La musica bisestile. Giorno 18. Blumfeld

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14 settembre 2018

OLD NOBODY

 

“Old Nobody”, 1999

Non ricordo se mi sono innamorato prima di Kerstin Köhler o della Scuola Amburghese (Hamburger Schule), ma ricordo la fine degli anni 90 come un periodo sereno, in cui tutto cresceva e sembrava pieno di promesse. La scoperta di essere in grado di parlare tedesco in modo creativo, di non essere più veramente straniero, non mi aveva reso euforico, come mio solito, ma mi dava una tranquillità sconosciuta. Percorrevo chilometri in bicicletta, lavoravo in radio, facevo belle trasmissioni presentando band che mi piacevano davvero, e di tanto in tanto andavo ad Amburgo, a Berlino o a Lipsia, dove mi aspettavano mondi simili eppure completamente diversi.

L’amore in Sassonia, la musica nostalgica a Berlino, il futuro ad Amburgo. Knarf Rellöm e Dj Patex lavoravano, nelle pause dei loro tour, al Pudel Bar di Vicci Di Mare, dove si incontravano le persone più incredibili (per me), come Ted Gaier dei Goldenen Zitronen (che è stato per anni  come un fratello, finché arrivammo al disastro della nostra casa al Lago dell’Accesa), la sua compagna di allora, Melissa Logan delle Chicks on Speed, e tantissime altre persone interessanti e straordinarie: Rocko Schamoni, Bernadette Hengst (adoravo la sua band Die Braut Haut Ins Auge, specie la canzone che diceva “Ho bisogno di amore, non di rivoluzione, tutto il resto l’ho già visto”).

Knarf e Patex cantavano, criticando la DDR, “Non era socialismo, eravate piccolo borghesi, non ce ne stiamo andando, stiamo arrivando solo adesso”, e musicavano il sistema binario (da morire dal ridere), Mense Reents, accanto agli Zitronen, lanciava Stella, Thomas Wenzel lanciava Cow e soprattutto Die Sterne, con Frank Spilker – la band più importante della Hamburger Schule, quella che esiste ancora, oltre 20 anni più tardi. Lo so, per voi sono tanti nomi senza volto, per me è la musica che ancora mi accompagna, quella vera, quella di centinaia di concerti a cui sono stato, quella di cui conosco i testi a memoria.

 

La sala concerti del Pudel Club, tempio della Scuola Amburghese

Kerstin li ha odiati quasi tutti, perché pendevo dalle loro labbra e passavo tantissimo tempo a rincoglionirmi con le loro chiacchiere, a correr loro appresso ed a rischiare di essere considerato uno scemo inopportuno. Ma chi di noi non avrebbe scambiato la sua vita con la mia? Passare gran parte del proprio tempo libero con i propri idoli musicali, che ti portano con loro sul palco? Addirittura passare le vacanze insieme, tutti in una casa in Toscana, o averli come spettatori con la mia piccola band di mezzi scalzacani (che poi sono tutt’altro, chi li ha conosciuti lo sa bene, il solo scalzacane sono io)?

I due mondi si incontrarono solo una volta, il 16 aprile 1999. Due settimane prima, a Zurigo, Kerstin ed io avevamo fatto l’amore, ma non si sapeva se fosse una cosa vera o una notte per caso. Il 17 ero invitato a casa sua, lei compiva 26 anni. Il solo scrivere questa cifra mi riempie di tenerezza. Eravamo davvero bambini. Ma il giorno prima avevo organizzato un concerto di Blumfeld ad Erfurt – una band che anche Kerstin amava. Jochen Distelmeyer l’aveva fondata quasi 10 anni prima, insieme a Peter Thiessen (che nel 2002 se ne andò e fondò Kante, la band meravigliosa di “Zombie”) ed a Michael Mühlhaus (che poi ha suonato con tutti: Die Türen, Fink, Kante, Barbara Morgenstern, Masha Qrella…), e che aveva registrato due album capolavoro. Poi aveva improvvisamente smesso, nel 1994. Tornavano cinque anni più tardi con questo nuovo album e nessuno credeva che avrebbero potuto recuperare il tempo e lo spazio perso.

L’entrata “segreta” del Liederlich Bar, aperto tutta la notte nonostante i divieti della Polizia

Organizzare il concerto era una scommessa rischiosa. Ed invece… Jochen suonava con la sciarpa, narciso senza fine, ed aveva iniziato con “Mille lacrime più in fondo”. Eravamo commossi. Ma come. Il super intellettuale, che aveva cantato il peso politico e dialettico dell’amplificatore, e leggeva lunghe poesie in politichese su un tappeto di musica volutamente assordante e ripetitivo… E lui risponde, in un rock trascinante: Il mio sistema non conosce confini. Fu un concerto indimenticabile, eravamo tutti sotto choc e grati, ed alla fine Jochen passò la notte con noi al Liederlich, suonando e spiegando a Julia Heidemeyer la filosofia di Heidegger. Kerstin al telefono mi chiese se avevo voglia di dormire da lei, dopo la festa. Ero felice come lo sono stato in pochissimi momenti della vita, perché tutto era perfetto, eravamo tutti bellissimi e pieni di energia e speranze, e nessuno di noi era talmente pieno di sé da farlo pesare a chicchessia.

Erfurt era una città piena di segni ed eloquenti presagi, ed era un aprile caldo, senza neve a terra, come un’eterna promessa. Non importa cosa sia stato dopo. I momenti di perfezione sono pochi e vanno custoditi con pazienza ed attenzione, buttando via tutto ciò che poi avrebbe potuto rovinarli. Old Nobody è questa perfezione, un album stupendo, che purtroppo non posso spiegarvi se non in questo modo noioso ed ampolloso. E la primavera del 99, per me, è stata come l’estate del 69 per Bryan Adams: il momento in cui tutto inizia e sembra inevitabilmente destinato alla felicità. In Old Nobody Jochen trova una formulazione per definire quella sensazione, con un’altra perla del disco: Status Quo Vadis. Ed ora torno da questo volo nella giovinezza e mi chiedo cosa rimanga. I ricordi, l’odore della pelle di Kerstin, e poi queste canzoni, che gonfiano il mio cuore e mi ricordano per sempre chi sono.

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CAT: Musica

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