Italotedeschi. Siamo immigrati o emigrati? Dipende da come giri la cartina

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28 settembre 2018

La capitale dell’Europa oggi è Berlino.

Qui c’è Angela (con la g dura), c’è Schulz (che, come ricorda la Wikipedia tedesca ma non quella italiana, nel 2003 ha avuto il famoso Konflikt con Berlusconi), ci sono la Siemens, le start up americane da milioni di dollari, i mercati della frutta turchi che vendono buone zucchine da usare entro la serata, le tailandesi che cucinano cavallette al parco di Fehrbelliner Platz, i kebab vegani, (inspirare) la pizza alla pasta (sic) al banco dei surgelati (espirare forte), e oltre 200 nazionalità diverse. Tra questi, eccoci qui. Oltre 30mila italiani residenti emigrati a Berlino e Brandeburgo e altrettanti che si fermano per un po’, mesi e poi anni e non si iscrivono all’Aire (il Registro degli italiani all’estero) e quindi nessuno li può contare (sono invece più di 500mila gli italiani che vivono ufficialmente in tutta la Germania). Ma siamo simpatici emigrati col tono di voce più alto della media, expats di nobili origini romaniche, cervelli in fuga o immigrati indesiderati agli occhi dei nativi che ci vedono come inutili mani per lavare i piatti nell’era della lavastoviglie?

Tra i moltissimi italiani di recente immigrazione (sì, visti da qui, siamo immigrati anche noi, dipende da dove guardi la mappa), ci sono anche io.  Abito a Berlino da 5 anni. Ho due figlie che hanno passato qui la maggior parte della loro vita e che Gottseidank ancora pronunciano ancora bene la r. Sono arrivata con la piccola nel marsupio intenzionata a non fare la solita italiana-che-sta-solo-con-altri-italiani. Guai a quelli che partono e cercano di ricreare l’Italietta da cui se ne sono andati. Ora vado apposta a prendere il cappuccino al bar dell’italiano per fare due chiacchiere e ritrovare fiducia nel genere umano, dopo che la panettiera tedesca ha scosso violentemente la testa perché ero indecisa su che panino prendere (due secondi di ritardo accumulati). Ho stilato la mia lista di pizzerie a prova di palato italiano e ho partecipato al Carnevale Italiano organizzato nella palestra di una scuola dove si mescolavano tarantella e canti alpini (qui, paese protestante-evangelico, il carnevale è una goliardia religiosa da Sud Europa) e le mie figlie pensano che sia cool indossare sandali e calzini (forse perché la piccola ha leccato un currywurst quando aveva appena un anno?).

Come si crescono i figli con i piedi in due nazioni così diverse (non parlo dei sandali, qui piedi è metaforico)? Come si coltivano entrambe le identità? È vero che due gusti e due culture è meglio che one?

E soprattutto: se noi italotedeschi riusciamo a far convivere le due metà più antitetiche dell’Europa, forse che ce la facciamo tutti a restare uniti?

Cerchiamo le risposte insieme. Nelle prossime settimane scopriamo come si vive tra nostalgia di casa e euforia da frontiera. Stay tuned. La prossima settimana vi racconto la dibattuta parola spontan. Una truffa per tutti gli italiani in Germania.

TAG: Berlino, emigrazione, Germania, immigrazione, italotedeschi, Merkel
CAT: costumi sociali, Integrazione

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