La comunicazione politica spiegata a mia nonna

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29 novembre 2016

Prendo in prestito il titolo dell’ottimo articolo di I Hate Milano perché, dopo la lettera di Di Battista a sua madre, ho sentito l’irrefrenabile impulso di scriverne una a mia nonna e spiegarle la comunicazione politica. Per farlo, dobbiamo partire da lontano: esattamente dalla TV americana.

Guardare la TV americana, almeno quella gratuita, è un po’ come sottoporsi volontariamente a una seduta stile Arancia Meccanica (film che mia nonna ha sicuramente visto): un costante stupro della tua mente e dei tuoi nervi. Il primo motivo è che i film vengono interrotti letteralmente ogni cinque minuti dagli spot pubblicitari, per cui dopo mezz’ora già ti snervi, perdi il filo e spegni. Il secondo motivo è che le pubblicità americane sono veramente imbarazzanti. Fondamentalmente perché noi italiani siamo stati abituati bene. Già da ragazzini infatti vedevamo degli spot che erano delle piccole opere d’arte, sebbene concepite con l’intento malevolo di sospendere il pensiero razionale quel tanto che bastava per sottrarci dei soldi. Dalle pubblicità delle macchine a quelle dei profumi o della Martini (Charlize Theron, 1993, per dire) assistevamo ad un mondo patinato dove l’imperativo morale era essere cool comunque e dovunque, come dei metaforici Ray-Ban da indossare persino a mezzanotte in una miniera di carbone.

La conseguenza di un’infanzia passata così è che appena arrivi negli States ti cadono le braccia. Le loro pubblicità, quando non c’è il Super Bowl, sono impostate come delle mini-televendite: ad esempio uno strazio di 5 minuti su una casalinga che fa finta di usare la macchina per fare i waffles, con tanto di numero in sovrimpressione da chiamare. In un primo momento mi sono sentito così:

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Ma poi ci ho pensato e mi sono detto: per loro questa cosa funziona perché, semplicemente, sono stati abituati in questa maniera. Non hanno bisogno delle pubblicità raffinate e cool dato che, bisogna ammetterlo, loro sono più cool di noi in molte altre cose.

Per esempio negli ultimi otto anni hanno avuto un Presidente che ha cantato con BB King e Mick Jagger, ha ballato il tango a Cuba, ha preso parte a una Slow Jam in suo onore al Saturday Night Live e, dulcis in fundo, ha fatto un inaspettato Mic drop alla cena dei corrispondenti per la Casa Bianca: “Obama out”.

Qua in Italia se un politico si mette a fare il mic drop al massimo il giorno dopo qualcuno inizia a chiamarlo “mani di merda”. Perché da noi in Italia, quando si tratta di comunicazione politica, accade esattamente l’opposto di quello che succede nelle nostre pubblicità: la gente vuole le televendite piuttosto che la roba cool.

Ci ho pensato dopo aver visto il primo “Matteo risponde”, la diretta di Renzi sui social. Senza entrare nel merito della riforma costituzionale, l’impressione che ho avuto dalla diretta era quella di vedere un attore che cercava di vendere della roba più costosa che utile a gente che non ne capisce una mazza. Inizialmente la cosa mi ha lasciato spiazzato, come la scena di un film di David Lynch. Poi, all’improvviso, ho capito che quella scena l’avevo già vista:

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Adesso immaginatevi Mastrota invece del tizio con la barba. Ecco. Con i nostri politici succede quello che succede nelle pubblicità americane, dove la riforma o la proposta di turno sono delle metaforiche macchine per fare i waffles o bollire lo spezzatino. Per cui fondamentalmente alle prossime elezioni saremo costretti a scegliere fra Giorgio Mastrota, quello giovane e paraculo che ti vende il rassicurante set di pentole, e Roberto Baffo, quel vecchio pazzo spettinato che urla e ti tira la roba in faccia.

Aspetto con ansia il momento in cui dal livello “televendita” ci evolveremo al livello “puntata di Boris”.

Peace & Love.

TAG: america, comunicazione, mass media, mastrota, politica, pubblicità, referendum 4 dicembre, renzi
CAT: Media, Partiti e politici

Un commento

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  1. emanuele-musarra 6 mesi fa
    Lo contatterò sicuramente.
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