Massimo
Crispi

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Come si può ricavare dall'avatar, Massimo Crispi è démodé. Un démodé alla moda, forse, o più probabilmente decide lui la sua moda del momento. Com'è démodé, in un mondo dove "oggi anche il cretino è specializzato", come notava Ennio Flaiano qualche anno fa, interessarsi a molteplici cose e provare a metterle insieme in una narrazione con [...] un senso, dimostrando che forse i punti di vista possono essere più di quanti si immaginino. Cosa c'è di più démodé? In questo suo mondo démodé Massimo Crispi si gode una gran pace, il rumore di fondo certamente c'è ma resta fuori. Scrittore, saggista, giornalista, cantante classico e meno classico, fotografo, giardiniere, cuoco e molte altre amenità che non risparmia a sé stesso né a coloro che ama (e che talvolta lo riamano), adora costruire ponti tra gli incontri che la vita gli pone sulla strada. Ed è un suo vezzo lasciare tracce, per chi voglia approfondire, naturalmente. Dalla Sicilia delle origini a Bologna, Venezia, Milano, Parigi, Barcellona, Firenze e ai mille posti dove hanno posato le sue sacre piante le sue narrazioni sono come le briciole di Pollicino. Chi vuol seguirle, le segua.

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Ultimi commenti

Pubblicato il 09/06/2021

in: Siamo alla sinistra subculturale?

La confusione che si fa oggi per definire “sinistra” qualcosa che è lontanissimo da ciò che si intendeva solo pochi decenni fa per “sinistra” deriva anche dal fatto che la “sinistra” è evaporata mentre la destra no. Allora, per contrastare un’idea, un atteggiamento, un comportamento di destra, anche idiomaticamente, si è costretti a usare la [...] parola “sinistra”; sarebbe come dire “alto” e “basso” o “dritto” e “storto”, giusto per poter identificare ciò che, teoricamente, si opporrebbe alla destra. Ma non è sinistra. Chiamare sinistra questa brodaglia postdemocristiana insipida e anodina è insultare la sinistra. Ora, nella confusione globale dei ruoli, in un limbo politico annacquato e insipido dove destra e sinistra (chiamiamole così per comodità) si confondono e si scambiano spesso i ruoli senza che i leader se ne rendano conto perché sono tutti di una mediocrità che fa paura, l’elettore o semplicemente il simpatizzante di sinistra - ma anche lì bisognerebbe capire di quale sinistra - si sente annegare nel mare della banalità. Non so quale possa essere una soluzione. E, come lei, anch’io non mi sento rappresentato da alcuna classe politica, non solo in Italia ma anche in Europa. Sono disgustato, e lo dico con un brivido. Ciò che forse si può fare, l’unica cosa, è continuare ad esprimere le proprie opinioni finché sarà possibile. Qualcuno leggerà i messaggi nella bottiglia e magari li diffonderà. Sperare in editori illuminati, in produttori mediatici lungimiranti e consapevoli, in masse che ragionino è romantico ma irreale. Però sono dell’opinione che si fa bene a esprimere il proprio disgusto e la propria indignazione e bacchettare i conformisti e gli oscurantisti. E anche quelli che oscurantisti non sono ma si comportano come tali inconsapevolmente. Per fortuna questo spazio ce lo consente.

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Pubblicato il 09/06/2021

in: Il rock omeopatico dell'Eurofestival

Vedo che non ha letto attentamente, mentre io ho ascoltato e molto attentamente i Måneskin, sennò non ne scrivevo. E vedo che anche lei, come ho scritto nel mio intervento, si conforta in un passato abitato dai Led Zeppelin, Helicopters, Who… (Ivan Graziani è morto nel 1997, faccio notare). Io non ho paragonato, se legge [...] meglio, Queen e David Bowie, perché sono due fenomeni alquanto diversi che hanno solamente condiviso il tempo cronologico e certa attitudine al travestimento, come ho scritto. Un paragone significherebbe un’analisi approfondita delle affinità e delle differenze, soprattutto musicali, estetiche e ideologiche, che io non mi sono azzardato a fare per vari motivi che qui tralascio perché non è il momento di parlarne. Parliamo dei Måneskin, invece. E parliamo di come - e testimonianza ne è lei che cita i suddetti gruppi del passato, facendo sì, stavolta, un paragone - non inventino alcunché. Io sono dell’opinione che un artista moderno debba aggiungere qualcosa per essere considerato un vero artista. Agitarsi con grinta su un palco con luci stordenti e a tutto volume, mostrando talento ma riproponendo stilemi arcaici (vedi la polemica della band The Vendettas, che accusa di plagio gli italiani e in effetti il riff è molto simile, ma sarebbe come accusare Romagna mia di essere un plagio del Bel Danubio blu essendo entrambi due valzer, con un bel ritmo ternario in evidenza) senza aggiungere proprio niente dal punto di vista artistico, non mi pare un’operazione degna di nota. Nonostante il successo planetario e le ovazioni, nonostante siano considerati la migliore rock band italiana di oggi. Il successo mediatico non significa necessariamente una creazione artistica di valore. Il testo della canzone non vedo cos’abbia di così brillante, vogliamo farne un’analisi verso dopo verso? Volendo fare dei paragoni, visto che sono inevitabili, sono più significativi, se è per questo, i testi di Achille Lauro (come in Generazione X) o di Mahmoud, i quali forse hanno proposto qualcosa in più, anche se poi usano sempre le loro formule senza far progredire di molto il loro stile che è comunque povero. O quelli di Gabbani, che io trovo di gran lunga più appropriato, anche stilisticamente, come specchio di una società postpostmoderna pur abitando un pianeta diverso da quello dei Måneskin e avendo un’altra età (e consapevolezza) rispetto a quella dei giovanissimi rockettari. Io trovo la Måneskinmania solo esagerata, ecco tutto. Io, ma sono io e solo io probabilmente, li vedo semplicemente come dei ragazzi che si divertono su un palco anziché in un garage, certo, con più mezzi a disposizione e uno spazio un po’ più grandino. Ma è solo la mia impressione. E, si sa, io sono un incontentabile, lo dichiaro sempre. Riguardo ai testicoli o le tette, ho notato che Damiano si esibisce a torso nudo, con tatuaggi e capezzoli maschili in bella mostra, e anche gli altri componenti del gruppo hanno scelto spesso un nude look. E il nudo, si sa, soprattutto se giovane, attrae sempre. Non è l’eccellenza che genera odio, non odio questi poveri ragazzi, che poi poveri, soprattutto adesso, non saranno proprio. Semplicemente trovo tutto ciò esagerato. In Italia, oggi, tutto appare come straordinario, eccezionale, fantasmagorico, in tutti i campi. Tutti usano questi aggettivi troppo spesso e in maniera inopportuna, senza conoscerne, forse, veramente il significato. E perché? Perché negli ultimi decenni si è sempre corteggiata la mediocrità e si è persa la dimensione del sublime. Le nane bianche brillano come supergiganti azzurre in assenza delle ultime. Legga con più attenzione.

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Pubblicato il 02/06/2021

in: Viaggio a Genova, la metropoli mancata: “Ripartiamo dall'IIT, non dal turismo”

In realtà l’Italia è un paese policentrico, oggi più che mai. L’avvento della rete ha fatto diventare le periferie meno periferie, ha portato informazione, per chi la sa decifrare e non usa la rete unicamente per acquisti e basta. Ogni città può essere la metafora dell’Italia, per i più svariati motivi, e ritrovacisi proprio per l’estrema [...] varietà di territori, di storie, di economie, di società. Di certo Genova è stata risucchiata da Milano e Torino, più dalla prima, perché Milano, nel passato, è stata la città dove tutti affluivano e si inventava. Perfino i cantautori poi si trasferivano a Milano. Ecco, partire dal passato culturale recente, proprio dai cantautori, potrebbe essere un polo di richiamo per un festival internazionale, globale, esclusivamente dei cantautori, magari con scuola di musica annessa, assai più seria di quelle televisive simil reality che sono di uno squallore senza fine. E, perché no, farne la sede dell’Eurofestival 2022, dando un’aura di nuovo anche nell’ambito del kitsch, ma portando alla conoscenza di milioni di giovani una delle città più belle e ricche d’arte d’Italia. Farne scenario per molte fiction, italiane e straniere, fare della musica e del cinema un carro trainante, anche perché il territorio montuoso alle spalle della città, pur naturalisticamente splendido, è comunque solo una striscia di terra e non consente impianti industriali che nella pianura padana hanno trovato posto più facilmente. Ci vogliono idee forti, catalizzatrici, coraggiose. Altrimenti s’invecchia in compagnia delle ragnatele. Le realtà industriali forse andrebbero ripensate trovando qualcosa di eccellente che può partire solo ed esclusivamente da Genova. Lì bisognerebbe ripescare nella Storia e riflettere. Il porto c’è. L’arte pure. La gastronomia, poi, è davvero ottima. Mancano i giovani, che vanno attratti ma non unicamente con discoteche e apericene, bensì con idee di futuro in modo da portarli lì e farceli restare perché la città è diventata un bel luogo dove poter immaginare la propria vita. La pandemia è durata ancora troppo poco per poter riflettere veramente al ripensamento della società e dell’economia. Troppe persone hanno un concetto vecchio di tutto e credono che il ritorno alla “normalità” sia la cosa più ambita mentre forse è proprio quella normalità il vero problema. E questo vale non solo per Genova.

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Pubblicato il 28/05/2021

in: La letteratura si ridimensiona e diventa social, ma nessuno lo dice

Certo, buona parte della colpa è di chi pubblica la banalità e crede di offrire oro colato ai lettori per poi meravigliarsi che si legge poco. Un approfondimento di psicologie, di temi, un’eleganza di esposizione, sono visti come orpelli, come ostacoli per un lettore medio quasi analfabeta che compra l’ultimo libro della femminista alfa per [...] sentirsi partecipe della sua lotta contro un linguaggio sessista e così magari giudicare le pietre miliari della letteratura, soprattutto maschili, come un passato obsoleto. In fondo era così anche colla Fallaci, che sarà stata una giornalista intrepida e intraprendente ma come scrittrice, insomma… E poi le amiche geniali hanno messo il tuppo sulla brioche. Mentre Elsa Morante o Gianna Manzini viaggiano verso un dimenticatoio colpevole, anche perché le opere della Manzini, catalogo Mondadori, si possono trovare solo nelle librerie di usato o nelle biblioteche, mai più ristampate. Il lettore medio non le comprenderebbe mai. Non esistendo più un Garzanti, un Bompiani, un Mondadori, bensì solo i nomi di quegli editori gloriosi di un passato non troppo remoto - ma che sembra giurassico - assai più ricco e produttivo, i poveri autori, che pure ci sarebbero, non hanno chance. E i lettori ancora meno.

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