Anche dalle macerie può nascere poesia

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26 Marzo 2016

 

“ L’unico modo per confrontarsi con un mondo non libero è diventare così assolutamente libero che la tua stessa esistenza diventa un atto di ribellione”.

maram

 

Solo qualche giorno fa si celebrava la giornata mondiale della poesia. Non è facile individuare il motivo per cui essa  nasce, a volte è sedimentata in strati, tace per anni fluendo sotto la superficie. A volte si nasconde aspettando il momento giusto per venir fuori, a volte scaturisce dalla sublimazione del male subito. Questa l’origine della  poesia di Maram Al Masri., nata a Latakia  in Siria, esule a Parigi,  in cui il dramma politico e sociale di un terra  straziata e consunta da anni di dittatura  si intreccia a quello personale di una donna  discriminata, perseguitata e minacciata di morte dal regime di Bashar al Assad, che dà voce alle sofferenze  di altre donne costrette al silenzio e  che le fa dire :

“Le donne come me

non sanno parlare;

la parola le rimane

di traverso in gola

come una lisca

che preferiscono inghiottire”

Vincitrice di numerosi premi letterari, nonché quello della letteratura francese avendo scelto il francese come” lingua del paese ospitante per i rifugiati poeti”,  nella sua poesia, lontana da cliché letterari e dettata dall’urgenza delle emozioni, trova posto empaticamente tutta  l’ umanità sofferente,  bambini  e  anziani, per troppo tempo dimenticata poiché è  toccata la sventura di nascere in una terra poco appetibili agli occhi dell’occidente. Una terra che ha dovuto abbandonare perché la ragazza che aveva studiato letteratura inglese a Damasco potesse avere la possibilità di svilupparsi come donna libera che coltiva i suoi interessi, che cura il suo corpo, che può vivere scegliendo  l’amore che invece le è stato negato in quanto si era innamorata di un ragazzo cristiano. Neppure il  matrimonio, la vita in un paese libero, la Francia,  e la nascita di un figlio, le darà la serenità sperata: pochi mesi  dopo le nozze  si separerà dal marito che le sottrarrà  il bambino  riportato in Siria. Quella perdita  mai guarita nonostante  la nuova vita sentimentale, sarà linfa vitale da cui nasce la forza di raccontare le storie raccolte dalla bocca di  donne nate in paesi diversi, di  età diverse, che svolgono professioni diverse, ma  tutte,  come lei , hanno sognato la libertà e l’amore ed hanno  invece trovato l’abuso. Con un lessico semplice  e crudo denuncia “ i lividi celati, gli ematomi nascosti tra le cosce, i loro sogni rapiti, le parole azzittite”. E così Yasmina  cerca un po’ d’amore trasformandosi in una donna simile a quelle che vede sulle riviste, ma nelle sue trasformazioni  dettate dalla  ricerca di piacersi e piacere ad un uomo, finisce per perdersi e perdere il suo viso, la sua identità, straniera persino a se stessa.  Awu Pam, che col suo francese stentato e “sgualcito come un fazzoletto”, lascia il suo lavoro di giornalista finanziario e la sua famiglia, lascia la sua carta di credito; l’uomo che dice di amarla le promette di farsi carico di lei, la terrà  al riparo dalle responsabilità della vita, quella  protezione promessa si trasformerà  presto in prigione. Catherine, invece,  nonostante appaia frivola, è tenera e cerca di riempire il suo vuoto d’amore mendicando un sorriso dal marciapiede. Incontriamo poi Atifè , morta a 16 anni, sognava di fare la ballerina in un paese, l’Iran, in cui mettere il rossetto, lasciare liberi i capelli e  avere desideri è un crimine, e  in cui  il desiderio di libertà, il peggiore dei crimini,  viene impiccato. Incontriamo poi il sopruso visto dagli occhi dei bambini: Sara  si ripropone di imparare bene a stirare le camicie, non vuole che il suo futuro sposo la picchi come  il padre  fa con la madre. Per  Suzanne che vede la madre trascinata a capelli da suo padre, il padre si identifica col coccodrillo che è su una fotografia appesa al muro, mentre Magda non ha conosciuto sua madre perché  a 18 mesi il padre l’ha portata lontana  affidandola ad una nonna che maledice chi l’ha messa al mondo.

Passione, solitudine, umiliazione,  violenza, scandalo, e forza che spesso va a braccetto con la verità, sono l’anima della sua poesia a cui fa da bozzolo  la bellezza della parola che solleva, consola, restituisce dignità e identità a chi  ha perso tutto: pane, patria, legame.

La sua poesia è una poesia in cui dell’amore cercato sono rimaste solo le pesanti conseguenze: delusioni e abbandono. Solo  la condizione e il sentimento  nostalgico dell’esiliata sarà quella che non l’abbandonerà più, e  trasformerà  in voce pubblica  l’amore   per una patria martoriata  le cui vicende sono seguite attraverso gli schermi  di un computer. Un amore che  rassomiglia, perciò, a quello di  un innamorato che si aggira intorno a una prigione cercando di scorgere l’ombra dell’amata. Da lontano, con la puntualità di un racconto di cronaca,  i corpi decapitati di donne e uomini  e deflagrati  dei bambini vengono raccontati  in “nuda è la Libertà”. Nuda come un luogo sguarnito, spogliato, smembrato, come  un popolo in  cammino da una città scalzata dalle fondamenta. Mentre la libertà cantata è quella amputata che nega ai suoi figli non solo la   possibilità di potersi procurare sostentamento adeguato, ma non avendo altro materiale con cui poter giocare se non i  rimasugli della guerra,  persino  quella  di avere sogni che accompagnano il loro sonno.

“La Siria è per me una ferita che sanguina. E’ mia madre sul suo letto di morte/ È la mia infanzia sgozzata/ il mio incubo e la mia speranza/ la mia insonnia e il mio risveglio». E nel canto di Maram, la Siria è anche «l’orfana abbandonata/…una donna violentata/ da un vecchio mostro/ abusata, prigioniera/ costretta al matrimonio», «l’umanità che soffre», «una bella che canta un’ode/ alla libertà/ ma le hanno tagliato la gola».”

 

ferita

Versi con cui narra  il dramma del suo popolo schiacciato da ingiustizie il quale  ha visto fallire il suo sogno di libertà alimentato  dalle primavere arabe e che un’  omertà, complice di  guerre rumorose, ha condannato  al perpetrarsi di negazione di diritti depositari dell’essere umano. Un’acquiescenza che ancora oggi  dinanzi all’avanzata di nuovi e più pericolosi terroristi, preferisce  supportare il male minore

Le speranze deluse e la  claustrofobica sottomissione al regime di Assad  trasformatosi  da agognato salvatore in carnefice che  ha segregato sogni insieme alle vite umane soffocandone  il grido,  trovano spazio in versi in cui un bambino nato  in prigione da donna violata  chiede cosa sia una finestra

“  Una finestra è un porta nella parete da cui  passa la luce del sole  e dove a volte si appoggiano  gli uccelli .Cosa sono gli uccelli? Lo interruppe il fanciullo. L’uomo prese una matita e disegnò sulla parete  una finestra e un fanciullo con le ali”.

Anche le  idee, in quanto volatili, non si arrestano. Sono in fuga dalle bombe e da una guerra  in cerca di un luogo in cui poter essere  piantate e divenire  germoglio, in cui correre  libere  dai soprusi e da catenacci, al riparo dal “frastuono della paura e del freddo”

 

father and son

“I figli della  libertà non indossano abiti di cotone ,la loro pelle presto si  abitua alla ruvida stoffa .i figli della libertà indossano abiti usati, ai piedi scarpe troppo grandi oppure  nudità  e ferite”

A cullare i sogni di chi scappa  sono  le onde del Mediterraneo, troppo spesso  fossa comune  più che giaciglio sicuro. E se la migrazione degli uccelli risponde alla stessa esigenza di sopravvivenza, nel caso dei migranti  il viaggio non  comporta né  rotte né un approdo sicuro.

Persone  costrette a cambiare luogo in cui vivere,  che hanno perso per sempre un posto sulla terra, gettati nel non nowherwville di Garreau, come polvere  conoscono solo una dimensione temporale quella del  “ tempo dell’arrivo a destinazione e di una nuova ripartenza.».

La polvere,
una viaggiatrice come me
una migrante come me
che, malgrado tutto, non attecchisce da nessuna parte.
Senza patria
viene da ogni orizzonte,
portata dalle ali del vento.

Dinanzi a tanto orrore è lecito chiedersi a cosa serva la poesia

La poesia, dissentendo, è  urlo di ribellione, denuncia, è arma scagliata contro la barbarie, è atto  civile, strumento  di  sensibilizzazione e rivendicazione. E se per Camus  la  giustificazione di uno scrittore  è di parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo, essa  è dovere  allo stesso modo in cui, in quanto linguaggio universale, è un diritto  a  esprimere  le proprie emozioni. Per Maram che incarna il credo etico camusiano del “mi ribello dunque esisto”, l’ atto di scrivere reca  già in sé il seme di un rivoluzione. Scrivere è imparare a conoscere se stessi, nella propria nudità, nei pensieri più intimi.

In tempo di guerra, “la poesia è  un  salvagente, una  mano tesa al mondo per evitare che anneghi”, strumento  di sopravvivenza  in momenti di difficoltà perché   tocca nel profondo l’umano e le sofferenze dell’ essere umano

“ Che tu sia figlio mio la goccia d acqua che legandosi ad altre gocce formerà l’onda che laverà la costa del mondo e smusserà la costa tagliente “

Versi in cui si legge  la speranza che, sebbene  non abiti più nei luoghi martoriati e sventrati dalla guerra, alberga nelle parole le quali  come  un soffio di vento fresco spingono a credere che una vita migliore sia ancora possibile.  Al pari della  lanterna che fa luce sugli orrori di Guernica, la poesia può rischiarare  le tenebre ed infondere  bellezza, rendendo  più dolce quel “pane duro intriso di pazienza”.

 

TAG:
CAT: diritti umani, Letteratura

Un commento

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  1. raffaele-pisani 5 anni fa

    SONO NATO IN ITALIA E SONO IL PADRE DI AYLAN
    ==========================================

    Sono nato in Italia e sono il padre di Aylan, il piccolo profugo siriano scappato dal paese in guerra e restituito morto dal mare che lambisce la spiaggia di Bodrun, paradiso turistico della Turchia.
    Sono nata in Inghilterra, e sono la madre di Aylan, il bambino con la maglietta rossa trovato a faccia in giù da un poliziotto sulla sabbia di Bodrun. Sembrava dormisse il mio bambino, ma il suo corpicino era immobile nel sonno della morte.
    Sono nato in America, e in Cina, e in India, e in Francia, Germania, Spagna, Danimarca, Olanda e in tutte le altre nazioni della terra, e in tutte le altre galassie dell’universo, e sono il nonno, la nonna, lo zio, la zia, il fratello, la sorella, il compagno di scuola, il cugino e la cugina di Aylan, il bambino siriano che le onde pietose e piangenti hanno adagiato sulla spiaggia di Bodrun, ma nessuno di noi era lì a piangere l’innocenza del piccolo martire crocifisso e calpestato dall’indifferenza e dagli egoismi dei potenti.
    Sono nato in una nazione che tutti dicono sia civile. Ed ora vado a poggiare il mio corpo sul comodo letto della mia comoda casa e porto con me negli occhi, nel cuore e nella mente l’immagine del piccolo Aylan riportato dal mare, con la faccia in giù sulla sabbia appena lambita dall’acqua.
    Sembrava dormisse il bimbo siriano con la maglietta rossa e le braccia abbandonate, quel bimbo che appartiene a tutti noi, a tutti noi che siamo responsabili e colpevoli della sua morte; a tutti noi che dovremmo avere il coraggio di vergognarci, a tutti noi che non siamo degni di guardarci negli occhi e non siamo degni di guardare negli occhi i nostri bambini così fortunati, ma spesso anche così soli per il nostro modo di essere genitori distratti ed egocentrici.
    Sembrava dormisse il piccolo Aylan quando il buon poliziotto lo ha alzato dalla sabbia bagnata e lo ha stretto al suo petto di uomo pietoso, e gli ha donato quell’ultima carezza necessaria per un “visto” che lo ha portato in un luogo dove non esistono frontiere, né guerre, né ingiustizie!
    Raffaele Pisani
    raffaelepisani41@yahoo.it

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