Pistoia, nella città verde d’Europa acqua e aria sono piene di pesticidi

24 settembre 2018

Quando apre la finestra della sua camera da letto, Silvia Capo si trova sempre davanti alberelli invasati tutti uguali: alcuni bassi e rigogliosi, altri più alti, potati a forma di spirale. Il verde, si dice, rilassa lo sguardo, ma a Pistoia, giardino d’Europa con oltre 6mila ettari di vivai, non fa stare tranquilli i cittadini. Nelle coltivazioni di piante ornamentali, che circondano le case e arrivano persino a ridosso di alcune scuole, vengono usati pesticidi, con effetti diretti sull’ambiente e timori di ripercussioni a lungo termine sulla salute. Gli alberi, è vero, migliorano la qualità dell’aria della città assorbendo Co2: 300mila tonnellate all’anno, spiega il presidente del distretto vivaistico Francesco Mati. Accanto al beneficio, però, c’è anche un prezzo da pagare.

L’Agenzia per l’ambiente regionale (Arpat) ha certificato una contaminazione diffusa dei corsi d’acqua, mentre sul fronte della salute nessuno studio epidemiologico è mai stato svolto sui cittadini. La gente lamenta asma, problemi alla tiroide, ai reni, forme tumorali come linfomi e cancro alla prostata. Tutte patologie che secondo la scienza hanno tra le loro possibili concause l’esposizione a erbicidi e insetticidi, ma la mancanza di ricerche scientifiche lascia senza risposta le domande legittime della popolazione pistoiese. Timori che adesso crescono di fronte a ben altri numeri: quelli della Provincia, che si prepara a varare un’estensione delle “aree vocate” a vivaio.

Se a Pistoia chiedi di raccontarti la storia dei vivai, chi risponde torna indietro al 1849, quanto il giardiniere e orticoltore Antonio Bartolini aprì il primo dentro le mura cittadine. Altri hanno seguito la stessa strada, fino a rendere l’area leader europea del verde. Oggi il tessuto imprenditoriale pistoiese vanta aziende di lunga tradizione e forza economica come il Gruppo Mati 1909, specialista dei “giardini terapeutici” e degli alberi di grandi dimensioni, o il Gruppo Tesi con sedi anche nel resto d’Italia e in Turchia, premiato al Flormart di Padova per i suoi Gingko Biloba, o ancora Vannucci Piante, che nella città toscana ha creato il primo parco vivaistico d’Europa e l’anno scorso ha accolto in visita persino Silvio Berlusconi.

Le aziende del distretto vivaistico oggi sono 1.500 con 6mila addetti, più altri 6mila dell’indotto. Il giro d’affari è di mezzo miliardo di euro, di cui i due terzi da export. Questi numeri da soli spiegano la forza del comparto, che nella legge di Bilancio 2018 ha ottenuto il bonus per il verde e gode di una particolare attenzione da parte della Regione Toscana. È stata proprio l’amministrazione regionale, infatti, a varare nel 2012 una legge di supporto al settore per “valorizzarne la funzione economica, sociale ed ambientale”, con diverse agevolazioni ma nessuno specifico piano di riduzione dell’uso delle sostanze chimiche o di tutela dei corsi d’acqua.

Nel 2014, secondo le ultime stime disponibili dell’ASL di Pistoia, gli impieghi di sostanze attive di sintesi nel florovivaismo sono stati «fino al triplo dei consumi medi nazionali e quasi il quadruplo di quelli toscani». Circa la metà era glifosato, l’erbicida sui cui effetti per la salute si continua a dibattere, classificato come probabile cancerogeno dall’Organizzazione mondiale della sanità ma autorizzato in Europa fino al 2022 sulla scorta di una valutazione opposta dell’Agenzia per la sicurezza alimentare comunitaria. Dati più nuovi non ce ne sono. Dal canto suo, il presidente del distretto Mati spiega che “oggi nelle aziende vivaistiche si fa molta attenzione all’uso di agrofarmaci, molte aziende hanno sperimentato e sperimentano trattamenti consentiti nell’agricoltura biologica. C’è molta più sensibilità e attenzione di quanto si vuol far credere, solo che questa non fa notizia». Per l’Arpat, invece, non ci sono segnali di cambiamento significativo: «L’Istat mantiene il segreto statistico sui dati per singola sostanza. Tuttavia, per quanto riguarda il glifosato posso dire che nel 2016 in provincia di Pistoia abbiamo il quantitativo venduto più alto delle province toscane, pari a circa il 20% sul totale regionale», rivela Alessandro Franchi, esperto di pesticidi dell’Agenzia regionale. Sempre secondo gli ultimi rilevamenti del Centro per il florovivaismo dell’Asl relativi al periodo 2011-14, ogni azienda impiega in un anno oltre mezza tonnellata di prodotti, con un aumento di oltre 10 kg per ettaro all’anno tra il periodo 2005-07 e il 2011-14: 49 kg contro 39 kg. Tra il 2011 e il 2014, la percentuale di sostanze pericolose impiegate è passata dal 30% al 35% del totale. Ai primi posti ci sono gli erbicidi glifosato e pendimetalin, insieme all’olio minerale. Tutte sostanze regolarmente autorizzate, anche se non senza effetti sull’ambiente e l’uomo. Il glifosato, dichiarato probabile cancerogeno dallo Iarc, secondo l’Agenzia europea delle sostanze chimiche provoca gravi lesioni oculari ed è tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata, mentre il pendimetalin è dichiarato molto tossico per gli organismi acquatici e può provocare reazione allergica cutanea.

Tutti nella piana che dalla città si allunga fino ai paesi di Quarrata e Agliana sanno riconoscere l’odore acre e pungente delle sostanze chimiche usate per trattare le coltivazioni di piante ornamentali. Marco Innocenti e la moglie Giovanna vivono in campagna nella frazione di San Pierino Casa al Vescovo, a sud della città. Accanto alla loro villetta, a un passo dai panni stesi ad asciugare e dove fino agli Ottanta c’erano solo campi di grano e mais, inizia una coltivazione di palmette, altri vivai si estendono vicino alla casa. “I trattamenti vengono di solito fatti al mattino molto presto e nessuno ci avvisa. Se non sapendolo abbiamo lasciato le finestre aperte, l’odore si espande dentro casa, ti lacrimano gli occhi, si secca la gola e si inizia subito a tossire”, racconta lei. «Quando si spargono i diserbanti, tempo mezz’ora e l’erba del marciapiede è diventata gialla. Mio cugino lavorava nel settore, ci diceva che inalava pesticidi, poi è morto a 39 anni di linfoma non Hodgkin. Non sappiamo se dipenda da questo ovviamente, ma viviamo con la paura», aggiunge Marco, 56 anni, operaio con la passione per la fotografia. I racconti di Marco e Giovanna sono simili a quella del padre anziano di Cristina nella zona di Ponte nuovo, a est della città, che recita il bollettino sanitario di tutta la famiglia, e a quelli di Silvia Capo, che alla finestra della sua villetta rosa a nord est dell’area urbana ha appeso lo striscione “No zone vocate a vivai”.

 

Silvia, poco più di 40 anni e due figlie già grandi, ha problemi alla tiroide e all’endometrio. Il vivaio è a un passo dalla recinzione della casa, a pochi metri dalle aiuole dove il suocero coltiva insalata, pomodori, carote. “Per fare i trattamenti, dovrebbero essere rispettate fasce di tutela di 10 metri dalle case ma qui nessuno tiene in considerazione questo regolamento comunale. Continuo a mandare mail a tutti gli organi di controllo, ma mi rispondono sempre che è troppo tardi, hanno bisogno di arrivare mentre i trattamenti sono in corso”, racconta Silvia. Poche centinaia di metri più avanti, ai piedi della collina c’è il podere ristrutturato dove vive Sandra Reali con la famiglia. «Qui fino al 2004 c’era solo agricoltura tradizionale, poi in quell’anno hanno tolto gli olivi per fare i vivai ed è iniziato l’incubo. I trattamenti vengono fatti anche quando c’è vento forte, le sostanze arrivano dentro casa, l’odore fuori rimane nell’aria per giorni. Gli occhi lacrimano, le ghiandole si gonfiano. Una volta sono stata al pronto soccorso, dove i medici hanno riconosciuto un’intossicazione da diserbanti dandomi quattro giorni di prognosi». Da anni, soprattutto dopo che il marito ha subito un trapianto di reni e che il figlio ha iniziato a soffrire d’asma, combatte per ottenere un maggior rispetto delle regole. «Nel 2013 abbiamo fatto smantellare un vivaio abusivo con coltivazioni in vasetti. Dopo le mie proteste, il vivaista accanto a casa nostra ha iniziato a mettere l’avviso del trattamento e le schede di sicurezza dei prodotti che utilizzerà». Francesco Mati, la quarta generazione alla guida di un’azienda vivaistica, minimizza: per lui i problemi di convivenza tra vivaisti e cittadini sono “pochi casi” dovuti a “problemi relazionali e caratteriali”: «Il settore sta cercando di fare il possibile affinché vengano appianate le questioni». Su questo e su molti altri aspetti, invece, l’Associazione Vivaisti italiani, con sede a Pistoia, non ha risposto alle nostre domande.

Proprio le coltivazioni in vasetti sono considerate le più critiche a livello ambientale, per diversi motivi. Prima di tutto, i contenitori vengono poggiati su superfici impermeabilizzate: diminuendo la capacità di assorbire acqua su porzioni di terreno, aumenta il rischio di allagamenti altrove. “Da quando qui vicino è stato fatto un impianto a vasetteria rialzando il terreno, basta che piova un po’ di più per trovarci l’acqua in casa”, racconta un anziano seduto davanti casa nella zona di Canapale, a sud-est del centro urbano. Ma non è solo questo: la vasetteria, che con il nuovo Piano provinciale potrebbe crescere più facilmente, richiede un maggior numero di trattamenti, e i pesticidi si depositano sulla base impermeabile per essere poi dilavati dalle piogge e finire così nei corsi d’acqua.

Secondo gli esperti dell’Arpa per avere conferma di un utilizzo significativo dei pesticidi basta vedere i dati della loro concentrazione nei corsi d’acqua pistoiesi, aumentata tra il 2015 e il 2016 quasi in tutti i casi. “Si può vedere come le stazioni più impattate risultino quelle dei corsi d’acqua che percorrono la pianura a sud-est della città di Pistoia, ovvero nelle aree dove la superficie è quasi interamente interessata dalle colture vivaistiche”, scrive l’Arpa. A questo va aggiunto il contributo di altre attività agricole intensive, come la viticoltura. “Per quanto riguarda il glifosato, se smetti di usarlo o riduci drasticamente le quantità gli effetti si vedono subito a livello di concentrazione nei fiumi, perché si smaltisce velocemente nelle acque superficiali”, spiega Franchi. E invece le rilevazioni Arpa dicono che a Pistoia i corsi d’acqua assomigliano a dei cocktail di pesticidi diluiti. Due anni fa (ultimi numeri elaborati disponibili), nel fosso Dogaia Quadrelli che scorre tra le coltivazioni vivaistiche sono stati trovati 31 pesticidi diversi, nel torrente Brana 27, e in generale su 14 corsi d’acqua campionati, solo in uno erano presenti i residui di un solo pesticida. In dieci si sono osservati sforamenti per almeno un pesticida con valori fino a 20 e 30 volte oltre il limite. “I diserbanti contribuiscono tipicamente al valore dei pesticidi totali per oltre il 90%. Non c’è bisogno di continuare a cercare il glifosato per dire con sicurezza che la contaminazione dei fiumi qui è ormai pervasiva”, dice Andrea Poggi, responsabile del dipartimento Arpa di Pistoia.

Qualche evidenza sullo stato di salute degli ecosistemi arriverà nel prossimo rapporto dell’agenzia. Per Mati, “le fosse e i ruscelli che innervano tutto il territorio interessato dal distretto sono ricchi di fauna acquatica. Se come qualcuno sostiene i vivaisti spargessero veleni nell’ambiente il paesaggio e la fauna sarebbero decisamente diversi”. Se si considera però che molte di queste sostanze sono dichiarate dannose o molto dannose per gli ambienti acquatici con effetti di lunga durata, è possibile che i dati Arpat in arrivo evidenzino degli effetti negativi. L’Europa chiede che lo stato ecologico dei corsi d’acqua arrivi a livello “buono” entro il 2021, ma perché questo sia possibile, per gli esperti dell’Agenzia servono “energici interventi correttivi delle pratiche agricole, in particolare di quelle vivaistiche”, cioè “misure di limitazione dei diserbanti” e “promozione di pratiche agronomiche che limitano il ruscellamento delle acque contaminate nel reticolo idraulico; sia mediante incentivi, sia con modifiche alla normativa di settore”. Da parte sua Mati dice che dopo la diffusione degli ultimi risultati “si sono avviati una serie d’incontri con Arpat, Asl, Genio Civile, Regione Toscana, Comune, Provincia, Distretto per prendere atto dei dati, mettere a punto buone pratiche che limitino trattamenti antiparassitari e uso di diserbanti in prossimità di fosse e corsi d’acqua”. “Noi a quel tavolo abbiamo portato i nostri dati, ma di pratiche vivaistiche non si è mai parlato per il momento”, ribatte Poggi.

Meno preoccupante, ma non priva di campanelli d’allarme è la situazione dei fiumi e bacini da cui arriva l’acqua potabile. Per la società del servizio idrico Publiacqua i pesticidi sono una criticità per sette risorse dell’area del vivaismo. Nel 2016, certifica Arpat, si sono osservati sforamenti per i pesticidi in tre casi, di cui uno a causa probabilmente di un’attività vivaistica a monte. Dove nella piana le tubature non arrivano, l’acqua viene dai pozzi, tra i 4 e i 5mila tra agricoli e domestici: ma anche qui i tecnici dell’Agenzia regionale chiedono più attenzione evidenziando come questi siano esposti a “una significativa vulnerabilità alla contaminazione da fitofarmaci, con conseguente rischio di contaminazione della falda”. Su appena sette pozzi monitorati nel 2016, ben quattro hanno riportato tracce seppur contenute di pesticidi. Controlli fatti nel 2017 dopo uno sversamento accidentale di erbicidi, hanno trovato in dieci pozzi domestici sostanze differenti da quelle fuoriuscite nell’incidente, scoprendo una contaminazione sconosciuta. “L’incidente non era stato denunciato dal vivaista, al pari di tutti gli altri sversamenti accidentali verificatisi nel tempo”, rivela Poggi. La domanda viene spontanea: possibile che altre fuoriuscite di sostanze tossiche siano sfuggite alle attività di controllo? Oltre agli incidenti, la causa principale della contaminazione secondo gli esperti è il mancato rispetto delle fasce di tutela durante i trattamenti con i pesticidi: “Nello stesso campo pozzi dell’acquedotto di Pistoia abbiamo riscontrato distanze inferiori da quelle oggi considerate di sicurezza”, aggiunge Poggi.

Nonostante una contaminazione dei fiumi diffusa, sebbene tanti agglomerati di case punteggino la pianura pistoiese in mezzo ai vivai e benché ci siano scuole con vista vasetti, una vera indagine epidemiologica sui cittadini di Pistoia non è mai stata fatta. Non sono bastati i referti del pronto soccorso che certificano irritazioni acute dovute ai diserbanti, né le centinaia di migliaia di studi che in tutto il mondo hanno dimostrato gli effetti dei pesticidi sulla salute umana per far decidere alle autorità locali di provare a dare risposte solide dal punto di vista scientifico ai timori dei cittadini. “Avrebbe potuto dare risultati interessanti già un semplice monitoraggio delle urine, mettendo a confronto vivaisti e popolazione residente. Non è complesso”, dice Daniele Mandrioli, coordinatore delle attività di ricerca dell’Istituto Ramazzini di Bologna, che sta lavorando sugli effetti a lungo termine del glifosato. Negli anni, invece, le istituzioni a Pistoia sembrano aver svolto il ruolo opposto: “Una ventina di anni fa avevo osservato diversi casi di tumori alle mammelle nelle zone dove c’erano i vivai, e mi venne l’idea di capire se c’era una correlazione tra il territorio dove le persone vivevano e l’insorgenza del cancro. Avevo già trovato la collaborazione dell’Inail e dell’università di Pisa, ma quando lo proposi al sindaco, lui mi rispose: ‘I vivaisti non si toccano’”, racconta Alderico Di Ienno, chirurgo specializzato in tumori al seno oggi in pensione. Lo stesso Centro per il florovivaismo con sede all’Asl di Pistoia e finanziato dalla Regione dal 2006 non ha mai pensato di capire come sta la popolazione pistoiese residente vicino ai vivai e a Pistoia, denuncia l’oncologa dei Medici per l’Ambiente (Isde) Patrizia Gentilini, “non è attivo il registro tumori”. Uno studio epidemiologico dovrebbe iniziare prossimamente, non appena la Regione approverà il nuovo finanziamento per il Centro. Il Comune di Pistoia ha invece collaborato a ricerche su salute e mortalità dei florovivaisti, realizzato dalla fondazione pistoiese Pofferi, l’Istituto oncologico regionale Ispro e l’Asl. Queste ricerche, mai pubblicate su una rivista scientifica con una revisione terza, hanno rilevato che i lavoratori addetti ai trattamenti non sempre si sono protetti correttamente e in un caso su quattro sono rientrati sul luogo del trattamento dopo poche ore o dopo un giorno, indipendente dalle indicazioni fornite dalle etichette dei pesticidi. Sono emerse anche coincidenze tra lavoro in serra e aborti spontanei plurimi da approfondire, mentre il dato di una mortalità inferiore alla media potrebbe essere dato, scrivono i ricercatori, dall’effetto “lavoratore sano” (quello per cui chi si ammala non lavora più e sfugge alle ricerche sulle malattie professionali).

Pur in assenza di numeri, la situazione di chi vive a ridosso delle coltivazioni vivaistiche rimane critica. “Conosco diverse sostanze non tossiche per le piante ma tossiche per l’uomo, non conosco eccezioni al contrario”, constata Mandrioli sugli erbicidi. Più in generale, “è ampiamente documentato che vivere e andare a scuola vicino ai luoghi in cui i pesticidi vengono utilizzati può aumentare in modo significativo l’esposizione per inalazione e contatto con aria, acqua e suolo. Quando queste sostanze vengono sparse, al bersaglio arriva solo una parte, mentre il resto finisce nell’ambiente. La contaminazione aumenta se si usano atomizzatori e se c’è vento”, dice Gentilini. Dopo una vita all’ospedale di Forlì, l’oncologa oggi vive con il marito in una casa sulla collina pistoiese, da cui si domina la piana verde. La percorre con lo sguardo e poi prova a riassumere i risultati di centinaia di migliaia di studi: «L’esposizione cronica a pesticidi può comportare alterazioni di svariati organi e sistemi dell’organismo umano come quello nervoso, endocrino, immunitario, riproduttivo, renale, cardiovascolare e respiratorio. La scienza ha documentato un aumento del rischio per molteplici patologie, tra cui cancro, diabete, patologie respiratorie, malattie neurodegenerative, cardiovascolari, disturbi della sfera riproduttiva, disfunzioni metaboliche ed ormonali, specialmente della tiroide. Rischi ancora più elevati se l’esposizione avviene nelle fasi più precoci della vita, a cominciare già dall’embrione». Di fronte a queste evidenze, gli ambientalisti ci tengono a ripeterlo sempre: «Non chiediamo assolutamente la chiusura dei vivai, che sono importanti per l’economia della zona, ma un dialogo con le imprese del settore attraverso l’Osservatorio sul vivaismo non riconvocato da anni nonostante le nostre richieste e una riconversione ecologica», chiariscono il presidente di Wwf Pistoia Marco Beneforti e lo storico esponente dell’Associazione Pier Luigi Palandri, ex consigliere comunale dei Verdi. Per Mati tra vivaisti, associazioni e comitati c’è “un dialogo costruttivo”, e c’è l’idea di creare linee di piante sostenibili, ma “non è semplice come si può immaginare, in questo momento la concorrenza sui mercati internazionali è spietata e anche solo piccole variazioni di prezzo possono far spostare gli acquisti”.

Rimangono da sciogliere anche dei nodi a monte, nella procedura di autorizzazione dei pesticidi in capo all’Europa, su cui la pubblicazione dei Monsanto Papers ha fatto sorgere più di un interrogativo. Per quanto riguarda il solo glifosato ampiamente usato a Pistoia, infatti, uno studio pilota dell’Istituto Ramazzini di Bologna ha mostrato come anche a dosi ritenute sicure si osservano effetti sulla salute: «Abbiamo visto effetti negativi sulla flora batterica intestinale, i cui danni sono stati associati a diabete, obesità, disturbi dell’apprendimento. Nei test sui topi da laboratorio, abbiamo osservato anche alterazioni nella distanza ano-genitale: effetti che ci fanno sorgere domande sulla capacità del glifosato di interagire con il sistema ormonale. Potrebbero esserci anche effetti sulla fertilità, la capacità di sviluppo sessuale, aumento di aborti spontanei, alterazioni dei cicli mestruali. Serviranno altri studi per approfondire queste prime ipotesi», racconta il coordinatore della ricerca del Centro Daniele Mandrioli. Altri effetti osservati riguardano «l’aumento di micronuclei nelle cellule, uno degli indicatori che normalmente vengono associati alla possibilità di una sostanza di essere cancerogena. Mi sento di dire che al momento non ci sono sufficienti evidenze per l’uomo di una correlazione tra glifosato e tumori solidi, anche perché la loro latenza è molto più lunga della nostra esposizione al glifosato, purtroppo l’esperimento è su di noi. Le evidenze sono per leucemie e linfomi, con tempi di latenza più brevi». Tutti aspetti che saranno approfonditi in uno studio indipendente, globale e di lungo periodo, in collaborazione con altri importanti centri di ricerca, per il quale è attiva online una campagna di crowdfunding.

In un quadro così complesso, la Provincia tira dritto con il suo piano. Il documento, in accordo con la legge regionale, individua le “aree vocate”, superfici cioè dove il vivaismo verrà agevolato. «Secondo le nostre stime, quest’area aumenterebbe di circa mille ettari», spiega Pier Luigi Palandri, che è anche responsabile delle Guardie ecologiche volontarie pistoiesi. Per diverse associazioni, al contrario di quanto previsto dalla Regione l’iter di individuazione delle aree non ha tenuto conto della situazione delle strade né di vincoli paesaggistici e nemmeno del problema acqua, con lo stesso Piano che ammette problemi sul fronte idrico, legati a “una eccessiva emulsione della falda” da parte dei distretti florovovaistici. «Ho comprato questo terreno di un ettaro di fronte a casa mia per evitare l’arrivo dei vivai», confida Paolo Bucelli, 70 anni. Da dieci vive lungo una delle strade che salgono alla collina, in un’area considerata dai cittadini del posto “prossima terra di conquista dei vivai” perché ricca d’acqua.

Per il presidente della Provincia Rinaldo Vanni «non ci sarà nessun ampliamento, è una fake news». Eppure, il dirigente provinciale Renato Ferretti dice che non è esattamente così. Dai 7.908 ettari di cui si parla nel piano (contro i circa 5mila del 2013), osserva Ferretti, «bisogna escludere strade e abitato»: alla fine, «le aree con vocazione vivaistica, che non è detto poi diventino concretamente vivai, aumenteranno di 200-300 ettari in totale».

Ferretti, come responsabile Governance territoriale di area vasta, programmazione e bilancio, servizi amministrativi della Provincia, ha seguito direttamente il Piano provinciale e la questione delle aree vocate. Il funzionario conosce molto bene il settore: si è fatto da tempo promotore dell’attività vivaistica pistoiese ed è
anche direttore editoriale e collaboratore della rivista Linea Verde, mensile di proprietà della famiglia Casolaro specializzato su vivaismo e verde pubblico, fra i cui inserzionisti figurano anche grandi aziende pistoiesi del settore, da Vannucci a Mati al Gruppo Tesi.  Un sovrapporsi di ruoli che genera chiari rischi di conflitto di interessi.

Quando gli si chiede se gli aspetti dell’ambiente e della salute pubblica sono stati presi in considerazione prima di varare il piano, e se si è valutato di prevedere misure per ridurre i pesticidi e tutelare i fiumi, Vanni replica che «la questione della salute e dell’inquinamento ci sono anche
quando si apre una strada. Il nostro è un provvedimento urbanistico». Il presidente della Provincia sposta il problema e passa al contrattacco: «Se sul territorio c’è questa sensibilità, allora bisogna dire le cose come stanno: bisogna smettere di fare i vivaisti. Qualcuno poi se ne dovrà prendere la responsabilità». D’altra parte dagli uffici della Provincia, le case di chi vive in mezzo ai vivai sono lontane, così come i corsi d’acqua con tracce anche di 30 pesticidi diversi. Nella “città verde d’Europa”, l’ambiente e la salute dei cittadini possono ancora attendere.

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CAT: Agricoltura, Inquinamento

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