Il Mare Monstrum in un liceo di Milano

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22 febbraio 2017

Quando li incroci nei corridoi è un flashback, ti ricordi che anche tu hai avuto quella faccia lì: giovani farfalle in metamorfosi inquieta. Milano. Mattinata in co-gestione fra studenti e professori al Liceo scientifico Vittorio Veneto di via de Vincenti. Una sfilza di V da paura e una fila che si ingrossa alle 8.00, non per entrare in classe ma in aula magna. Occhi mobilissimi e occhi mezzo assonnati, tutti sguardi che non è semplice indossare nel viaggio verso la maturità, ma la loro età ha una gran fortuna: può rifugiarsi ancora dentro l’ ultima innocenza, oppure – Ciaone! – dentro a un bel chissenefrega. Di tutti voi, di tutti noi. E anche ci starebbe, nel caso che li attende in aula magna, perché quella che stamane si racconta a scuola è una colpa tutta nostra, adulta: mentre i ragazzi italiani continuavano giustamente a scherzare e a ballare sul mondo, o a dannarsi in tutti i meravigliosi casini che hai mentre cresci, il mare di Sicilia diventava il Mare Monstrum che si ciba di uomini, donne e bambini. Tutto quel peso di morte, violenza, e il montare sempre in crescita delle polemiche politiche… dirà qualcosa a ‘sti ragazzi qui, a Milano? Entro scettico nella grande sala, che è piena piena di quelle facce lì. E… respiro energia. Videoproiezione: l’impatto contro l’onda che sommerge o salva, l’impatto contro le vite disperate che si lanciano in acqua a 1500 kilometri da qui.. c’è, arriva. E trapassa il costato. Si sente attenzione nel silenzio che circonda le voci che parlano dal palco, e si sentono una fila di domande quando il microfono passa alla platea. Io mi piazzo all’uscita, domando la qualunque per fare controprova… e c’è questa ragazza con gli occhi lunghi, Maria, mamma e papà non italiani di sicuro, ma chiederle “da dove viene la tua famiglia?” sembra così stupido mentre risponde in un italiano più corretto del mio! Venire dall’ ovunque non è più un problema da due, tre, quattro generazioni di studenti milanesi.  Quello che accade in mare, nel Mare Monstrum, nel libro che ha questo titolo e che oggi fa da docente, beh… invece sì, a quanto pare. Il discorso sui migranti, gli sbarchi, l’accoglienza, i clandestini e gli scafisti svolge, nel bello e nel brutto, la funzione di quello che era “la Politica” quando andavo a scuola io: mi accorgo che qui è terreno di confronto, la cosa su cui ti misuri, e magari ci litighi quando il discorso si fa serio. Però,  la mattinata che ho trascorso nel liceo Vittorio Veneto mi ha insegnato anche un’altra cosa: che servono i narratori. Bisogna dare storie, raccontare persone, fatti vissuti dal vero e anche pericolosamente, per farsi ascoltare. Del resto è sempre stato così, no? Se non c’è storia non c’è storia, la lezioncina in classe annoia. La narrazione no. E questo è il trucco: Cristina Giudici ha scritto su un tema pesantissimo quello che chiama “un libro di emozioni, un diario di viaggio”. E stamane è arrivata al Liceo accompagnata dal suo “attore protagonista”, il Commissario di polizia che guida il GICIC (il Gruppo Intergovernativo di contrasto all’immigrazione clandestina, la struttura – unica nel suo genere – creata all’interno della Procura di Siracusa dal 2006) sul quale ha costruito la parte più avvincente, e colorata della sua narrazione. Anche se poi i colori forti della Sicilia sono slavati e confusi a mille, fra le pagine del libro, da quelle continue ondate di vita aliena, di morte aliena, che il Mare Monstrum ributta sulla terra. Ma è un diario, parla in prima persona, e il il commissario Carlo Parini le fa da contraltare perfetto in ruolo: la giornalista milanese e il poliziotto siciliano. Lui è uno di quei siciliani con l’occhio obliquo, pronto alla battuta come alla poesia, curioso al di là del bene e del male. Uno che in polizia ce ne vorresti tanti, e forse anche ce ne sono… L’unica cosa che stona è Parini. Ma non è un cognome brianzolo? “Io veramente mi sento catalano”, dice al caffè. Un’occhiata divertita di Cristina mi conferma che quel “poliziotto imponente, tanto burbero quanto estroso” che lei scovò a Siracusa quando, iviata sul fronte-sbarchi per Il Fatto, iniziò a entrare nel pianeta migrante… beh, siciliano, longobardo o catalano che sia stato ab ovo, non è cambiato e non cambierà mai. Nella quarta di copertina del libro Carlo Parini è fotografato mentre controlla un passaporto straniero su una nave arrivata in porto. Al suo fianco il fidato interprete Aziz…

 

 

 “Abdelaziz Mouddih, ma io lo chiamo il detective-kebabbaro” – spiega Cristina – “E mica per caso, fa davvero uno squisito kebab nel suo ristorante arabo di Ortigia… però è anche un consulente della procura di Siracusa, interprete e collaboratore indispensabile nelle indagini più complicate e nelle situazioni più rocambolesche… Sai, con loro due è così: in mezzo alla tensione più sconvolgente, ci trovi un duo siculo-marocchino che sempre ti sorprende, con una umanità che a volte è tragedia, a volte è commedia, sorriso, battuta ironica… “
Ironia, umanità e cultura onnivora (ci illustra la storia della Corona ferrea come un monzese non saprebbe meglio…) sembrano in effetti trovare ampi spazi nel corpaccione del Commissario, al quale però ora chiediamo di immergerci dentro al mare mostruoso: adesso che sta arrivando marzo, e gli esperti pronosticano traffici umani in allarmante aumento…
“No, – ci risponde – quella che guarda alle stagioni è l’impostazione sbagliata, falsa il problema. Lo hai visto che ero al telefono? Era uno sbarco, ci sono 510 persone su un grande barcone in arrivo dalle coste libiche, e già altre due barche in segnalazione. Da anni questa è la mia storia di ogni giorno: estate o inverno fa lo stesso, è emergenza sempre. Non è un dato stagionale, questione climatica…” 
E com’ è allora?
“Ti racconto una storia, una di quelle che Cristina ha messo nel libro… una notte mi chiama Aziz, gli hanno portato tre ragazzi arabi magri come chiodi sorpresi a rovistare nella spazzatura…Erano mezzi morti, spaventatissimi, stremati dalla sete e dalla fame. Dopo aver mangiato un poco iniziano a farfugliare parole incomprensibili, ma Aziz capisce: capisce che sono fuggiti, disperati, da un posto dove ce ne sono altri. Ma dove? Loro danno solo indizi confusi, nel buio della notte. Aziz non molla, e alla fine ha un’idea: a Santa Panagia di Siracusa c’è una vecchia tonnara abbandonata, un edificio incastrato in uno scoglio, che scende giù fin sotto al mare. Dopo ore di perqusizione vana, alla luce delle torce, sotto alla sabbia scorgiamo qualcosa che si muove… è una gamba, un braccio, poi si alzano come fantasmi quelli che sono ventidue ragazzi, poco più che adolescenti… sbarcati e sequestrati lì, trattenuti sotto minaccia dai basisti che vogliono i soldi dalle famiglie rimaste in Africa, da giorni al freddo e a rischio della vita, senza acqua e senza cibo. Vedi, queste sono le situazioni concrete, e in mezzo a queste situazioni noi dobbiamo salvare le vittime e acchiappare  i carnefici. Questo fa la mia squadra. Le stagioni e le statistiche sono solo teoria. Nel nostro porto da gennaio a oggi sono arrivate 1.600 persone” 
“E’ quello che ho visto. – interviene Cristina Giudici – Il problema è maledettamente più complicato e confuso di come se ne parla, di come ne parla la politica… Sento ad esempio adesso proporre un corridoio umanitario dalla Tunisia, e lo sento dal nuovo Ministro dell’ Interno, Minniti, che è una persona seria, che stimo. Ma il corridoio umanitario è una utopia nella situazione concreta che c’è.  Il punto di vista cambia se vai a vedere le cose sulle nostre coste… e se ragioniamo sulla costa nordafricana, con la Libia messa com’è, peggio mi sento.”
“L’unica collaborazione di qualche rilievo è con gli Egiziani, – riprende Parini – che hanno di molto ridotto le partenze, quasi a zero nell’ultimo periodo. In Libia la situazione invece è veramente molto peggiorata, nonostante l’Italia in Libia sia l’unico paese che ha mantenuta aperta l’ambasciata, con grande merito secondo me. Ma non avere riferimenti amministrativi stabili, non poter lavorare con la loro polizia o la loro intelligence, è un problema grosso: significa che le partenze non le puoi impedire e non le puoi prevedere. Non vedo tutto negativamente, però. La struttura investigativa europea negli ultimi anni è migliorata: dal primo gennaio dell’anno scorso la collaborazione con Europol è intensa, e noi riusciamo a essere un polo non soltanto di acquisizione, ma anche di diffusione delle informazioni a livello internazionale. Questo è fondamentale.”
“Sì, – completa Cristina – ma quello che l’italia dovrebbe davvero fare, e subito, è rinforzare le squadre sul nostro territorio, a partire dal Gruppo interforze, a partire dagli uomini comandati da Parini, che si dannano l’anima ma restano sempre poche unità, senza mezzi e senza soldi… Non puoi far conto sempre sull’impegno personale, che è davvero immenso, ti devi organizzare meglio.” 
L’abolizione del reato penale di clandestinità – domando – è qualcosa che vi ha aiutato o vi ha complicato il lavoro?
“E’ qualcosa che nei fatti non esiste – risponde il Commissario – perché c’è la legge ma mancano le norme di attuazione, e dunque per i poliziotti non è cambiato praticamente nulla… A parte poi che il Gruppo interforze ha per obiettivo il contrasto di chi organizza e gestisce l’immigrazione clandestina, cosa diversa dalla clandestinità in quanto tale. 
Cioè voi salvate chi arriva e perseguite chi li porta?
“Noi ci occupiamo di della criminalità che organizza il traffico di uomini, e degli scafisti: ne abbiamo arrestai più di 300. Però di scafisti mica ce n’è un tipo solo, e no.. Ci sono i boss della tratta, e ci sono ragazzi che si mettono al timone solo per pagarsi il viaggio, gente che sta su gommoni costruiti artigianalmente, con il fondo che si scolla e le fiancate che si sgonfiano: roba che ha dieci ore di galleggiamento da quando parte, 10-12 miglia dalla Libia e poi va a fondo. Sai cosa significa ricevere un SOS mentre stai a terra e sai che 200 persone stanno su un gommone che si sgonfia in mezzo al mare? Quelli scafisti lì si mettono a piangere quando li arrestiamo e si bruciano la vita, ma l’indagine vera è sui mandanti. “Arrestato uno scafista” può dire tanto o poco nella situazione che viviamo noi. E badi che le Procure di Siracusa e Catania hanno per prime imputato il reato anche agli scafisti arrestati in acque internazionali, considerandolo a consumazione anticipata vale a dire da quando lo scafista imbarca sulla terraferma… Detto questo prima si corre per salvare la vita della gente, poi quando le vite sono in salvo il mestiere cambia, devi comprendere quale tipo di persone hai di fronte, perché il reato va contestato ricostruendo ogni viaggio, le responsabilità sono singole e devono essere precise nel procedimento giudiziaro.”

Un lavoro più da psicologo che da poliziotto?
Le due cose insieme, ci tengo a dire che, con tutte le difficoltà raccontate nel libro, questi anni di lavoro intenso mi hanno sicuramente coinvolto sotto il profilo umano, e positivamente. Il dovere di salvare e di comprendere la cultura, i modi, gli atteggiamenti e gli intenti di persone di cultura diversa lascia segni profondi, anche in un umile servitore dello stato..”
Ma siete voi a individuare il natante, o è la barca che chiama? La risposta sembra importante ha chi ha in testa (più nell’emisfero destro, diciamo) che più si corre a soccorrere le barche e più le barche partono… C’è chi vi accusa di essere troppo buoni, e dice che Guardia costiera e Marina militare dovrebbero starsene fermi ad aspettare chi arriva, se arriva…

Ogni gommone parte dotato di un telefono satellitare in cui è impostato, per la gran maggioranza dei casi, il numero di soccorso della Centrale operativa della Guardia Costiera di Roma. Oppure ci sono chiamate che noi definiamo di “triangolazione”, cioè chiamano un parente (magari anche in un altro paese europeo) e poi questo fa la chiamata a Roma… Ma Capita anche che la barca venga individuata da noi durante i pattugliamenti che facciamo nelle zone operative, oggi ad esempio è accaduto questo. Penso comunque che la domanda che lei mi propone di discutere è soltanto una posizione teorica di chi non conosce le regole del mare, perché la Guardia Costiera italiana per la Convenzione di Amburgo del 1979 ha l’obbligo, l’obbligo di legge, di intervenire in qualsiasi richiesta di soccorso di vite umane in mare. I mezzi nautici della Guardia costiera, se ci fa caso, sono tutti dotati delle tecnologie e delle apparecchiature adatte al soccorso in mare: le nostre non sono navi da guerra, quelle sono grigie, noi siamo una sorta di Croce rossa del mare, siamo dipinti di bianco con la scritta rossa e non è un caso: sono i colori del soccorso.  
Sarebbe come chiedere alla Croce rossa di non soccorrere un ferito?
Sì, l’esempio è calzante. E tenga presente che nel mar mediterraneo non ci sono solo le barche dei clandestini ma migliaia di natanati di ogni genere, mercantili, navi da crociera… La Guardia costiera è la struttura di soccorso, per questo esiste… E di questa cosa qui l’Italia dovrebbe tutta andare fiera. Quello che sappiamo fare e come sappiamo farlo lo dimostrammo al mondo qualche anno fa, proprio con l’operazione Mare Nostrum.”

Già, di Mare Nostrum oramai se ne deve parlare al passato remoto, al sud come al nord. L’operazione tutta italiana che fu voluta dal governo Letta come risposta umanitaria alla strage del 3 ottobre 2013 a poche miglia da Lampedusa (366 morti e un numero imprecisabile di dispersi) durò un anno solo. Di quelle belle intenzioni Cristina Giudici fece il racconto e il controcanto, nel suo Mare Monstrum, tirando fuori l’affanno, e le persone che stavano dietro le divise e le bandiere. Passare la mano all’ Europa, come vollero Renzi e Alfano con la missione Triton di Frontex, non ha sconfitto il mostro, anzi: gli ha infilato in pancia anche la speranza delusa di un grande impegno europeo. E tutto mentre la destabilizzazione del nord-Africa e tutte le questioni irrisolte dell’ Africa sub-sahariana e del Corno, la guerra in Siria, i terrorismi e il Daesh  gonfiavano sempre di più l’onda in fuga. Onda lunga, così lunga da lambire anche una mattinata di sole freddo di Milano, qui al Liceo con la doppia V,  portando se non altro emozioni alle ragazze e ai ragazzi che si fermano a parlare con me. L’emozione è una cosa che che avvicina, che scalda, che ti fa pulsare il sangue. E per parlare di vita e di morte in mare, a Milano, l’emozione è importante.
Stefano Golfari.

TAG: immigrazione, italia, scuola
CAT: Letteratura, Milano

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