Il disordine nuovo

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6 dicembre 2016

«Le potenze di questo mondo si dividono visibilmente in due gruppi non simmetrici: da una parte le autorità costituite e dall’altra la folla. In genere, le prime prevalgono sulla seconda; in periodo di crisi, succede l’inverso. Non soltanto la folla prevale ma essa è una specie di crogiolo dove vengono a fondersi anche le autorità più consolidate. Questo processo di fusione assicura la riformazione delle autorità grazie al capro espiatorio, ossia al sacro».

(René Girard – Il capro espiatorio, Adelphi, 1999)

 

Lo spoglio dei voti non era nemmeno terminato e già si notavano le prime mani avanti, i primi distinguo, i primi scaricabarile. «il mio no è differente», si affannano a dichiarare i tanti benintenzionati di Sinistra, in lieve imbarazzo di fronte a certi loro compagni di strada. «E comunque è stato Renzi a voler personalizzare il referendum!». Il che è vero. Come è vero che se Renzi non l’avesse fatto, ci avrebbero comunque pensato i suoi avversari. E, al di là di tutto, è ragionevole che un governo resti in carica quando una riforma costituzionale che è il cuore stesso, il pilastro del proprio programma viene rifiutata dal 60% dell’elettorato? Certamente no. Inutile tentare di eludere la natura politica o minimizzare gli effetti del voto.

Con la vittoria del No, a mio avviso si chiude quella che abbiamo chiamato Seconda Repubblica. Non ho idea di quando e come verrà inaugurata la Terza, ma il percorso del Paese sin qui è abbastanza lineare. Siamo arrivati impreparati alla caduta dei muri e alla globalizzazione dei mercati e stiamo andando alla cieca da un quarto di secolo. Al netto di ogni sacrosanta critica possibile, le riforme, che Renzi ha semplicemente copincollato da vari programmi della Sinistra dagli anni Ottanta in poi, avevano appunto lo scopo di attrezzarci meglio rispetto agli scenari di un mondo sempre più piccolo. Una condizione necessaria, ma tutt’altro che sufficiente a garantire di nuovo il benessere diffuso, in un futuro non troppo lontano. La riforma delle istituzioni è il comburente senza il combustibile (i capitali). L’uno in teoria dovrebbe portare l’altro.

Nel mentre, l’economia non riparte e lo sciacallaggio del disagio – ingegnerizzato per il web nel caso di Casaleggio & Grillo, più ruspante e piazzaiolo in quello di Salvini – fa il resto, sfrondando la complessità a colpi di roncola per trovare tra le frasche il capro espiatorio preferito del momento: il migrante. «No ti vedi che semo pieni de negri, par colpa de Rensi?». Così si è espressa un’abitante del quartiere popolare in cui ho fatto volantinaggio durante la campagna. Una tra i tanti. A poche centinaia di metri da lì, BoBo e Sinistra identitaria hanno punito Renzi per la sua lontantanza estetica – e quindi morale – dal loro mondo, e si è alla fine compiuta la vendetta che i dirigenti PD rottamati e i loro sottopancia avevano giurato nel 2013.

Chi non dorma in piedi o sia in malafede sa bene come l’insistenza di costoro sulla questione sociale e sugli strappi di Renzi col mondo del lavoro sia puramente strumentale. Quando i vari D’Alema, Bersani & C. parlano della “nostra gente”, omettono di precisare che la “nostra gente” oggi vota Grillo o Salvini anche per colpa loro. La disaffezione dei salariati e il mal di pancia della base sono fenomeni che risalgono a tempi in cui Renzi era noto soltanto agli spettatori della Ruota della Fortuna. La battaglia di Baffino è una battaglia tutta interna al ceto politico, che ha voluto defenestrare il giovane arrogante a spese di tutto il partito e di tutto il Paese. I notisti politici potranno seguire con passione le prossime evoluzioni di queste facce di culo. Io, dopo aver visto il terzo governo di centrosinistra abbattuto dal fuoco amico, mi limiterò a fare di tutto perché le nostre strade non si incrocino più.

Guardando al futuro prossimo, ciò che davvero conta è il messaggio, chiarissimo, che gli Italiani hanno lanciato, identificando in Matteo Renzi un’incarnazione, un agente di tutto ciò che temono, di volta in volta rappresentato da Unione Europea, JP Morgan, Trilateral, ecc.: in buona sostanza, il mondo globalizzato, senza più confini né sicurezze (non male, per uno scout della Valdarno…). A spingere verso i seggi persino gli impolitici è stato quindi l’odio profondo per Renzi, ma anche il desiderio di mantenere quell’anarchia non-solidale, quella competizione tra clan che è poi la forma costitutiva di (s)governo di questo Paese da sempre e, forse, per sempre. Chi anela al potere e chi ha paura del potere, tutti uniti contro Renzi, ma anche contro la democrazia liberale in sé.

Gli effetti giuridici delle modifiche alla Costituzione poco c’entrano con tutto questo, la Carta qui è semplicemente l’oggetto simbolico di un’operazione rituale: il sacrificio del capro espiatorio. La semplicità del quesito reale («volete tenervi Renzi?») e la naturalezza della negazione in una fase di crisi spiegano la grande affluenza e il carattere di questo voto. A muoversi è stata la folla, al di là delle singole appartenenze. Al suo interno, tanti cittadini che, dopo anni di astensionismo, hanno deciso di mettere la testa fuori dal loro buco per esercitare la pars destruens della partecipazione democratica, e l’hanno fatto con rabbia. Una rabbia che ognuno di noi sperimenta ogni giorno in amici, colleghi, conoscenti, una forma lievemente ossessiva che ha trovato nella caduta di Renzi il suo climax.

Molta energia è stata liberata, altra lo sarà molto presto, come in un Vajont politico. È evidente il carattere reazionario di questa spinta, è evidente come la situazione prefascista che ha cominciato a crearsi dalla crisi del governo Berlusconi, cinque anni fa, sia arrivata al punto di svolta. Le destre – M5S, Lega di Salvini, fascisteria residua e avanzi di berlusconismo – cercheranno una qualche forma di coalizione. La variabile della legge elettorale è importante ma non centrale. Si adatteranno. Subito dopo, quando i guastatori avranno finito il loro lavoro preparatorio, sorgerà il fascismo 2.0. Se gli Italiani lo vorranno.

TAG: destra radicale, la situazione prefascista, Matteo Renzi, populismo, referendum, Riforma costituzionale, sinistra identitaria
CAT: Governo, Partiti e politici

5 Commenti

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  1. alfio.squillaci 10 mesi fa
    Federico, mon semblable, non frère, condivido parola per parola ciò che hai scritto con la lucidità e chiarezza che a me mancano sempre più per via della stanchezza antica e della nuova afflizione in cui sono caduto dopo il voto. Grazie di cuore.
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  2. federico.gnech 10 mesi fa
    Grazie Alfio..non è una consolazione da poco avere dei simili e dei fratelli in momenti come questo.
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  3. enea-melandri 10 mesi fa
    No, io non ho votato sul Governo, ho votato per respingere una Costituzione scritta coi piedi. http://fareprogresso.it/vedi_fp_full.php?id=2725&ref=sg
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  4. partodomani 10 mesi fa
    Un pensiero di rara lucidità, Federico. Grazie davvero. Tuttavia, osservando gli accadimenti degli ultimi due anni da un punto di vista interno, credo sia necessario evidenziare altre due cose: 1) Il livello di aspettative rispetto a questo governo è stato altissimo; il presidente del consiglio e tutto il gruppo di Palazzo Chigi ha fatto poco o nulla per attenuarlo - forse per un calcolo rispetto al consenso (dopo di me il diluvio...). 2) Da inizio 2016, l'intera "narrazione" di Renzi è stata, appunto, una narrazione, priva del necessario raccordo con la realtà. Per mesi ha continuato a dire che i conti miglioravano, la disoccupazione scendeva e l'economia ripartiva. Il Paese reale, fatto di donne, uomini, professionisti, dipendenti, imprenditori, pensionati e molto altro vive in realtà un disagio sociale ed economico senza precedenti. La crescita dello 0,7 non è una risposta e, soprattutto, di fronte al fatto che la pubblica amministrazione non paga i suoi debiti (da anni), i giovani hanno la prospettiva di rimanere precari, mal pagati o sotto pagati per qualche lustro prima di trovare lavoro stabile, i cinquantenni vengono espulsi dai luoghi di lavoro per lasciar spazio ai unovi precari, le maglie del welfare sono sempre più strette (perché le risorse disponibili sono poche) e anche la pressione di tutto sommato modeste migrazioni diventa insopportabile, ecco con tutto questo avrei affrontato il 2016 con toni meno, molto meno trionfalistici. Probabilmente sbaglio, ma avrei fatto di mestizia virtù. 3) La cerniera tra il governo e la società è completamente saltata. Nessuno è più in grado di fare la mediazione politica che consente di raccordare la vita delle persone con chi è chiamato a cercare soluzioni, se non altro per il semplice fatto che si guarda agli italiani come ai pubblici rappresentati in un focus group: vivisezionati dagli esperti di numeri, ma evitando accuratamente di incontrarli e di parlarci, se non in contesti protetti. Non il Pd, appiattito maggioritariamente sulla linea del governo, quasi ignaro che il ruolo di un partito non è fare il tifo acriticamente per il tuo presidente del consiglio, ma di elaborare, ridurre e comporre in politiche pubbliche le innumerevoli richieste e i singoli egoismi provenienti dalla cittadinanza e magari dargli rappresentanza. Di fatto i partiti mettono ordine nel caos, a questo servono. Se non ci sono più i partiti, rimane il caos. Di questo credo Renzi porti numerose responsabilità.
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  5. lucio-domizio 10 mesi fa
    Anche il "rottamatore" come concetto mi sembra abbastanza in linea con il movimentismo destrorso e qualunquista, non parliamo poi della defenestrazione d'ufficio del sindaco della capitale, con i festeggiamenti uniti di casapound e cinquestelle, in spregio del voto delle primarie prima e delle amministrative poi, con il bel risultato di consegnare Roma a un movimento che era allo sbando e che sarebbe imploso con la scomparsa del fondatore, se non gli si fosse data questa occasione. È anche evidente che il risultato di Torino è stato condizionato da questo nuovo insperato corso, dove l'aspirante giovane sindaco conquistava endorsement internazionali grazie alla sua padronanza della lingua e al suo approccio apparentemente serio e affidabile. Se ora rischiamo di vedere il movimento cinquestelle al governo nazionale lo dobbiamo a questo inspiegabile suicidio politico con il sindaco più importante del suo partito, quello forse più vicino politicamente al suo approccio e alla sua storia. Il risultato del referendum è invece stato a mio avviso pesantemente condizionato dall'atteggiamento del Presidente del Consiglio sul referendum sulle trivelle. In occasione del referendum sull'acqua pubblica Renzi non ebbe timore a dichiararsi contrario, rivendicando la necessità che il partito facesse comprendere che occorreva votare No, non puntare sul fallimento del quorum. Nel caso delle trivelle invece fece esattamente l'opposto, anche in questo caso non considerando la volontà della gran parte degli elettori e delle questioni poste da alcuni amministratori del suo stesso partito. I desideri dei petrolieri hanno avuto maggior peso di quello delle popolazioni amministrate dal suo partito, questo è il messaggio che è stato recepito. La coerenza con la proposta di riforma dell'istituto referendario, inclusa nel progetto di riforma costituzionale, che se approvata in precedenza avrebbe reso valido ed effettivo il voto, avrebbe dovuto consigliare maggiore prudenza, l'irrisione del ciaone non è stata dimenticata, e questo è il risultato.
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