Senza abolire la prostituzione non otterremo mai una vera uguaglianza di genere

25 Maggio 2022

Quando si parla di prostituzione sarebbe bene cominciare dallo sfatare uno dei luoghi comuni più duri a morire. Non si tratta infatti del mestiere più antico del mondo, per la ragione che non è mai stata un mestiere; bensì un destino che, nelle epoche antiche, veniva deciso quasi sempre alla nascita.
Una vera e propria storia della prostituzione che non confonda la realtà con il mito non è ancora stata scritta; tuttavia, alcune tracce di quello che significa prostituirsi si trovano nell’etimologia del termine: “prostituire” viene dal latino e significa “esporre”. A essere prostituiti, cioè esposti, come spiega nei suoi saggi la storica Eva Cantarella erano i bambini che i padri famiglia delle società guerriere antiche, innanzitutto nell’antica Grecia e a Roma, sceglievano di rifiutare e non accogliere in casa. Quei bambini, che erano molto spesso bambine giacché per le famiglie le femmine erano viste come un carico economico, venivano dunque messi in vendita, e potevano diventare schiavi e perciò, come schiavi, essere abusati anche sessualmente pagando un prezzo al loro proprietario.

Prostituzione è un verbo transitivo, non riflessivo. Venivano prostituiti, cioè messi in vendita, altri esseri umani, e particolarmente bambini, alcuni dei quali rimanevano prostituiti per tutta la vita. Si veniva prostituiti dal padre, senza che la madre avesse voce in capitolo, e dai mercanti di schiavi, e si trattava di un destino che colpiva innanzitutto le famiglie più povere (ma anche le femmine di quelle più ricche) e i bambini. La parola “puttana” ha la stessa radice di “putto”. È una derivazione dispregiativa di un termine che originariamente indicava le ragazze e i ragazzi comuni, i ragazzi poveri. La prostituzione ha sempre avuto, fin dall’origine, un imparentamento stretto con due istituti, quello della famiglia, e quello economico: destino dei figli a disposizione dei padri, ma anche fonte di arricchimento per i mercanti di sesso.

Composizione del traffico esseri umani (UNODC, 2018)

Composizione del traffico esseri umani (UNODC, 2018)

E oggi? Ancora adesso esiste un fiorente mercato della prostituzione legato prima di tutto alla povertà, intesa su scala globale. Oggi i consumi di prostituzione in Italia si stimano in una cifra pari a 4,7 miliardi di euro (dati Istat del 2019). Il numero di persone prostituite non viene raccolto né stimato da istituzioni ufficiali in questo Paese, ma le analisi dell’Osservatorio sulla tratta di esseri umani delle Nazioni Unite indicano in modo piuttosto chiaro che la povertà estrema è all’origine del traffico di esseri umani e che la percentuale maggiore del traffico è destinata allo sfruttamento sessuale, e colpisce donne e bambine in percentuale soverchiante: il 90% delle persone trafficate a scopo sessuale è donna, adulta (74%) o bambina (16%). Di contro, pressoché la totalità dei clienti della prostituzione sono uomini. Le donne clienti rappresentano una quota talmente bassa da non entrare neanche nel sistema percentuale.

Quanti siano i fruitori della prostituzione nel nostro Paese non è un dato facilmente recuperabile dalle statistiche ufficiali. Alcuni siti come Escort Advisor che radunano almeno una parte di clienti della prostituzione permettendo loro di trovare donne prostituite – oltre 100mila numeri di cellulare disponibili – offrono spaccati dei numeri relativi al traffico sul loro sito. A fine 2021, il sito dichiarava di ospitare circa 161mila utenti registrati, ma ben 36 milioni di utenti unici. Le ricerche effettuate sul sito, nel corso di un intero anno, sono state oltre 560 milioni.

“Si parla molto di una prostituzione legata alla libera scelta che andrebbe riconosciuta come un lavoro qualsiasi. Ma a tutti gli uomini clienti della prostituzione, sia che si rivolgano ai siti sia che adottino altri sistemi per trovare prostitute, non interessa che quelle donne siano a loro disposizione perché vittime di tratta, per scelta obbligata dal bisogno, o per convinzione. Né gli interessa, in molti casi, quanti anni hanno, o da dove arrivano. Anche per questo la prostituzione è un fenomeno di genere, costruito sulla disuguaglianza di genere e volto ad alimentarla”, commenta a Gli Stati Generali la senatrice del Movimento 5 Stelle Alessandra Maiorino. “Si tratta di un ruolo di potere maschile, si esercita attraverso l’acquisto di un ruolo femminile dovuto alla subordinazione sociale. Quest’ultima può dipendere da numerose variabili, ma è una subordinazione che ai clienti sta benissimo in ogni caso. E anche le rare volte che si acquista la sottomissione di un altro uomo, permane l’esercizio di una disparità di potere. Per questo, senza abolire la prostituzione, non otterremo mai una vera uguaglianza di genere.” Lo scorso febbraio, Maiorino ha presentato un disegno di legge finalizzato a colpire la domanda di prostituzione – i clienti – attraverso un percorso graduale di sanzione e ammonizione, e solo in ultima battuta di repressione. Il 6 aprile scorso il ddl è stato assegnato sia alla commissione Affari Costituzionali sia a quella Giustizia per la discussione, tuttavia le speranze che la legge veda la luce entro la fine di questa legislatura sono poche. “Per me è importante lasciare una pietra del percorso fatto in questi anni, innanzitutto con l’indagine conoscitiva del fenomeno della prostituzione realizzata al Senato dalla Commissione Affari Costituzionali. E non certo perché ottenere una legge abolizionista non sia urgente”, afferma Maiorino. “Abbiamo visto, anzi, che con lo scoppio della crisi ucraina e l’arrivo di tante donne e bambine profughe, immediatamente gli osservatori e i centri contro la tratta degli esseri umani si sono attivati per sorvegliare e denunciare la mobilitazione della rete di trafficanti che vorrebbero spingere queste donne nella prostituzione. La questione ucraina, la consapevolezza del rischio delle donne ucraine di finire sul mercato, dovrebbe portare tutti alla coscienza che è necessario stringere le maglie, per proteggere la vita di queste donne. E colpire la domanda di prostituzione è il modo più efficace per stringere le maglie.” Lo dimostra anche la recente denuncia dell’OSCE – Organizzazione europea per la sicurezza e la cooperazione – secondo cui la ricerca di donne ucraine in prostituzione è aumentata del 200% nei motori di ricerca, mentre le chiavi di ricerca riguardanti l’Ucraina sono cresciute del 600% nei siti pornografici”, come riporta Repubblica.

Immagine di uno dei video realizzati da Adelina Sejdini nella sua campagna "Libera la vita"

Immagine da uno dei video di Adelina Sejdini per la sua campagna “Libera la vita”

L’indifferenza dei clienti alla vita delle prostitute fu d’altro canto ben dimostrata, anni fa, dall’attivista per l’abolizione della prostituzione Adelina Sejdini, vittima di tratta dall’Albania e protagonista, grazie alle sue denunce, di una storica operazione giudiziaria che portò a decine di condanne. Adelina Sejdini, anche lei audita al Senato in occasione dell’indagine conoscitiva della commissione Affari Costituzionali, aveva realizzato sulla strada una serie di video in cui parlando con i possibili clienti raccontava di essere una vittima di tratta, registrando il loro più totale disinteresse nei confronti della sua condizione. A novembre scorso, Sejdini si è suicidata da un ponte a Roma dopo una lunga e accorata denuncia delle discriminazioni che aveva vissuto da parte delle istituzioni nei suoi ultimi mesi. Il suo impegno a fianco delle vittime di tratta e delle donne prostituite è composto di numerosi interventi e di testimonianze, compreso di scontri con quel mondo progressista che invece di battersi per il diritto delle donne a non prostituirsi, sembra aver da qualche anno la piega opposta: fare della prostituzione solo una questione di “stigma da combattere”, un mestiere come un altro che va perfettamente regolamentato e sottratto all’illegalità per ripulirlo della sua cattiva immagine, la quale sarebbe legata a forme di sostanziale sessuofobia. Una posizione recentemente espressa anche da un opinionista illustre come Roberto Saviano. La regolamentazione che questo settore richiede è quella del mercato prostituente. La legge Merlin attualmente in vigore non punisce infatti la prostituzione, mentre considera criminale lo sfruttamento e il favoreggiamento.

“Se il problema della prostituzione fosse solo lo stigma sessuofobo, le condizioni di vita e lavoro delle donne prostituite nei luoghi dove il mercato è perfettamente legale, come in Germania, dovrebbero essere serene. E invece quelle donne, come è stato affermato dall’attivista Ingeborg Kraus durante la nostra indagine conoscitiva, vivono l’inferno in Terra”, spiega Maiorino. Un inferno fatto di almeno il 90% di donne prostituite che non lo sono per propria volontà, secondo le ricerche svolte dagli ufficiali di polizia tedeschi. La regolamentazione non ha fatto altro che dare ai trafficanti la possibilità di portare ancora più carne da macello – innanzitutto dai paesi dell’Est Europa – nel mercato tedesco, e di poterlo fare alla luce del sole. Sono cioè i trafficanti e gli sfruttatori, oltre ai clienti, gli unici ad aver acquisito maggiore serenità.

La ratio della legge Maiorino è quella di proseguire sulla scia della legge Merlin, i cui principi di base sono stati ribaditi dalla sentenza della Corte Costituzionale del 2019. La Corte ha stabilito che “i diritti di libertà hanno a che fare con la tutela e lo sviluppo del valore della persona, laddove l’offerta di prestazioni sessuali verso corrispettivo configura una mera forma di attività economica e nulla ha a che fare con la libera sessualità in quanto tale”, si legge nella relazione finale dell’indagine conoscitiva. “La direzione è chiara, ed è la stessa della risoluzione Honeyball approvata dal Parlamento europeo già nel 2014: andare verso l’abolizione della prostituzione, che non potrà mai essere considerata un lavoro come un altro giacché, per citare sempre la Corte Costituzionale, ‘riduce la sfera più intima della corporeità a livello di merce a disposizione del cliente'”.

Delia Josefa Escudilla, sopravvissuta e attivista argentina “Soy abolicionista porque fui la puta de todos”

Delia Josefa Escudilla, sopravvissuta e attivista argentina “Soy abolicionista porque fui la puta de todos” (fonte: Resistenza Femminista)

Disposizione. È questa la parola chiave, a dimostrare che il problema quando si parla di prostituzione non è la sessuofobia, ma semmai un’altra forma di moralismo, quella secondo cui è scandaloso che un uomo non possa reclamare corpi di donna a sua disposizione. “Quando si è diffusa la notizia della presentazione del DDL Maiorino”– racconta a Gli Stati Generali M., un attivista della pagina contro il sistema prostituente “Sex Industry is violence” che per ragioni di sicurezza preferisce rimanere anonimo – “ci hanno contattato diversi Incel scandalizzati. Uno ci ha scritto: ‘Vi rendete conto che con una legge simile ogni donna si dovrà preoccupare di non essere stuprata per strada?’. Un altro ci ha scritto: ‘Complimenti, andare a togliere l’unica valvola di sfogo a milioni di uomini esclusi dal mercato sessuale. Poi gli attentati e le stragi Incel non si conteranno più. […] All’orizzonte c’è la rivoluzione Incel, migliaia se non milioni di maschi incazzati perché non scopano, che uccidono chiunque gli si pari davanti.’ Ci sono tantissimi uomini che reputano l’accesso ai corpi delle donne un intoccabile diritto maschile, la cui mancata soddisfazione giustifica anche lo stupro e la violenza o addirittura la rivolta sociale; tanto una donna vale l’altra e se non ne trovo una a pagamento devo avere diritto a razziarne un’altra.” I commenti e le recensioni – così le chiamano sui portali – che i clienti della prostituzione condividono l’uno con l’altro sono scritti utilizzando un codice terminologico tutto loro, in cui le donne vengono divise per pezzi di carne in base all’accessibilità. Se n’è occupato anni fa anche il giornalista RAI Riccardo Iacona, che nel libro “Utilizzatori finali” racconta come fra gli utenti del famoso sito di aggregazione di clienti della prostituzione “Gnoccatravels” sia in uso un vero e proprio dizionario della disumanizzazione, che per i clienti si traduce nel registro delle loro imprese di conquista. “La vera faccia della prostituzione è la misoginia contenuta nelle recensioni che mostriamo”, prosegue M. “Per i clienti le prostitute non sono persone, sono oggetti da usare. Le cosificano attraverso un linguaggio discriminatorio: le prostitute italiane sono “melanzane”, quelle rumene sono “draculiane” e così via. Non ha senso parlare di libera scelta nella prostituzione. Per il cliente non fa alcuna differenza che le donne che abusa siano lì perché costrette oppure no. Lui non le vede neanche come persone, e lo dimostra perfettamente il modo in cui descrive le sue esperienze”. “Sex Industry is violence” lo documenta da anni, per questo nel tempo il gruppo di attiviste e attivisti ha ricevuto numerose minacce e insulti, soprattutto da parte dei clienti. “In questi anni ho capito che noi uomini siamo il cuore del sistema prostituente, è il potere che abbiamo nei confronti delle donne che ci stuzzica a esercitare il dominio e a praticare l’umiliazione. È giusto che la legge sottragga agli uomini questo potere”.

Sottrarre potere non significa criminalizzare: diversamente da come numerose polemiche hanno dato a intendere negli ultimi mesi, la legge Maiorino è piuttosto prudente nel modo in cui colpisce i clienti. “La prima forma di intervento è una sanzione amministrativa e pecuniaria. Poi scatterà l’ammonizione orale del Questore, uno strumento che si è già rivelato efficace nei casi di contrasto alla violenza maschile e allo stalking, con un crollo dei casi fino al 90% nei luoghi dove è stato adottato. Se nell’arco di ben cinque anni un soggetto già ammonito dovesse incappare in una recidiva, allora interviene la reclusione”. “Si tratta di un percorso graduato, frutto di una mediazione che era evidentemente necessaria in questo momento politico”, commenta l’avvocata Grazia Villa, esperta di diritti delle donne. “In passato abbiamo già avuto tentativi di attuare una legislazione che colpisse la domanda e lo facevano in modo anche più drastico”, ricorda. “La legge Maiorino non è una novità assoluta in questo senso, la novità è che ha integrato nella sua legge il sistema dei CAM, i Centri di ascolto per gli Uomini Maltrattanti” fortemente voluti proprio dalla senatrice cinquestelle in passato. I CAM sono luoghi in cui gli uomini si fanno carico in prima persona, in quanto offender, di percorsi per fuoriuscire dai comportamenti violenti. “La prostituzione è esercizio di abuso e violenza e come tale va riconosciuta”, commenta Ilaria Baldini, attivista di Resistenza femminista, una delle organizzazioni più attive nel movimento abolizionista. “La legge Maiorino in questo senso è per noi  da salutare con favore, perché nasce dall’ascolto attivo e attento delle femministe; e per quanto crediamo si possa andare ancora più a fondo nella denuncia del sistema patriarcale e misogino da cui ha origine la pratica prostitutiva, possiamo essere soddisfatte di questo principio di riconoscimento di una realtà elementare: che la prostituzione è donna nell’offerta, e uomo nella domanda. E che se vogliamo mettere fine alla violenza maschile contro le donne, bisogna abolirla”.

TAG: #dirittidelledonne, femminismo, leggi, Maiorino, prostituzione
CAT: Questioni di genere

Un commento

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  1. andrea-lenzi 1 mese fa

    finché il parlamento sarà cattodemente non avremo ma leggi civili come la legalizzazione della prostituzione, l’eutanasia, il matrimonio egualitario, la maternità surrogata, la ricerca sulle staminali embrionali et cetera, né la chiesa pagherà le tasse che ci deve e continuerà ad accumulare priviliegi e farsi pagare cappellani militari e negli ospedali 10 miloni all’anno, a farsi manutenere le chiese dagli oneri di urbanizazzione secondaria comunali e centinaia di altri.

    Occorre togliere dalla scuola e dagli ospedali pubblici la propaganada religiosa e gli adulti di domani saranno sempre meno cattodementi e la chiesa avrà sempre meno forza sul parlamento
    Se

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