Walter Siti: «Pasolini tutti lo citano ma nessuno ha voluto essere suo erede»

10 ottobre 2015

Gli anniversari non hanno alcun valore se si limitano a commemorare o a celebrare, ma possono essere l’occasione per provare a riconnettere un percorso interrotto rigenerando pensieri e idee ormai lontane nel tempo. A quarant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini abbiamo incontrato nella sua casa milanese Walter Siti tra i maggiori critici ed interpreti dell’opera pasoliniana. Cosa resta dunque di Pasolini al di là dell’icona pop? Quale eredità ha lasciato nella letteratura italiana? E infine come è possibile oggi interpretare la sua critica come azione di cambiamento e di progresso. L’intervista a Walter Siti, che ha da poco ha pubblicato La voce verticale. 52 liriche per un anno (Rizzoli) è la prima di un piccolo speciale che proverà ad indagare l’attualità e gli spazi interpretativi oggi dell’opera di Pier Paolo Pasolini.

Quale è oggi la ricezione dell’opera pasoliniana? S’intravedono degli eredi?

La mia impressione è che sul piano del suo coraggio civico nel denunciare la corruzione politica e culturale italiana, come sul piano della sua morte Pier Paolo Pasolini sia ancora molto sentito e presente. Ancora oggi si parla molto e si dibatte a proposito del Pasolini profeta, del suo processo alla Democrazia Cristiana, dei temi legati all’omologazione culturale come alla mutazione antropologica. Ecco tutta questa parte polemica e di denuncia è ancora estremamente viva anche perché di Pasolini ha preso sempre più forma l’icona pop. Pasolini quale figura di ribelle, di colui che non si piega alle logiche della politica e del malaffare. E in questo la sua morte e come è avvenuta è ancora centrale. Tuttavia tutto questo prescinde dalla lettura delle sue opere. E in generale la sua forma ormai definita di icona pop poco c’entra con l’influenza letteraria. Non mi viene in mente nessuno scrittore italiano che abbia meno di quarant’anni o anche di cinquanta – ossia che quando è morto Pasolini avevano dieci anni – che abbia fatto riferimento a Pasolini nella propria opera letteraria.

Eppure dopo la sua morte ci fu una grande reazione emotiva…

Certo subito dopo la sua morte c’è stata un’eredità, ma più che altro è sembrata data dall’emozione del momento. Penso in particolare a Vincenzo Cerami e al poema narrativo Addio Lenin e sempre nella poesia a Gianni D’Elia. Un’influenza quindi diretta di chi in sostanza lo aveva conosciuto.

Dove è ancora individuabile oggi nella letteratura italiana una racconto della borgata e del sottoproletariato? Quanto questo proviene dalla poetica pasoliniana?

Oggi si può forse rintracciare una certa visionarietà alla Petrolio nell’opera di Antonio Moresco che però ha uno stile e un’ideologia molto diversa da Pasolini. Così come è rintracciabile in questa moda del neo neo realismo e di tutti coloro che parlano e scrivono ad esempio di borgate romane o di criminalità come De Cataldo e Bonini da Romanzo criminale a Suburra scritto con Carlo Bonini o allo stesso Roberto Saviano di Gomorra, ma anche in questo caso non mi pare che risentano molto dell’estetica pasoliniana. Manca in toto la poesia del giovane sottoproletario fondamentale invece in Pasolini, qui più che altro vive l’idea della vittima come protagonista, un’idea del vittimismo.

Walter Siti

Walter Siti

 

Quali le qualità irripetibili nell’opera di Pier Paolo Pasolini?

Ci sono due dati fondamentali di Pasolini che sono stati irripetibili e mai più ripresi dalla letteratura italiana venuta dopo di lui anche se si è occupata di temi a lui vicini. Il primo è che Pasolini era fondamentalmente un poeta. Il primo approccio per lui alla letteratura è stata la poesia, anche quando con Trasumanar e organizzar l’ha rifiutata come genere. Premetteva sempre infatti che i suoi interventi erano en poète: perché lui faceva il teorico del cinema en poète, critica letteraria en poète, il polemista en poète. Ed effettivamente questa genesi poetica della sua opera non appartiene a nessun altro. Ad esempio Roberto Saviano non è certamente un poeta, così come non lo è Giancarlo De Cataldo. Non lo è nessuno di questi che si occupano di crimini, politica e borgate. L’altra cosa ancora più importante per Pasolini è che anche le osservazioni più ampie di tipo storico, sociologico nascevano sempre da questioni di vita o di morte: a partire dalla trasformazione del corpo dei giovani fino a tutto il piano delle trasformazioni sociali e sessuali, tutto aveva per lui un punto di partenza e significato intimo e privato. Si ha sempre l’impressione che queste cose per Pasolini abbiano un’urgenza diciamo così creaturale che per nessun altro hanno mai avuto. Forse solo Aldo Busi da questo punto di vista gli è simile, e Aldo Busi è totalmente antipasoliniano e mai avrebbe i cedimenti populistici di Pasolini e anzi rivendica un approccio sempre illuministico.

Individui delle vicinanze tra Pier Paolo Pasolini e Roberto Saviano?

Roberto Saviano ha preso una certa presenza scenica che Pasolini aveva conquistato negli ultimi anni quando qualsiasi cosa dicesse facesse dava scandalo e generava dibattiti. Saviano ha un profilo ormai internazionale è ascoltato e la sua parola conta. In un certo senso Saviano anche fisicamente assomiglia a Enrique Irazoqui il ragazzo basco che interpreta il Cristo nel Vangelo secondo Matteo. In generale quindi direi che ci sono delle eredità pasoliniane che sono rimaste in una una forma non letteraria o comunque solo pre letteraria, ma non assisto ad un’influenza reale di Pasolini nella letteratura italiana. Saviano poi in realtà è molto meno periferico di Pasolini, è molto più internazionale, è molto letto e seguito in Germania, e ha un certo seguito negli Stati Uniti che Pasolini non aveva. Probabilmente è meno radicato in Italia, è letterariamente meno italiano. E non credo che la letteratura italiana negli anni Settanta fosse meno periferica di quanto non sia oggi.

Da dove viene la letteratura di Pasolini?

Se noi oggi leggessimo per davvero le opere di Pasolini noteremmo quanto quella sia espressione della vecchia letteratura perché dopo di lui avviene il vero taglio. Fino alla generazione di Pasolini si aveva ancora un’idea della letteratura che sul piano della lingua significava una tradizione mai interrotta, penso a Calvino o comunque a Sciascia e a Levi che viveva all’interno di una tradizione europea. La frattura avviene quando gli scrittori hanno iniziato ad usare una lingua diversa, non più di tradizione letteraria, ma che proveniva dal cinema, dai fumetti come dalla musica rock pop.

Lo stile letterario è dunque disciolto?

La casa della lingua italiana si è frantumata. Mi colpisce molto l’articolo di qualche giorno fa di Roberto Saviano in risposta alle accuse di plagio. Una sacrosanta difesa, però nell’ansia di difendersi Saviano dice una cosa che nessuno scrittore dell’età di Pasolini avrebbe mai detto, ossia dice che c’è un solo modo per raccontare i fatti il che è una cosa palesemente falsa. Saviano fa una distinzione tra fatti e interpretazione che classicamente è giornalistica, ma non letteraria. Qualunque letterato dell’epoca di Pasolini sa che tutto è interpretazione, anche una rappresentazione neutra è già di per sé tinta di emozioni. Insomma l’importanza che lo stile aveva per quella letteratura adesso è sottovalutato e subordinato ad un panorama linguistico internazionale. La posizione di Saviano è internazionale, mentre il privilegio dello stile è nazionale.

Quindi una generale omologazione letteraria?

A proposito di omologazione, la scrittura è sostanzialmente mondializzata e quindi è chiaro che la prospettiva sia quella di una scrittura che sia facilmente comprensibile, identificabile e in sostanza che agevoli la sua traduzione nelle diverse lingue. Leggendo Ragazzi di vita si ha così l’impressione di leggere dell’archeo letteratura e solo negli anni Sessanta si va verso una lingua comune e in parte Pasolini ne coglie la mutazione con Trasumanar e organizzar e Teorema. Ma nel complesso anche fino a Petrolio, anche nelle sue parti più belle che sono quelle del viaggio in Sicilia del protagonista si ha sostanzialmente di fronte una prosa d’arte, l’impressione è che quella sia letteratura di una volta. Adesso siamo oltre e una delle ragioni per cui Pasolini viene poco letto è che se lo leggessimo si intaccherebbe l’idea della sua attualità. Le sue idee sono attuali, ma il suo modo di scrivere e di fare letteratura appartiene ad un mondo ormai passato.

Sono ancora valide le critiche sociali di Pasolini?

Ho l’impressione che in parte sì anche se diciamolo pure, le sue profezie strettamente politiche era tutte sbagliate: puntava su l’Africa quando le cose importanti stavano accadendo in Cina e nel 1974 scriveva in una prefazione a Le betulle nane di Evgenij Evtusenko che quindici anni dopo l’Unione Sovietica sarebbe stato un paese meraviglioso in cui vivere. Quindici anni dopo l 1974 abbiamo il 1989… Da questo punto di vista ne ha sbagliate molte, ma proprio perché viveva le cose sulla propria carne ha azzeccato l’indistinguibilità tra destra e sinistra che da un punto di vista antropologico è ormai appurata e anche da un punto di vista politico ormai si fa fatica a distinguerle. Come è evidente l’omologazione imperante da lui profetizzata: la cultura è mondializzata e c’è un livello medio di cultura che si espande seppure con aspetti da lui imprevisti. Credeva come poi altri dopo di lui nella fine della storia e nell’assenza di conflitti a cui si potevano opporre solo piccole sacche di resistenza. I grandi conflitti diciamo di civiltà a cui assistiamo oggi hanno smentito questa visione.

Cosa aveva invece con colto con esattezza?

Pasolini aveva una grande lucidità e pur essendo stato un marxista più ideale che reale aveva ben compreso che l’essere delle persone era legato a doppio filo con l’economia politica. Ben prima della crisi odierna del soggetto e dell’avvento dei social network e della relativa mondializzazione con tutti i riflessi dati sulla moda e sugli atteggiamenti indotti, Pasolini aveva infatti intuito molto bene che l’economia stesse alla base dei comportamenti individuali e dell’essere corporeo della gente.

Pasolini sulla tomba di Antonio Gramsci

Pasolini sulla tomba di Antonio Gramsci

 

Cosa resta con l’esplosione di Pasolini in un’icona pop del suo corpo?

Ho l’impressione che ormai il corpo si sia dissolto nell’icona, sento nella società italiana la voglia di chiudere la pratica e sia andata come è andata. Ed è un grave peccato perché resta non risolto un problema non da poco ossia se fosse più lo scandalo di un omosessuale che non negava le proprie perversioni o invece se fosse più una figura pericolosa per le sue indagini sul malaffare italiano e sui segreti di Stato. Che ci sia stato un complotto è sicuro così come che Pelosi non fosse solo è ormai certo anche se non si è mai fatto un processo. Poi se siano stati dei magnaccia romani infastiditi dalle sue domande o dei mafiosi preoccupati dalle sue indagini non lo sapremo probabilmente mai.

Le invettive pasoliniane e le sue critiche non sono ormai assuefatte da una società irriformabile?

Nel 1974 scrive un discorso che avrebbe dovuto leggere al congresso del Partito Radicale, è probabilmente l’ultima cose che ha scritto. Con il suo solito tono un po’ provocatorio in un luogo in cui tutti difendono i diritti esordisce con : “A) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti. B) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono o addirittura ci rinunciano. C) Sono abbastanza simpatiche anche quelle persone che lottano per i diritti degli altri (soprattutto per coloro che non sanno di averli)…” Che attorno al tema dei diritti ci sia un gioco di potere in cui l’ottenimento degli stessi diritti passa attraverso l’estensione dei medesimi doveri e quindi l’estensione del conformismo è una critica ancora buona e non smaltita, così come è ancora attuale la critica verso un benessere inseguito attraverso i peggiori compromessi.

Cosa significherebbe recepire per davvero la critica pasoliniana?

Oggi tutti sono disposti o quasi ad accogliere i migranti, i poveri veri. Lo sono almeno di principio. Ma quando viene posta la domanda se si sia disposti a ridurre del 20% il proprio tenore di vita allora le cose cambiano. E allora la risposta è che è meglio aiutarli a casa loro e anche peggio. Accettare fino in fondo le critiche pasoliniane comporterebbe quello che Marx chiamava un cambiamento dello stato delle cose presente, cioè un cambiamento vero nella vita di tutti. E da questo punto di vista la critica di Pasolini era di fatto una critica rivoluzionaria. Una critica che chiedeva uno sviluppo che fosse totalmente diverso e questo non è stato in alcun modo recepito e in alcun modo è accaduto.

TAG: Carlo Bonini, Giancarlo De Cataldo, Pier Paolo Pasolini, Roberto Saviano, Vincenzo Cerami
CAT: costumi sociali, Letteratura

7 Commenti

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  1. alfio.squillaci 4 anni fa
    Non si capisce questo passo: " i suoi interventi erano un poète: perché lui faceva il teorico del cinema un poète, critica letteraria un poète, il polemista un poète". Probabilmente l'originale era "en poète", cioè, traducendo dal francese, PPP faceva il teorico del cinema "da poeta", critica letteraria "da poeta", il polemista "da poeta": o no?
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  2. giacomo.giossi 4 anni fa
    Esatto Alfio, mio errore di trascrizione. Correggiamo quanto prima. Grazie
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  3. giuliano-federico 4 anni fa
    Ah! Il passaggio su Busi unico erede, sebbene illuminista. Ah!
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  4. danilo-fabbroni 2 anni fa
    Iniziamo a tenere a mente dei nodi gordiani su cui andrà a ruotare tutto il Sessantotto. Una sorta di cratere nero siderale che distruggerà i cosiddetti valori borghesi con la scusa che gli stessi null’altro fossero che “maschere di ferro” su una personalità marcia alle fondamenta, condita appieno di ipocrisie, falsità e tradimenti, dominio del campo economico sul campo morale. Ma alla fine del grand jeu, ci ritroveremo con gli stessi elementi in campo di allora, ma esacerbati all’ennesima potenza. Come se avessimo usato troppi antibiotici sul nostro corpo per decenni ed oggi i virus fossero non solo resistenti ai medesimi, ma addirittura più aggressivi. Oggi il ’68 ha concretizzato al cubo ipocrisie, falsità e tradimenti. E soprattutto un iperdominio dell’economicismo finanziario che non trova paragone in tutta la storia umana. D’altra parte, ciò che nasce dalle banche – come il ’68 - non può che avere una sua “superfetazione” in un totalitarismo delle banche. Non solo. Se «la contrapposizione fra gruppi umani organizzati di durata variabile in cui entrambi i contendenti tentano di imporre uno all’altro la propria volontà» è la definizione di guerra, in ambito di intelligence, allora il ’68 è stato una vera e propria guerra. Verrebbe da chiedersi, sempre che sia ancora lecito far ragionar la testa, come mai e perché una certa casta di “intellettuali” schierata apparentemente contro-il-Potere abbia sempre ricevuto e trovato miracolosamente fondi e sostegni all’infinito. Forse era fare-la-Rivoluzione col sostegno del Re? In genere il Potere ovviamente osteggia con tutte le forze chi gli è contro, e giammai lo aiuta finanziandolo, sapendo bene quanto conta il denaro nella ripartizione del Potere tout court. Uno su tanti, pescato a caso, Bernardo Bertolucci. Se si prendesse la briga di mettere in controluce l’intera sua opera si vedrebbe facilmente un dipanarsi impressionante di temi dissolutori. Nel film The Dreamers, tratto dall’omonimo libro di Gilbert Adair, incentrato sulla doppia cerniera di avvenimenti sociali sessantottini e privati (un trio di adolescenti alto borghesi i quali si prodigano tra incesto, sodomia e droghe) c’è un passo indicativo, che è preso di peso dal testo. Alle pagine 49 e 50 si legge: «I miei figli credono come, ad essere sincero, facevo io alla loro età, n’est ce pas?, che lo stato di ebollizione ribelle in cui vivono costituisce una minaccia grave e concreta per le forze del potere. Credono che i loro scioperi, le loro manifestazioni, e i loro sit-in, è questa la parola che usate, vero?, possano non solo provocare la società, ma alla fine, anche cambiarla. Invece – ed è questa la cosa che i miei figli non capiscono - la nostra società ha bisogno dei fattori disgreganti che sembrano nuocerle. Ne ha bisogno come un monopolista ha bisogno di un concorrente […] per mascherare il fatto d’essere un monopolista». Pare di stare a sentire Guénon… gli errori contrapposti che portano ad uno stesso punto focale. Su Bertolucci non troviamo miglior materia di un felicissimo ritratto che gli fece Franco Rossellini, che è stato assistente regista di Francois Truffaut ne I 400 colpi. In New York. Guida per i non residenti alle sue meraviglie e alle sue perversioni, di Mariarosa Sclauzero, per i tipi dell’Arcana, una casa editrice ultra-sinistroide, così Rossellini descrive Bertolucci, a pagina 94: «Come sei diventato produttore? Per caso. Dopo aver fatto l’aiuto regista di Truffaut ho lavorato con un gruppo di francesi che si davano molto da fare, ma erano troppo intellettuali, il contrario di me. Avevano un background culturale molto preciso e un certo impegno. Un impegno tuttavia ben diverso da quello fine a se stesso, quasi stupido, di cui ti parlavo prima a proposito dei parmigiani… Per favore, ripetimi l’essenziale… Ecco, parlo dei parmigiani perché sono un esempio tipico, classico, dei piccoli provinciali che hanno avuto la fortuna di trovarsi, nel primo novecento, al centro di una grossa area culturale, musicale in particolare, che li ha sollecitati, ha dato loro un certo tono. Poi, sono partiti da Parma e sono finiti a Roma. Di chi intendi parlare? C’è tutto un gruppo. Li chiamavano le Marie perché erano quasi tutti froci…ti spiego, quando Luchino Visconti lasciò Milano e venne a vivere a Roma per fare del teatro, sua sorella Uberta, cioè, mia zia Uberta, si sposò con mio cugino Renzo Avanzo e anch’essi si stabilirono a Roma. Lì Luchino Visconti cominciò a mettere insieme un gruppo di amici, a guidare un circolo di persone interessate al teatro e al cinema…ecco, sulla sua scia, tieni conto che lui è un milanese e era preferito ai romani, calò un’orda di pseudo-intellettuali froci i quali vivevano all’ombra di Luchino e sul mito della Callas, a parte il fatto che Maria era un personaggio a sé…insomma vivevano d’accatto. Luchino era il centro, la pin-up, il vertice di questa congrega che sapeva tutto, soprattutto sapeva tutto di Verdi, della sua musica e dei suoi interpreti. Gente che sapeva esattamente che cosa aveva cantato in quell’anno la Malibran, per farti un esempio… e questo gruppo di provinciali, stranamente, veniva quasi tutto da Parma. A Roma furono soprannominati le Marie. Anche Bernardo Bertolucci arrivò da Parma con quell’entusiasmo di cui stiamo parlando, e guarda che non è che lo conosca bene, solo per quel poco che ha fatto con Pasolini. È gente che ha la tenacia di coloro che vogliono affermare a tutti i costi le loro idee per quanto piccole esse siano. Gente che viene su con un grande complesso d’inferiorità con il mondo, tanto è vero che poi, alla stretta finale, anche se riescono ad avere successo in tutto il mondo cascano sempre, e sai dove? Nella pianura padana. Sì, riempendola di bandiere rosse, e facendo un film come Novecento, perché il loro internazionalismo alla fine dei conti è sempre lì, rimane a Parma».
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  5. danilo-fabbroni 2 anni fa
    Questo pathos verso “un’esplorazione disinibita dell’erotismo” è comune a molti altri esponenti dei santi di Satana. Pasolini ad esempio. «Alberto Asor Rosa sostenne che Pasolini rappresenta il passaggio dal neorealismo “ai miti della regressione sottoproletaria”, ossia la prova generale della sostituzione del binomio Marx-Lukács con il quadrinomio Nietzsche-Freud-Mann-Bataille».
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  6. danilo-fabbroni 2 anni fa
    Un altro pasoliniano ma d’oltreoceano è stato Marco Vassi, scrittore nato nel 1937 a New York e morto di AIDS nel 1987, la cui intera opera è centrata su una furiosa patologia psicosessuale praticata, in guisa androgina, in prima persona, e condita con spruzzi di buddismo Zen di marca squisitamente sessantottina. Da sottolineare che il Vassi “gravitò” anche nell’ambito dell’Aviazione americana e lì fu impiegato dai Servizi Segreti per alcune mansioni. Del resto la sua militanza tra le schiere del Partito della Morte costituiva un fatto lapalissiano, stante le sue stesse parole: «Forse siamo entrati in un periodo di annichilimento politico. L’unico, autentico rivoluzionario è colui che ostenta uno stile di vita che considera la distruzione imminente dell’intera specie come premessa basilare». Qui si riuniscono le Potenze dell’Aria nella loro moltitudine di sfaccettature, a spartirsi la parola d’ordine di Morte, in una cangiante girandola nihilista, a seconda dei momenti e delle circostanze: ora Grande Capitale Finanziario, ora Brigate Rosse, ora il Robert Mapplethorpe ritratto con mitra sullo sfondo del pentacolo, ora scrittore à la Vassi, o à la Mishima. Eh sì. Non si creda che la maschera di Shiva indossata da codesti personaggi sia esclusivo appannaggio dell’ambito sinistrorso. Yukio Mishima fu la riprova ennesima che nulla conta il versante destrorso o sinistrorso, quanto sacro (in guisa diabolica) è il credo verso il Nulla.
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  7. danilo-fabbroni 2 anni fa
    Nel nostro Sessantotto – fra le altre tematiche – veniva messo in luce lo stretto nesso, reale quanto proditorio, tra rivendicazioni femministe che dovevano portare ad un’apparente Nuova Alba Radiosa dell’Avvenire per il genere femminile e una nuova schiavitù quale rovescio di questa stessa medaglia. La “cosa” trova un curioso ma significativo riscontro in un recente romanzo che ha avuto il premio Strega: Resistere non serve a niente, di Walter Siti, Rizzoli, Milano, 2012. Siti – un “cantore” indefesso di Pasolini e quindi non sospetto di nessun coté “reazionario” - scrive alle pagine 16 e 17 del suo romanzo: «La libertà è l’ambiguo gioco concetto su cui tutto si gioca: ci può essere libertà in un rapporto che recita la schiavitù? “Il corpo è mio e io sono libera di farne quello che voglio”: questo rivendicano molte ragazze, prendendo a prestito uno slogan delle loro nonne. […] La libertà a cui le ragazze alludono citando il famoso slogan femminista è quella del libero mercato. Libertà di movimento e di azione […]. Le escort gestiscono il loro capitale con la stessa flessibilità con cui la finanza gestisce gli azzardi […] e non si percepiscono come prostitute esattamente come i maghi della finanza non si percepiscono come truffatori […]».
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