Italiani cattiva gente

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11 maggio 2017

Il mito degli «italiani brava gente» è stato ampiamente smentito dalle indagini degli storici, ma nella cultura popolare persiste ancora: non c’è una consapevolezza diffusa dei crimini italiani in Libia, che qualcuno ha avvicinato a un vero genocidio, dei massacri degli etiopi con i gas, del ruolo da protagonisti degli italiani nella Shoah, della violenta repressione operata in Jugoslavia – solo per fermarci agli anni del fascismo e della guerra. L’assenza di una “Norimberga italiana”, intesa come processo ai nostri criminali di guerra, insieme con l’affermarsi appunto del mito degli «italiani brava gente» diffuso da ambienti interessati a edulcorare il nostro passato, ci ha portati ad adottare uno sguardo indulgente su noi stessi, sulla nostra storia e perfino sul nostro presente. Così tendiamo a riflettere poco sulle conseguenze delle nostre parole e azioni, erroneamente convinti di non essere, come popolo, capaci degli orrori che attribuiamo soltanto agli altri. Lo stesso basso livello di attenzione viene dalla politica, incapace di svolgere quel ruolo pedagogico di incanalamento e disinnesco dell’odio politico, razziale e di altra natura, ruolo che altrove, in paesi che maggiormente hanno pagato per il proprio passato criminale (come la Germania), il ceto politico è capace ancora di ricoprire. Si ha anzi l’impressione che la politica post-partitica sia soltanto nel migliore dei casi un passacarte del sentimento popolare, quando non è essa stessa fomentatrice dell’odio.

Il difetto o pregio dei social network è quello di aver fatto emergere ciò che un tempo si sussurrava con gli amici, si raccontava al bar con la scusa di un bicchiere di troppo, si circoscriveva negli incontri famigliari o associativi. Qualche esempio di questa violenza, che non ci rende diversi dagli altri popoli, si può leggere nei commenti a un post che Giorgia Meloni ha scritto per esprimere cordoglio e condanna per la morte di tre sorelle, arse vive in un camper. Il dettaglio che le tre vittime fossero rom, giustamente tralasciato dall’onorevole che ha pensato soltanto agli esseri umani, non è passato invece inosservato tra i commentatori, di cui possiamo vedere un campionario:

“Commenti al post Facebook di Giorgia Meloni del 10/05/2017, h. 18:56”

Da chi ha minimizzato ritenendo il delitto meno grave perché questi rom sono di origine bosniaca, a chi ha colpevolizzato i genitori o la stessa cultura rom come responsabile ultima dell’incendio, a chi si è augurato che tutti i rom possano morire. Molti di questi commentatori nei loro profili espongono con orgoglio simboli religiosi, molte commentatrici mostrano fotografie dei loro figli. Nessuno di questi si è fermato a riflettere: l’Italia e gli italiani hanno un fardello morale, sulle loro spalle e sulla loro coscienza, per avere attivamente partecipato al Porajmos, il genocidio dei rom e dei sinti, compresi quelli italiani, nella seconda guerra mondiale. Gli italiani internarono i loro connazionali di cultura nomade ben prima dell’arrivo dei tedeschi e aiutarono i nazisti a deportarli nei campi di sterminio. Forse qualcuno dei commentatori rivendica questa storia, ma forse altri, se avessero come interlocutori dei politici seri e preparati, capaci di sopperire al percorso di studi insufficiente dei propri elettori, ripenserebbero alle modalità con cui esprimono il proprio disagio e le proprie frustrazioni.

Nel profilo Facebook di un popolare parlamentare dei Cinquestelle, l’on. Carlo Sibilia (ma avrebbe potuto essere anche qualcun altro), in cui si parla del caso che coinvolge Maria Elena Boschi, non mancano insulti sessisti (in genere con riferimenti alla prostituzione) e perfino auguri di morte. Molti tra questi commentatori hanno nei loro profili video in cui denunciano la violenza sugli animali – ma non esitano a propugnare quella su una donna – oppure mostrano fotografie con la propria figlia o la propria fidanzata. Senza rendersi conto che anche la loro figlia, purtroppo, prima o poi incontrerà qualche uomo misogino e violento che, per una qualsiasi ragione, nel mondo del lavoro o nella vita di tutti i giorni, la insulterà con le stesse parole che loro rivolgono oggi alla donna politica tanto odiata:

“Commenti al post Facebook di Carlo Sibilia del 10/05/2017, h. 12:14”

E qui c’è da chiedersi perché lo staff del parlamentare non intervenga con una moderazione dei commenti, magari riprendendo i propagandisti dell’odio: questo deve fare la politica. Ma forse, questa ossessione per una politica che recepisce i sentimenti della “gente” ha del tutto oscurato le necessarie distinzioni tra sentimenti, odio e violenza.

TAG: Facebook, politica, storia e memoria, violenza
CAT: discriminazioni, Partiti e politici

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