L’Alitalianità ci fa male, lo so

26 luglio 2018

È difficile capire che cosa succederà nel prossimo futuro ad Alitalia, ma è soprattutto noioso chiederselo. I commentatori si sono soffermati sulla dichiarazione del Governo per cui lo Stato avrà il 51% del capitale e sull’altra, non si farà lo “spezzatino”, ma si tratta di una non-notizia, perché il combinato disposto delle due dichiarazioni è semplicemente il conservare Alitalia così com’è. Non c’è nessuna novità oggi rispetto a quanto è avvenuto negli ultimi quindici mesi, se non un po’ di sfacciataggine nel rinnegare la cosiddetta privatizzazione fatta dal Governo Berlusconi dieci anni fa.

Rigettata in nome dell’italianità la vendita tout court al gruppo Air France-KLM che era stata concordata da Prodi appena prima delle elezioni, il vincitore Berlusconi appoggiò invece il piano alternativo preparato da Intesa Sanpaolo, che prevedeva la fusione con la compagnia privata AirOne, pesantemente indebitata con la banca e l’approdo al comando un gruppo di imprenditori-finanzieri estranei al settore, senza dunque know-how, attratti dal monopolio apparentemente concesso sul traffico nazionale e dalla speranza di ottenere in cambio la benevolenza del potere, ciascuno nel proprio business, con Air France KLM come socio di minoranza, ma speranzoso di arrivare prima o poi alla fusione con la compagnia aerea italiana.

Alitalia non ha mai smesso di perdere, la posizione dominante nel mercato nazionale si è sgretolata per il continuo aumento delle quote di mercato dei vettori low cost e per il successo dell’Alta Velocità ferroviaria, mentre sul mercato dei voli intercontinentali l’impossibilità di investire miliardi per aumentare la flotta l’ha lasciata ad un livello di nanismo, ha dimensione inferiore a quella di Swiss, senza averne i ricchi clienti.

Consumato il patrimonio dalle perdite, esattamente come succedeva all’Alitalia statale dei decenni precedenti, la bancarotta è stata evitata forzando le due banche principali del Paese, insieme alle Poste, a ricostituire il capitale e prendere nominalmente la maggioranza, questa volta affiancando l’araba Etihad, sotto la cui gestione le perdite sono salite ulteriormente e la cassa è restata vuota un’altra volta.

A maggio 2017, abortito un accordo con i dipendenti per risparmiare qualche spicciolo, le banche hanno sventolato bandiera bianca e a fornire i soldi per tirare avanti è stato il Tesoro, apparentemente con l’intenzione di trovare un compratore. C’è voluto poco per capire che nessuno avrebbe acquistato Alitalia senza poter intervenire chirurgicamente, il Governo Gentiloni si è baloccato con scuse degne di Penelope, nessuna offerta andava mai bene e l’intenzione era proprio quella di lasciare la patata bollente a chi avrebbe vinto le elezioni.

Ora i pavidi vincitori non hanno alcuna intenzione di fare quello che non osarono i predecessori, la saga di Alitalia ha come novità che non c’è più alcun fesso a cui vendere questa Alitalia, con l’obbligo di non ristrutturarla e non licenziare migliaia di dipendenti. Altro padrone non può esserci che lo Stato. Facendo di necessità virtù, si issa la bandiera dell’italianità e si “nazionalizza”, anche se Alitalia è interamente dello Stato dal maggio dell’anno scorso e a nazionalizzarla di fatto è stato Gentiloni.

Per non andare platealmente allo scontro con Bruxelles si è deciso che lo Stato avrà il 51%, la vera notizia è dunque che si deve trovare uno o più compratori per il restante 49%. E qui è il punto: si tratterà di avatar dello Stato, organizzazioni formalmente diverse, ma tutte facenti capo allo Stato come la Cassa Depositi e Prestiti, Invitalia, le FS oppure ci sarà qualcuna delle compagnie aeree che comprerebbero qualche pezzo di Alitalia, se si accettasse lo spezzatino?

Per ora non si sa nulla. Più probabilmente il 100% del capitale, che altro non è che quello che resta del prestito ponte, resterà sotto il controllo statale, fino a quando le perdite non avranno nuovamente azzerato la cassa e allora si potrà ripetere il ritornello, ripianare le perdite come ai temi dell’IRI, riparlare di chiusura o di vendita. Che noia.

Intanto là fuori il settore aereo cresce tumultuosamente, le compagnie aeree hanno fatto enormi profitti negli ultimi anni, hanno ingrandito le proprie flotte tanto che si disputano i piloti a suon di rilanci come se fossero centravanti. E Alitalia è sempre più un nano irrilevante, una bandiera di cui non è proprio il caso di vantarsi.

 

TAG: Air France, alitalia, berlusconi, Colaninno, etihad, prodi
CAT: trasporti (aerei, ferrovie, navi, bus)

Un commento

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  1. gianmario-nava 3 settimane fa
    Di Maio si sbilanci e dica in quanti anni lui riporterà in utile Alitalia. Possiamo concedere fino alla fine naturale della legislatura. C'è gente che in quel lasso di tempo e partendo da zero ha fatto faville. Faccia faville anche lui.
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