Premio Giovani Realtà del Teatro: chi ha vinto (e perché)

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26 novembre 2017

Nella miriade di premi (e riconoscimenti, medagliette, diplomi) che fanno brillare il teatro italiano, ce ne sono alcuni che si stagliano per storicità, professionalità, acutezza di sguardo e prospettive. Premi, insomma, che, pur non esenti da problematicità, davvero incoraggiano il nuovo teatro e anzi rappresentano, a volte, il principale se non unico viatico per i giovani artisti di poter mostrare le proprie creazioni e sperare in qualche circuitazione degli spettacoli.

Allora, accanto al premio “Scenario”, al premio “Dante Cappelletti”, al premio “Inbox” – sicuramente i più seri e accreditati – ne stanno crescendo altri, di indubbio interesse.

Mi piace segnalare, ad esempio, il premio Giovani Realtà del Teatro, promosso e organizzato dalla Civica Accademia “Nico Pepe” di Udine. Sono stato in giuria di questa decima edizione: una giornata, a tempo pieno – dalle dieci di mattina a sera – scandita da studi di spettacoli di una ventina di minuti (un po’ meno per i monologhi) per 23 compagnie provenienti da tutta Italia.

I premiati della decima edizione del premio Giovani Realtà

Uno spaccato notevole, dunque, con cui si sono confrontate le diverse giurie – quella artistica, quella dei giornalisti, quella dei docenti della scuola e infine quella composta dai vincitori delle passate edizioni, quella del pubblico e degli studenti – che offre diversi spunti di riflessione.

Ferma restando la vivacità delle proposte, articolate in codici e dinamiche diverse, ricorrono alcuni temi, che diventano spesso vere e proprie ossessioni. Primo fra tutti quello dell’identità, ovvero della crescita personale, del faticoso raggiungimento dell’adultità. La questione attraversa numerosi allestimenti, torna come spaesamento, come problema irrisolvibile, come difficoltà di stare al mondo. L’alterità è il grande nodo, la paura o la difesa sono le chiavi per affrontarla: magari esaltando l’Altro in nome di una necessaria accoglienza, oppure sfuggendolo. Notevole è il ricorso a lingue altre, ancorché simulate: l’accento “slavo”, ad esempio, che fa da specchio al multietnico problematico d’oggi. Non mancano fragilità: soprattutto le drammaturgie, che sono quasi sempre “originali” – solo un paio si appoggiano, pur tradendo, a testi consolidati – svelano a volte il fiato corto, improntate spesso a una urgenza che è frutto d’attualità imposte e cogenti, ma che non travalica la scenetta.

L’altra questione emblematica è quella professionale, lavorativa, ovviamente strettamente collegata alla precedente: non pochi spettacoli affrontano il tema economico, il collocamento sociale e lavorativo in prospettive che non escludono ansia e depressione. Ma non per questo si rinuncia all’ironia, alla comicità, addirittura alle “caratterizzazioni”: molti personaggi sono affrontati in chiave  macchiettistica, anche troppo, a volte scadendo in una manierata bidimensionalità, per cercare l’immediato ritorno in termini di consenso, di condivisione attraverso il meccanismo della gag accattivante.

Il rischio, su tutto, è che la questione “smarrimento esistenziale” diventi un “classico”, oppure un luogo comune – tanto è condivisa – ovvero un cascame addirittura reazionario: la semplice descrizione rischia di diventare accettazione, se non è accompagnata da uno scarto, da una denuncia, da una proposta alternativa, o quanto meno da una decisa presa di posizione. Insomma, una generazione che rischia di apparire “indecisa a tutto”, quando invece sappiamo bene che non è così.

Vanessa Korn in Je suis la mer,  foto di Luca d’Agostino

Il livello medio delle presentazioni, però, è decisamente accettabile, con punte notevoli. Le giurie hanno dovuto scremare tra le tante proposte, ma, indipendentemente dall’assegnazione o meno dei premi, vale sottolineare la sincera adesione di tutti, la professionalità e l’entusiasmo (con una buona dose di emozione) con cui i giovani gruppi hanno affrontato il concorso, sostenendosi vicendevolmente.

Tra i riconoscimenti assegnati, alcuni mi rendono particolarmente soddisfatto. Il premio della giuria artistica è andato al progetto Ou les Fleurs Fanent (nella foto di copertina, interpretato da Faustino Biancut, Marianna Moccia, Mariangela Giacobini, Francesco Russo e la bella regia di Natalia Vallebona), divertente e originale commistione di teatro e danza, scavallando codici e canoni, in una parodia delle relazioni tra i sessi, delle dinamiche teatrali e creative di assoluta qualità. Un lavoro da veder crescere e seguire attentamente.

Effetto Werther, regia di Gianluca Ariemma, foto di Luca d’Agostino

Un premio speciale è andato al progetto Effetto Werther, con Marcello Gravina, Arianna Serrao, Gianluca Ariemma, che ne firma anche  la regia: curiosissima drammaturgia sul filo del noir, che mette in scena uno stralunato e ambiguo menage a trois. Scrittura potente, interpretazione incisiva, caustica ironia. Aspettiamo con interesse gli sviluppi.

Tre monologhi ancora da ricordare: il primo è Gran ghetto (premio della giuria dei giornalisti) racconto di caporalato e sfruttamento, di meridione e immigrazione, interpretato con slancio mimetico da Francesco Zaccaro e diretto da Ivano Picciallo. Intriga la surreale comicità di Ass-Holo, del bravo Niccolò Tommaso Pace (vincitore nella categoria monologhi) che a me ricorda il miglior Paolo Panelli: la tragedia di un uomo comune alle prese con lo sfruttamento e la parcellizzazione del lavoro e della propria esistenza.

Mi è piaciuto anche I comizi del fogna, storia dal forte tasso alcolico, ambientata tra i canali di una Venezia solfurea e decadente, interpretato con garbo da Alberto Ierardi, che evoca la caustica ironia tra Enzo Jannacci e Paolo Rossi, con la regia elegante di Giorgio Vierda.

I comizi del Fogna, foto di Luca d’Agostino

A completare il palmares: la giuria Docenti della “Nico Pepe” ha premiato Meno male che c’è la luna (con Jacopo Bottani e Luca Oldani); la giuria dei Premiati ha espresso la propria preferenza per il gruppo proveniente dall’Estonia con Persona (con i bravi Rauno Kaibiainen, Merilin Kirbitis, Kristina Poldma, Tanel Ting, regia dell’italiano Matteo Spiazzi), commovente narrazione minimale che evoca lo stile di Famiglie Floz,  mentre il vincitore votato dagli allievi della “Nico Pepe” è Je suis la mer, monologo interpretato con freschezza e viva partecipazione dalla brava Vanessa Korn.

Altra menzione speciale, meritata, a Colline, che Andrea Volpetti e Francesca Ritrovato hanno tratto da un racconto di Hemigway. Infine il premio del Pubblico è stato assegnato a Super Spicy Market, commedia sociale al femminile intepretata da Lidia Castella, Silvia De Bastiani, Elena Nico e Alessandra Quattrini.

E se i lavori della mattina erano stati aperti da Debora Serracchiani, presidente della Regione, a premiare il vincitore ha pensato Massimo Popolizio, a Udine con lo spettacolo Copenaghen, mentre il sindaco, Furio Honsell – da sempre vicino alla “Nico Pepe” e spettatore appassionato di teatro – ha inaugurato il nuovo anno accademico, con un bel discorso in cui ha richiamato alla responsabilità quanti si occupano, a vario livello, di cultura, di arte, di società.

Resta da dire del bellissimo coinvolgimento di tutti gli allievi della Accademia di Udine: chi faceva da tutor ai gruppi partecipanti, chi presentava i lavori in programma, chi si precipitava a sgomberare il palco per preparare il “set” successivo, e tutti, instancabili, ad applaudire i colleghi più grandi che facevano spettacolo. Una partecipazione che dà il clima emotivo di festa, di  gioiosa kermesse a questo premio: è lo spirito cercato dal direttore Claudio De Maglio e da tutto l’ottimo corpo docente. E non è un caso che l’Accademia “Nico Pepe” stia crescendo così bene nel novero delle scuole di teatro italiane.

TAG: Accademia Nico Pepe Udine, Claudio de Maglio, debora serracchiani, Furio Honsell, Premio Giovani Realtà del teatro
CAT: Teatro

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