Massimo
Crispi

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Come si può ricavare dall'avatar, Massimo Crispi è démodé. Un démodé alla moda, forse, o più probabilmente decide lui la sua moda del momento. Com'è démodé, in un mondo dove "oggi anche il cretino è specializzato", come notava Ennio Flaiano qualche anno fa, interessarsi a molteplici cose e provare a metterle insieme in una narrazione con [...] un senso, dimostrando che forse i punti di vista possono essere più di quanti si immaginino. Cosa c'è di più démodé? In questo suo mondo démodé Massimo Crispi si gode una gran pace, il rumore di fondo certamente c'è ma resta fuori. Scrittore, saggista, giornalista, cantante classico e meno classico, fotografo, giardiniere, cuoco e molte altre amenità che non risparmia a sé stesso né a coloro che ama (e che talvolta lo riamano), adora costruire ponti tra gli incontri che la vita gli pone sulla strada. Ed è un suo vezzo lasciare tracce, per chi voglia approfondire, naturalmente. Dalla Sicilia delle origini a Bologna, Venezia, Milano, Parigi, Barcellona, Firenze e ai mille posti dove hanno posato le sue sacre piante le sue narrazioni sono come le briciole di Pollicino. Chi vuol seguirle, le segua.

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Ultimi commenti

Pubblicato il 10/07/2024

in: 14 luglio, santi del giorno

Buonasera, prima si straccerà il concordato prima si evolverà questo paese. La strada è lunga e piena di ostacoli

Pubblicato il 08/06/2024

in: Giorgia, sei del Novecento, hai i giorni contati

buonasera Baroncelli, sui giovani e il loro voto ho qualche dubbio. Anche perché i giovani non sono uguali dappertutto. Se parliamo di giovani che vanno regolarmente a scuola e che poi, magari, proseguono gli studi, magari si può rintracciare una buona parte di persone che non voti per la Meloni. Probabilmente vota per Forza Italia. Poi [...] ci sono i giovani che si fermano alla terza media e vanno a lavorare come uomini e donne di fatica, sempre che trovino un lavoro. Non ho idea di che tipo di orientamento possano avere questi giovani e se, arrivati all’età del voto, siano in grado di discernere anche perché bisognerebbe vedere con che livello di conoscenza sono venuti fuori dalla scuola dell’obbligo e che ambiente frequentano, quanta televisione vedono, eccetera eccetera. Poi ci sono quelli che abbandonano gli studi e bona l’è, probabilmente in periferie disagiate di città ugualmente disagiate e lì è da vedere, sempre arrivare all’età del voto, se a stento sanno mettere una croce e dove il boss del quartiere dice di metterla, non mi stupirei che fosse dalle parti dei fratelli d’italia o di forza italia, perché abbiamo visto di che collusioni sono capaci, prima e dopo il cavaliere. I giovani, così graziosamente riuniti insieme, come se fossero un’entità positiva senza macchie, sono un gruppo di persone molto eterogeneo. Di certo in comune hanno, almeno quelli di oggi, una confidenza colla tecnologia che noi ci sognavamo, ma anche coi guai che soprattutto l’abuso e il cattivo uso della tecnologia si portano dietro. Non saprei come voterebbe una giovane ragazza, in età da voto, che segue 23 ore su 24 i tik tok di Chiara Ferragni o di altri influencer. Giorgia Meloni ha un seguito di giovani o giovani in età un po’ più matura, più che giovanissimi. Sono quelli che hanno voglia di menare le mani, metaforicamente e concretamente, e non sono pochi. Sono quelli che hanno un forte sprezzo per il prossimo, non si lasciano incantare dalla triade diopatriaeffamiglia perché hanno altro per il capo, ma che si sentono di destra perché la sinistra non sa dare loro risposte e loro hanno bisogno di slogan, che siano veri o no poco importa. Basta che si sentano rassicurati, e Giorgia è brava a rassicurare colle menzogne e cogli slogan facili. Certo, quando si scopre che le cose non sono vere poi ci si può anche arrabbiare, ma i giovani d’oggi, in massima parte, non hanno esercitato l’arte della memoria. Si iniziava, una volta, a imparare le poesie a memoria. Non credo che oggi si faccia ancora. Infatti si vedono i risultati. Se poi consideriamo che l’insegnante di italiano del figlio di Briatore, quindi in una scuola chic (o meglio per ricchi), si vede rimproverata dal padre dell’allievo perché ha preteso di insegnargli Pirandello (e che avrebbe dovuto fare insegnando italiano?), possiamo stare sicuri che il figlio di Briatore, se andrà a votare, voterà per giorgia.

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Pubblicato il 26/05/2024

in: Si tornerà a bocciare anche alle elementari?

Guardi, io francamente spero di sì, cioè spero che si ricominci a bocciare se necessario. La scuola pubblica dell’obbligo ha il dovere di formare il cittadino fin dalla più tenera età e se il ragazzo o la ragazza non sono preparati secondo ciò che il corso prevede io credo che sia giusto ripetano l’anno. Perché mandare [...] avanti, in corsi sempre più complessi, ragazzi che mancano di basi e che non riuscirebbero a seguire i corsi successivi proprio per questa ragione? Come arriverà uno studente che fa ancora gravi errori di ortografia e di comprensione della lingua alla fine? Sarà formato? Sarà pronto, qualora i genitori vogliano farlo proseguire alle superiori, ad affrontarle oppure diventerà sempre più asino perché non capirà nulla e si isolerà sempre più o, peggio, troverà altri come lui e si dedicherà ad attività adolescenziali senza capire e discernere le cose perché non ha i mezzi critici? Quest’eccessiva attenzione a non “traumatizzare” i ragazzi, a farli crescere sempre e comunque “protetti”, a dar loro il cellulare in mano a 5 anni se non prima, a lasciarli giocare davanti al video da soli, senza che sappiano più tenere in mano una penna e scrivere, senza neanche riuscire a mettere una subordinata di primo grado dopo una principale o a fare le più elementari operazioni di matematica o sapere le fondamentali nozioni di Storia ed educazione civica, non facilita la formazione. Crea solo nuovi mostri. La bocciatura può essere uno choc, certo, ma la vita è fatta continuamente di bocciature e insuccessi. Se non ci si abitua presto che il percorso è accidentato poi si cresce immaturi e mai pronti alle difficoltà, la formazione è anche questo oltre alla possibilità di venire a conoscenza di un certo cumulo di nozioni, è anche fornire un metodo. E un metodo prevede anche come comportarsi di fronte a un insuccesso: ricominciare l’esperienza da capo ed evitare errori. Altrimenti poi è inutile lamentarsi se i giovani vengono su senza una consapevolezza e combinano disastri, senza comprendere perché votano e per chi, senza comprendere chi sono i migranti e perché migrano, senza capire chi inizia una guerra e perché e così via. Basta che seguano l’influencer di turno e facciano felici genitori inconsapevoli di tutto. Almeno che la scuola ne salvi una parte bocciandoli (se necessario) per scuoterli e per farli fermare finché sono in tempo. Anche alle elementari, anche alle medie. Che poi la nostra scuola, scempiata da ministri osceni e da governi ancora più osceni, sia decaduta inseguendo chimere produttive, scuole come aziende, e così via, è un’altra storia, ovviamente. E, certamente, conta anche la preparazione dei docenti e l’eccessiva infiltrazione della famiglia dove invece dovrebbe essere esclusa. La famiglia faccia la famiglia e la scuola la scuola. E che tutti gli atti intimidatori verso i docenti che bocciano da parte delle famiglie siano perseguiti duramente, anche più di quanto non lo siano già. Lo Stato deve, o, almeno, dovrebbe, difendere i propri dipendenti e i giovani da simili famiglie. Su questo bisogna battersi.

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Pubblicato il 25/05/2024

in: Così fan Toti

L'Italia è una Repubblica emocratica basata sulla corruzione. La sovranità appartiene ai rappresentanti eletti dal popolo, che la esercitano nelle forme e nei limiti della corruzione possibile al momento.

Pubblicato il 31/03/2024

in: Per salvare il sapere

Lei crede? Dal momento che io non li ravviso vorrei che mi spiegasse dove sta la volgarità, dove starebbe l'invidia e questo senso d'inferiorità, dove li ha letti, quanto meno. E, soprattutto, perché sarei stato scorretto nei confronti del prossimo. Lei ha scritto un articolo su Carrera evidenziando le sue parole: “Faccio girare qualunque remix [...] riesco a trovare. Ho imparato a tagliare, mischiare, graffiare, campionare e sequenziare. Imposto le frequenze, passo da una playlist all’altra in dissolvenza incrociata e ci faccio sopra qualche rap. Ma sia chiaro che non sto insegnando nulla, e lo so benissimo. Certamente nulla di come è stato insegnato a me. Sto facendo il dj della cultura”. C’è ovviamente un lato ironico. Io credo che questo metodo possa servire solamente a creare qualcosa di personale sicuramente ma che va al di là di trasmissione del sapere. È un mosaico, una ratatouille, si può chiamare come si vuole, può anche diventare un’opera d’arte, se si vuole, e magari anche pregevole, ma l’insegnamento e la trasmissione del sapere sono un’altra cosa. Non ho letto il libro ma dal suo articolo ne ricavo questo. Il sapere, ben distinto dalla cultura, secondo Carrera, secondo me può essere ugualmente cancellato perché, se non viene tramandato in una qualche maniera, che sia o no gerarchica o dogmatica, ma comunque sistematica perché senza un metodo, senza una griglia, non si riesce a mettere in ordine niente e si fa solo confusione, può succedere che si diano dei valori a cose che ne hanno altri in quanto andrebbero interpretati in un contesto anziché in un altro. Ed è esattamente ciò che avviene nell’indiscriminato politicamente corretto anglosassone, buttando via il bambino coll’acqua sporca. Potrà dare fastidio ma i Beatles non sono come Stockhausen così come Bob Dylan non è come Miles Davis né come Giuseppe Verdi né come Gigi D’Alessio. Ogni artista esprime qualcosa di diverso, sempre, ma il suo linguaggio è legato al suo tempo e alle sue esperienze. Che poi lo usi per mostrare altre vie interpretative del mondo, fa la grandezza dell’artista. A me Stockhausen, per esempio, dice ben poco, è una questione di linguaggio, non so a lei o a Carrera, così come non mi dice niente certa musica popolare. Anche quella è cultura, senza dubbio, e io non pretendo di cancellarla ma almeno la scelgo. E scegliere si può solamente se si conosce, quindi, in qualche maniera, questo “sapere” va insegnato e tramandato. Il non pretendere di insegnare niente a nessuno è, secondo me, una falsa modestia. Va bene la socratica consapevolezza di non sapere, ma è un passo successivo ed è anche un atteggiamento, spesso e volentieri. A volte, più che con saggezza, è usato con ipocrisia. Se ai giovani, o anche ai meno giovani che non hanno avuto un imprinting scolastico, per le ragioni più varie, non si danno gli strumenti per poi poter interpretare criticamente la realtà e le culture (una volta che se ne siano conosciuti, almeno, alcuni scampoli) proporre il dj della cultura è un’operazione molto più snob di Alberto Arbasino, che, almeno, poteva permetterselo perché era un pozzo di culture varie. Fare il dj della cultura, sebbene in forma ironica, equivale alle messe in scena di certi registi, in buona parte tedeschi perché hanno iniziato loro nel dopoguerra, che ambientano le opere in contesti totalmente alieni dai libretti originari, pur mantenendo un rigore filologico nell’esecuzione musicale. Io la chiamo schizofrenia perché si crea la frattura tra linguaggio del libretto e dell’opera, che sono comunque arcaici, e il lato visivo che sembra capitato lì per caso. Chi vede l’opera per la prima volta non ne capisce niente. L’ironia è una cosa che viene all’ultimo, altrimenti non si capisce perché qualcosa dovrebbe essere ironico se non si conosce l’originale, e la conoscenza avviene solamente attraverso una trasmissione metodica dei vari saperi. E non c’è niente da fare, uno può anche scendere dalla cattedra e porsi tutte le domande del mondo insieme agli allievi, ma solamente dopo aver dato loro i mezzi critici per poterle affrontare. Rendendosi conto che spiegare la complessità delle realtà richiede ragionamenti complessi e non superficiali. Ciò che è sufficiente “per passare all’azione, per vivere” non basta. E il lato gerarchico, comunque, resta. La straripanza di argomenti implica una visione complessa delle cose, e sono anche pochi gli argomenti che affronto, perché il tema è enormemente vasto. Se vuole le pongo altri argomenti ma credo che, da ciò che ha scritto, questi le siano bastati per stigmatizzarli già come straripanza. A cosa si riferisce con “gonfiume di volgarità”? E la dietrologia, dove l’ha vista? E il senso soffocante d’inferiorità… mah! Non so come e dove abbia percepito la mia invidia, per questo le chiedo. Io non invidio proprio nessuno, è un sentimento che non conosco. Però, dal momento che ha commentato in questo senso, vorrei delle spiegazioni per tutte queste qualità attribuitemi.

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