stampa, ma preferiscono le dirette Facebook senza domande del pubblico, tuttavia è possibile ritrovare qualche sparuta dichiarazione fatta dai due ai pochi giornalisti che sono riusciti a porre loro domande dirette.

Nella puntata di Piazza Pulita del 2 aprile 2020, Gallera si è lanciato addirittura ad attribuire a un non meglio precisato untore tedesco il disastro della sanità lombarda: “La sfortuna della Regione Lombardia è il fatto che dalla Germania è arrivato un soggetto poco sintomatico che per venti giorni ha fatto girare il virus. Il 20 di febbraio sono scoppiati i contagi e abbiamo ricoverato quelli che non riuscivano a respirare”.

Non capita a tutti la sfortuna di uno straniero che diffonde il virus di sottecchi, mentre i poveri lombardi non possono difendersi da un nemico subdolo come un untore asintomatico! E quando Formigli ha chiesto a Gallera nel corso della puntata perchè la risposta della Lombardia è stata comunque insufficiente,  Gallera se l’è presa con Roma e la Protezione Civile: “L’acquisto dei DPI non era di competenza della Regione Lombardia. Se io avessi comprato le mascherine mi avrebbero portato davanti alla Corte dei Conti. Chi doveva fornirci questo era la Protezione Civile e io non voglio fare polemica ma appena è scoppiata la pandemia sono stati attribuiti alle regioni i poteri di acquisto…”.

Qualche giorno prima, quando il Presidente del Consiglio Conte prova a esprimere qualche dubbio sul fatto che in Lombardia sono stati somministrati così pochi tamponi, il 25 febbraio Gallera gli morde i garretti senza pietà. Quella di Conte è “una dichiarazione inaccettabile da una persona ignorante, perché ignora assolutamente quali erano e sono i protocolli definiti dall’Istituto Superiore di Sanità”. Che taccia, quindi, perché  con la sua battuta, Conte “svilisce l’attività di dirigenti che non dormono praticamente da 5 giorni”.

Gallera chiude così la bocca a qualsiasi dubbio o critica sul suo operato, persino da parte del Primo Ministro dell’Italia.

Ma anche Fontana se la prende con Roma Ladrona e la solita Protezione Civile, in un’intervista a Radio Padania del 2 aprile dichiara“E’ passato un mese e mezzo dall’inizio dell’epidemia e da Roma abbiamo avuto briciole… E’ arrivata solo una piccola parte di quello che abbiamo chiesto a Roma: ce la siamo dovuta cavare con le nostre risorse, senza alcun aiuto se non in minima parte”.

Briciole, insomma, la Lombardia ha potuto becchettare solo qualche briciola, come i piccioni in Piazza Duomo, dalle mani dell’infame governo centrale.

Per quanto riguarda il tema della caccia all’untore, Fontana preferisce invece la pista cinese, indicando il 23 febbraio in un’intervista a Rai 3  che “sono finite le feste del capodanno cinese e quindi un notevole numero di cittadini italiani di origini cinesi è tornato. E’ un’ipotesi, una supposizione”. Certo, non è una certezza.

Le ragioni della debacle sono quindi da dividersi tra untori tedeschi o cinesi (tra Gallera e Fontana non sembra quindi esservi un accordo sulla nazionalità dell’untore), nonché la solita Roma Ladrona e la Protezione Civile.

Ma in realtà, ai primi di marzo, Gallera e Fontana scelgono un nuovo capro espiatorio a cui attribuire le colpe dell’andamento disastroso dell’epidemia in Lombardia:  i cittadini stessi, che con la loro smania di voler uscire di casa farebbero circolare il virus, se non venissero per fortuna costantemente invitati da Gallera e Fontana a stare a casa, così da non venire infettati e non caricare  il sistema sanitario lombardo di nuovi casi di coronavirus.

Ma infettati da chi?

Da un nemico subdolo e invisibile, il virus.

Peccato che il virus non vada in giro da solo, con cappello e valigia, in attesa di trovare qualcuno da infettare, ma possa solo sopravvivere all’interno di un “corpo” che lo ospita.

Il corpo di chi, quindi?

Quello dei cittadini lombardi, potenzialmente tutti infetti,  dato che in Lombardia non sono stati condotti test se non sui pazienti sintomatici, e tutti potremmo essere stati a un certo punto malati asintomatici (o esserlo tuttora).

Il virus potrebbe vivere nel corpo dei nostri familiari o in quello dei nostri vicini: della cassiera del supermercato dove andiamo a fare la spesa, del compagno di lavoro, di tutti insomma, nessuno escluso.

Gli untori, i nemici della sanità lombarda, gli iettatori, i portatori di sventura siamo proprio noi: gli sciagurati abitanti della Lombardia!

 

 

L’AUTODAFÉ DEI LOMBARDI: I COLPEVOLI SIAMO NOI

La campagna comunicativa della Lombardia recita: “Se ti vuoi bene, rimani a casa. Metti il virus alla porta” e poi ancora: “Esci di casa solo se necessario, evita baci, strette di mano e luoghi affollati. Basta poco per tutelarti. La diffusione del virus dipende da tutti, anche da te”.

Il martellamento del “state a casa, perchè siete voi i vettori del contagio” è stato lungo e estenuante.

Per carità, la campagna di comunicazione della Lombardia non è stata una novità in un paese dove sono andati di moda l’hastag #iostoacasa e #stateacasa, quando invece la pratica della quarantena era letteralmente vietata ai lavoratori dei servizi essenziali e delle filiere alimentari.

Nessuno sarebbe stato contento se Esselunga e Carrefour avessero chiuso le porte ai clienti, appendendo un bel cartello: #iostoacasa, o se non fossero stati garantiti i servizi delle telecomunicazioni, elettricità, mezzi di trasporto, eccetera.

Molti italiani hanno continuato a lavorare durante il lockdown: il nostro paese avrebbe dovuto mostrare rispetto e gratitudine per queste persone, a cui sarebbe stato bello offrire la possibilità di fare un test diagnostico, invece che additarle come potenziale fonte del contagio (perché non stavano a casa).

La Regione Lombardia ha fatto invece la scelta contraria di seminare subliminalmente il sospetto che la diffusione del contagio dipendesse dai cattivi comportamenti dei suoi cittadini.

Tutti untori, per definizione, fino a prova contraria. Prova tra l’altro impossibile da raccogliere, visto che in Lombardia  non sono disponibili  neanche adesso i tamponi se non per i pazienti sintomatici.

Ecco allora che da vittime di un’epidemia, sottoposte per di più a una misura sgradevole e forse poco utile come quella della quarantena, siamo diventati i principali sospettati nel diffondere il contagio, degni quindi di essere fustigati senza pietà nelle conferenze stampa di  Gallera su Facebook che gridava: “State a casa!”, senza mai peraltro dirci dove fossero i focolai del contagio che avremmo dovuto evitare.

Dove avremmo potuto infettarci? Quando facevamo la spesa all’Esselunga? O portavamo il cane ai giardini? Oppure quando andavamo a lavorare in una Residenza Protetta per Anziani dov’erano stati ricoverati pazienti positivi per un errore di gestione della stessa Regione Lombardia?

 

 

OSCURITÀ DEI DATI FORNITI SULL’EPIDEMIA

Nelle conferenze stampa di Gallera, ma anche in quelle della Protezione Civile, non sono mai stati forniti dati chiari sui contagi che potessero indicare quali erano i focolai dai quali l’epidemia si stava espandendo nei paesi e nelle città dell’Italia. La granularità dei dati non è mai andata oltre a quelli relativi ai comuni. Nel caso di comuni grandi come quello di Milano, è assolutamente impossibile individuare in quali zone, strutture, eccetera, l’epidemia si stia propagando.

Il modello “Trace, test and treat” adottato dalla Corea del Sud prevede invece che venga pubblicata sui siti del governo la storia degli ultimi spostamenti di ogni singolo nuovo paziente contagiato, proprio per consentire a chi l’avesse anche inavvertitamente incontrato, di sottoporsi al test.

Qual è invece l’utilità di fornire dati aggregati che riguardano aree abitate da un milione e mezzo di individui come Milano?

Nessuna. Anzi, un’utilità ce l’ha: quella di diffondere la paura subdola del contagio, fomentando quel piccolo e meschino sospetto che gli untori siano i nostri amici, i vicini di casa, i colleghi, le cassiere dei supermercati che ci sorridono mentre in realtà ci stanno infettando…

Ma la pubblicazione dei dati corredati sul contagio dalla posizione geografica dei contagiati avrebbe probabilmente l’effetto di levare il velo sugli errori che sono stati fatti in molte delle regioni italiane, a partire dalla Lombardia, come ha dichiarato il virologo Giorgio Palù al Corriere della Sera: “Nessuno si è ricordato la lezione della Sars. Che è stato un virus nosocomiale, così come lo è il Covid-19. A diffusione ospedaliera. La scelta della Lombardia di trasferire i malati dall’ospedale di Codogno, che era il primo focolaio, ad altre strutture della regione, si è rivelata infelice”.

La pubblicazione dei dati geolocalizzati dei contagi svelerebbe il mistero delle filiere del contagio, che in Lombardia sono probabilmente concentrate nei nosocomi (pazienti, medici e infermieri) per svilupparsi poi all’interno delle famiglie dei contagiati, visto che laddove non si è praticato l’isolamento domiciliare, la quarantena non ha impedito che l’intero nucleo familiare venisse contagiato, quando uno dei familiari si infettava.

La “colpevolizzazione” del cittadino-untore, ottenuta grazie al mancato svelamento dei dati completi e granulari sul contagio, ha quindi permesso la decolpevolizzazione dei responsabili delle politiche socio-sanitarie durante l’epidemia che hanno portato l’Italia a diventare così tristemente famosa per i suoi morti di Covid. Ma anche la quarantena “alla cinese”, praticata in Italia senza separare gli infetti dai sani (se non nel Veneto), non ha avuto gli effetti che le verranno attribuiti, quando mai l’epidemia dovesse concludersi nel giro dei prossimi mesi.

Aspettiamoci invece che quando il nostro paese dovrà affrontare le conseguenze recessive di una lunga sospensione delle attività produttive, la quarantena verrà difesa come l’unica strategia possibile che l’Italia ha potuto adottare per combattere il diffondersi dell’epidemia.

Si tratta in realtà di un’affermazione più che contestabile, soprattutto da parte di quei paesi del Nord Europa che hanno saputo affrontare l’epidemia con ricette mediche moderne, invece di affondare nel buio medievale dell’isolamento e della segregazione promiscua dei malati insieme ai sani. Senza nessuna luce a guidarci fuori dalle nostre paure, ma al contrario, abbandonati nelle tenebre dell’incompetenza di chi avrebbe dovuto rassicurarci, ma ha scelto invece di trasformarci in untori e capri espiatori.

Le strade di Milano sono state deserte per due lunghi mesi, e le misure della quarantena in Lombardia sono state adottate da tutti con grande serietà e rigore.

Meglio quindi che nessuno accusi più i cittadini lombardi per colpe che non hanno, e lasci invece alla magistratura il compito di indagare sulle morti che potevano essere evitate, come nel caso del Pio Albergo Trivulzio, causate da persone con un nome e un cognome e non da noi poveri untori, che uscivamo solo per andare a fare la spesa.

TAG: #milano, coronavirus, lombardia, Quarantena
CAT: Milano

Un commento

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  1. uldio-calatonaca 2 mesi fa

    Ottimo. Lungo articolo dettagliato e informato che con metodo affronta il gravoso tema delle reazioni, politiche ed organizzative, al Covid19, con il valore aggiunto di essere scritto da una persona, una donna, che vive a Milano.
    In sostanza argomenta, e ci fa capire, una cosa essenziale: non basta – anzi quasi peggiora la situazione – l’isolamento se non è affiancato da strumenti specifici quali il tracciamento e la separazione adeguata dei contagiati. (Tutto il resto sono chiacchiere … potenzialmente virali, sia in senso biologico che mediatico.)

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