Gli 80 anni di John Lennon

9 Ottobre 2020

Oggi John Lennon avrebbe compiuto 80 anni.
Che dire ? Esiste forse qualcosa che non suoni retorico parlando di lui?
Eppure rimane sulla bocca di tutti. Quello che ha scritto, quello che ha detto e quello che ha suonato rimangono nella società come un monito ad immaginare un mondo diverso da quello che è.
Ogni tanto escono dischi più o meno rimaneggiati di quella che è stata la sua carriera. Dei Beatles ovviamente, ma anche della sua esperienza da solista, da poeta, da autore della sua generazione, incompreso, adorato, perseguitato.
Sono bastati quattro colpi, l’8 dicembre 1980, per far terminare un’intera epoca della musica e della cultura che discendeva dagli anni ’60. Come fosse un’opera di struggente pietà, John Lennon, quello della pace, quello dei Beatles, giaceva tra le braccia della moglie, Yoko Ono. Poche ore prima aveva firmato una copia di Double Fantasy, il suo ultimo disco, al suo stesso assassino, Mark Chapman.

Adesso, proviamo ad immaginare quante altre cose avrebbe potuto scrivere Lennon nei 40 anni in cui non è vissuto. Come avrebbe visto la società? Cosa avrebbe detto dell’America di Trump? Dell’Europa Unita? Dei singoli problemi che hanno attanagliato il mondo? Come si sarebbe espresso? Con la musica, l’arte, il cinema o la poesia?
Era davvero il genio che tutti credevamo fosse, inconvertibilmente?

Non possiamo fare a meno che prendere atto che John Lennon fece parte dei Beatles. Questo di per sé è importante, perché ci sono altre tre persone che possono dire di essere rimaste nel “club” almeno per un po’ di anni. Due di esse sono ancora vive e una di loro si chiama Paul Mc Cartney. Nei dischi dei Beatles rimane tutto quello che il ‘900 è stato, nel bene e nel male. Non sono un incorruttibile fan dei Beatles ma riascoltando i loro dischi non posso fare a meno che sentire il suono di una società intera, che brulica, si muove, riflette, va in guerra e si stona che le prime droghe a buon mercato. Certo, non si può dimenticare tutto il resto della musica rock, del jazz, del blues. Il ‘900 è stato un secolo molto generoso. E proprio come Miles Davis, Fela Kuti, Led Zeppelin o i Pink Floyd, la figura dei Beatles è quella che rimane a testimonianza di come può essere usato bene l’altrimenti vacuo tempo dell’esistenza umana. Ci sono i Rolling Stones a ricordarci che il patto col diavolo si poteva fare, ma anche loro hanno dovuto pagare pegno di uno dei più grandi musicisti della sua epoca, Brian Jones, di cui poco si parla, ma di cui ci sarebbe molto da dire.

Comunque, Lennon. Negli anni ’60 era diventato “più famoso di Gesù”, era un sognatore, ci ha regalato immagini lisergiche e poco convenzionali di campi di fragole, mondi senza confini e senza religioni, cieli di marmellata e sottomarini gialli. L’adorabile Teddy boy era diventato un capellone, se ne andava in giro per il mondo con una barba che non tagliava da mesi, una compagna artista incomprensibile e amata probabilmente solo da lui ed era pronto per una carriera in cui si sarebbe affidato solo alle proprie forze e alle, dubbie, qualità musicali della moglie.

Lennon collaborò con diversi artisti, personalmente ho apprezzato tantissimo il suo incontro con Frank Zappa, nonostante come testimonianza ne rimanga una manciata di canzoni senza capo né coda, ma se devo essere sincero, rimango fedele al cosiddetto “Lost weekend” periodo di otto mesi in cui John, lontano da Yoko, si perse attraverso i bar di mezza America assieme al suo nuovo amico Harry Nilsson di cui produsse un disco e con la cui presenza scrisse il proprio album Walls and Bridges, uno dei più interessanti della sua intera carriera. Fu un’epoca molto strana per John, di sicuro molto prolifica, un periodo in cui chiamò a suonare nelle sue canzoni Elton John, Nicky Hopkins, Klaus Voormann e Bobby Keys, ritrovandosi persino nuovamente in studio con Paul McCartney il 28 marzo del 1974. Quello è stato un momento in cui i pochi presenti – tra loro anche Stevie Wonder – pensarono che i Beatles avrebbero potuto avere ancora un futuro. Poi ci fu il silenzio, almeno fino al 1980, quando il 17 novembre, pochi giorni prima di morire venne pubblicato Double Fantasy, l’ultimo lavoro in studio di John Lennon.

Oggi abbiamo molti “miti” musicali, li abbiamo visti crescere e morire, appassire, bruciare o spegnersi lentamente, ognuno di essi, però, per quanto possibile, ha dovuto fare i conti, nella sua vita, con l’indagine filosofica e con le parole di Lennon. Molti sono riusciti ad entrare nel mondo di Imagine e ce lo hanno raccontato, alcuni non hanno saputo reggere al bagliore del cielo e sono precipitati forse troppo presto. Oltre a Revolver, al White Album a Sgt. Pepper, abbiamo decine e decine di canzoni da riascoltare. Yoko e Sean Lennon ogni tanto fanno uscire qualche nuovo mix, tanto per rabbonire i fan e sfruttare fino in fondo l’esperienza di John. Non so quanto sarebbe d’accordo lui con tutto questo. Non so come riderebbe di Trump, cosa si sarebbe inventato per protestare contro le guerre che continuano ad ammorbarci, contro il razzismo americano, il sovranismo europeo, il ruolo delle donne, il razzismo diffuso e le antenne telefoniche.
Ci sono troppe cose che vorremo chiedere a Lennon. Forse è anche per questo che ne sentiamo la mancanza, anche se molto probabilmente preferiamo ricordarcelo ancora quarantenne, a New York, con i suoi occhiali tondi e la musica nella sua testa.
Buon compleanno John.

TAG: Beatles, Gimme Some Truth, Imagine, John Lennon, Rock, Yoko Ono
CAT: Musica

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