Sport: per pochi o per tutti?

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5 novembre 2018

Nella mia città lo sport sta diventando un affare privato.

Si è cominciato nel 2015 con l’accordo tra la giunta e la più importante famiglia imprenditoriale cittadina, per chiudere il vetusto palazzetto del ghiaccio di proprietà del Comune e rimpiazzarlo con un nuovo impianto di proprietà privata (il che ha comportato la scomparsa della locale squadra di hockey); si è proseguito nel 2017 con la vendita dello stadio comunale al club calcistico locale. L’anno scorso è arrivata la scelta di dismettere il palazzetto dello sport del Comune, trasformandolo in sede museale, per sostituirlo con l’avveniristico impianto che verrà realizzato da un privato su un’ex area industriale, insieme a spazi commerciali e residenziali (al Comune verrà garantito l’utilizzo della nuova struttura per 60 giorni l’anno); oggi è invece in discussione la privatizzazione della piscina “storica” della città, una delle poche in Italia abilitata per le gare di tuffo. Alla fine, al Comune resteranno solamente le palestre delle scuole e delle circoscrizioni, alcuni campi di calcio e di basket all’aperto, una pista per l’atletica e una per il pattinaggio a rotelle, un bocciodromo e un centro tennis: nulla che possa essere utilizzato per grandi manifestazioni sportive o di altro tipo, ma solo per allenamenti e campionati locali.

E’ appena il caso di ricordare che tutto ciò è avvenuto per scelta di un’amministrazione di centro-sinistra e con il valido aiuto della famosa “legge sugli stadi“, contenuta nel decreto n.50 del 2017 del governo Gentiloni: essa prevede facilitazioni procedurali per gli interventi di ricostruzione, possibilità di modificare forme e volumetrie dell’impianto e di aggiungere spazi commerciali, nonché l’esclusiva riservata alla società sportiva che lo utilizza per la vendita in loco del merchandising in occasione degli incontri.

La faccenda è sempre la stessa: gli impianti, realizzati nel secolo scorso, hanno bisogno di costosi interventi di ristrutturazione o addirittura di rifacimento completo e, per non accollarsi la spesa, il Comune si rivolge agli investitori privati; peccato che, in questo modo, le società sportive che li utilizzano rischino di veder lievitare i costi a livelli difficilmente sostenibili.

Già oggi praticare uno sport o seguirlo come appassionati è piuttosto impegnativo dal punto di vista economico: iscrivere un bambino a un corso può essere proibitivo per molte famiglie, così come passare un pomeriggio allo stadio o assicurarsi la possibilità di vedere le partite della propria squadra del cuore sul canale satellitare. Se a questo si aggiunge la cronica carenza di spazi pubblici per il gioco libero e l’ormai diffusa insofferenza per i “quattro calci al pallone in cortile” (per non parlare di quelli in strada), si capisce che tutto congiura per tenere i ragazzi, già fin troppo sedentari, attaccati agli schermi dei loro videogiochi preferiti: a meno che i loro genitori non abbiano la disponibilità economica necessaria per permettere loro di coltivare la passione per uno sport.

Eppure sono ben noti i benefici dell’attività fisica, a tutte le età; l’agonismo può essere un fattore importante di integrazione per i giovani stranieri; d’altra parte, condividere il tifo per una squadra è un forte elemento di socializzazione. Perché, allora, la nostra società non investe sullo sport per tutti?

Ahimè, la ragione è sempre la stessa: ci vogliono soldi, molti soldi; le amministrazioni locali dovrebbero dedicare una parte significativa del loro bilancio per  garantire un vero diritto allo sport… ma c’è di più: quel denaro sarebbe sottratto al circuito privato; nessuno potrebbe lucrare sul desiderio di muoversi e di divertirsi. Gli investitori sanno che la produzione di merci è sempre meno remunerativa, mentre i guadagni più ingenti si possono realizzare fornendo servizi; ecco perché ovunque c’è una spinta sempre più forte a privatizzarli tutti, a partire da quelli “non essenziali” (come lo sport), ma mirando a quelli che più stanno a cuore ai cittadini (come l’istruzione o la sanità).

Dobbiamo rassegnarci al fatto che ogni aspetto della nostra esistenza diventi una sorgente di profitto per chi ha capitali da impiegare? E’ questa la domanda, profondamente politica, che si cela dietro alla scelta apparentemente banale di cedere a un privato un impianto sportivo comunale. Si può sicuramente apprezzare lo sforzo di un’amministrazione municipale di riqualificare strutture antiquate o aree dismesse; ma occorre comprendere a quale prezzo effettivo per la cittadinanza ciò venga ottenuto.

Proprio per questo, credo che un sindaco dovrebbe interpellare periodicamente la popolazione su scelte di questo tipo; non basta il mandato ricevuto al momento dell’elezione (peraltro piuttosto generico: pag.25). E’ vero che i cittadini tendono ad essere “conservatori” e ad opporsi ai cambiamenti; ma la loro diffidenza può essere giustificata da timori tutt’altro che infondati e il confronto democratico è l’occasione migliore per dissiparli, ove possibile, o per prenderne atto e cambiare strategia.

L’anno prossimo voteremo per rinnovare il mandato al sindaco attuale o per sceglierne uno diverso: speriamo che il tema della fruibilità degli impianti sportivi abbia spazio nel dibattito elettorale, insieme a quello più generale della tutela o della cessione dei beni pubblici e dei servizi ad essi connessi. Toccherà a noi cittadini proporlo ed esigere risposte chiare e impegni precisi, nell’interesse nostro e dei nostri figli, perché nella nostra comunità lo sport non diventi un affare per pochi.

 

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CAT: Enti locali

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