Gabriele D’Uva, l’italiano grazie al quale rigenereremo i cuori infartuati

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28 aprile 2017

Un giorno, non molto lontano, sarà possibile rigenerare il cuore di un infartuato. Per questo progresso dobbiamo ringraziare un giovane ricercatore italiano, Gabriele D’Uva, che ha avuto modo di sviluppare i suoi studi all’estero (Israele, per la precisione) e da poco è rientrato in Italia. Per capire con quali prospettive lo abbiamo intervistato per Gli Stati Generali.

Chi è Gabriele D’Uva? 

Sono nato nel 1980 e sono originario di Lecce. Andavo ancora alle scuole elementari quando mio padre, biologo di professione, mi regalò un piccolo microscopio. La possibilità di poter osservare piccoli dettagli che non potevo vedere ad occhio nudo aveva dell’incredibile, era come osservare dei piccoli tesori nascosti. Semplici cose, come la struttura microscopica di radici, muschi, foglie o insettini. Finito il liceo scientifico nel 1999, mi sono trasferito a Bologna per frequentare il corso di laurea in “Biotecnologie”.

Durante la tesi di Laurea e il successivo percorso di Dottorato in “Biotecnologie, Farmacologia e Tossicologia”, ho focalizzato le mie ricerche sulla regolazione delle cellule staminali tumorali, ovvero una rara popolazione di cellule presente nei tumori in grado di proliferare a lungo e mantenere il tumore. Nel 2009, grazie ad una borsa di studio “Sergio Lombroso” ho avuto l’opportunità di proseguire i miei studi presso il Weizmann Institute of Science in Israele. Lì ho inizialmente ampliato le mie conoscenze sulle cellule staminali del sistema ematopoietico, ovvero le cellule che ogni giorno danno origine a miliardi di cellule del sangue.

Quando ha cominciato gli studi sulla causa che non consente al cuore di rigenerarsi dopo un infarto? Come funziona la rigenerazione cardiaca?

Nel 2011 mi accingevo a cominciare il periodo successivo al Dottorato, detto appunto di post-dottorato. Si tratta di un periodo nel quale, all’interno di un team di ricerca, si portano avanti progetti scientifici con maggiore autonomia, ed è importante come periodo di transizione per acquisire indipendenza e possibilmente una linea di ricerca propria. Riuscii a inserirmi nel gruppo del Prof. Tzahor, che aveva da poco vinto un importante finanziamento Europeo (ERC Starting Grant). In quel momento il suo laboratorio stava virando da studi sullo sviluppo embrionale a quelli sulla rigenerazione cardiaca. L’idea era di riattivare i meccanismi che generano il cuore durante lo sviluppo embrionale per rigenerare il cuore danneggiato da un infarto in fase adulta.

Era noto, infatti, che le cellule muscolari cardiache dei mammiferi smettono di replicarsi brevemente dopo la nascita, e continuano a crescere in dimensioni durante le successive fasi della vita. Per ovviare all’incapacità replicativa di queste cellule, la gran parte degli studi sulla rigenerazione cardiaca proponeva e valutava l’iniezione di cellule staminali, con risultati tuttavia poco soddisfacenti. Recentissimi studi avevano osservato che un piccolo numero di cellule muscolari cardiache si rinnovava durante la vita dell’uomo. Si stimava fosse circa l’1% annuo. Troppo poco per rigenerare un danno come quello indotto da un infarto, ma rappresentava una base da implementare a fini terapeutici. Inoltre, un’importante pubblicazione su Science nel 2011 aveva osservato che alla nascita i topi possono rigenerare il cuore e che questa capacità era persa rapidamente, in una sola settimana di vita. Era la prima dimostrazione che i mammiferi potessero rigenerare il cuore, seppur in una finestra temporale molto breve.

Decidemmo di analizzare a fondo cosa accadesse al cuore del topo durante la prima settimana di vita, focalizzandoci su una via di segnalazione cellulare importante nella generazione del cuore durante lo sviluppo embrionale. E’ così che abbiamo osservato che le quantità di un fattore cellulare chiamato ERBB2 si riducevano proprio concomitantemente alla perdita della capacità rigenerativa. La reintroduzione di questo fattore nel cuore di topi adulti, tramite sofisticate tecniche molecolari, si dimostrò sufficiente a promuovere le cellule muscolari cardiache a replicarsi nuovamente e promuovere un buon processo di riparo del cuore in seguito ad infarto.

Come mai i suoi studi si sono sviluppati all’estero? Il suo è un classico caso di cervello in fuga?

E’ importante fare chiarezza su questo punto, proprio sulla base dell’esperienza acquisita in centri di eccellenza internazionali. Andare all’estero significa arricchirsi scientificamente, inserendosi in nuove frontiere di ricerca, apprendendo tecnologie all’avanguardia, stringendo collaborazioni e contatti internazionali. Si acquisiscono maturità e autonomia. Pertanto spendere un periodo all’estero è un processo assolutamente fisiologico e formativo. Sono “cervelli in formazione”. Inoltre, la permanenza fisica in centri di ricerca internazionali, consente di osservare, vivere e assorbire le modalità gestionali che sono responsabili del successo di tali centri. Ad esempio, per mantenersi sempre all’avanguardia, il Weizmann Institute recluta nuovi Principal Investigator, ovvero capi di gruppi di ricerca, che portino nell’Istituto nuove frontiere di ricerca o tecnologie, in genere apprese o sviluppate durante alcuni anni spesi in eccellenze estere.

Invece nel nostro Paese è estremamente difficile rientrare. Questa difficoltà sì che è patologica. Coloro che si sono dimostrati particolarmente meritevoli all’estero e sono impossibilitati a rientrare per mancanza di opportunità rappresentano un capitale perso dall’Italia. Quelli si che si possono definire “cervelli in fuga”.

Spendere un periodo all’estero è per noi ricercatori fisiologico. Inoltre ho avuto la fortuna di svolgere le mie ricerche presso il Weizmann Institute, che è un po’ un sogno per tutti i ricercatori che fanno ricerca per passione: scienziati leader mondiali da cui imparare e con cui confrontarsi, gruppi ben finanziati (anche grazie alla loro stessa capacità/merito di attrarre fondi), grandi strutture condivise (le cosiddette “facilities”), dipartimenti in costante crescita, attrezzature all’avanguardia, clima collaborativo, persino esteticamente molto bello con ampi e curati spazi verdi.

Che rapporto ha con l’Italia e, in particolare, con il nostro sistema universitario?

Verso la fine del mio periodo di post-dottorato ho esposto i risultati delle mie ricerche in varie conferenze internazionali, alcune delle quali molto prestigiose. I commenti, inclusi quelli di leader internazionali che ho avuto la possibilità di conoscere in quelle occasioni, sono stati particolarmente positivi e appassionati. I risultati del progetto furono poi pubblicati su una ottima rivista (Nature Cell Biology). Con grande entusiasmo mi sono perciò iscritto a decine di concorsi universitari in Italia. Dopo averne sostenuti vari senza successo, ho capito che il reclutamento in Italia non funzionava sulla base del modello che avevo appreso al Weizmann.

In genere, il giudizio dava veramente importanza marginale a quello che stavo riportando in Italia, ovvero la mia innovativa linea di ricerca sulla rigenerazione cardiaca. Così ho lasciato perdere, temporaneamente. Tuttavia, alcuni segnali positivi ci sono con alcune Università. Ad esempio con l’Università di Bologna ho avviato delle collaborazioni ufficiali, in particolare grazie alla mia compagna Mattia Lauriola, ricercatrice anche lei con un lungo periodo di formazione all’estero. Anche con l’Università di Torino abbiamo avviato dei progetti congiunti, che spero si possano sviluppare appieno nel futuro. Spero inoltre di estendere questi sinergismi ad altri atenei interessati.

Da poco ha potuto rientrare in Italia. Continuerà qui a sviluppare i suoi studi? Con quali partner? 

Recentemente sono riuscito ad aggiudicarmi un finanziamento Europeo in qualità di “Principal Investigator” presso la MultiMedica di Milano, un ospedale privato facente parte della rete degli IRCCS, ovvero ospedali di eccellenza che perseguono finalità di ricerca. Il progetto durerà tre anni, e sarà svolto in collaborazione con gruppi di ricerca dell’Hubrecht Institute in Olanda, Ulm University in Germania e Weizmann Institute in Israele. Ci occuperemo di rigenerazione cardiaca, utilizzando sofisticate tecnologie ed un approccio comparativo tra animali che hanno capacità spontanea di rigenerare il cuore, come alcuni pesci o i topi neonati di cui vi accennavo prima, ed animali non rigenerativi, come i topi in fase adulta. Alcune osservazioni saranno validate in modelli pre-clinici.

Con l’aiuto di alcuni collaboratori che assumerò a breve, in particolare mi soffermerò a sviluppare strategie per regolare ERBB2 a fini rigenerativi cardiaci. In progetti paralleli mi occuperò anche degli effetti collaterali sul cuore indotti da farmaci antitumorali, spesso causa della sospensione dei trattamenti e di una bassa qualità di vita, indipendentemente dalla prognosi oncologica. Questo progetto prevede la collaborazione di vari Istituzioni in Italia e nel mondo, inclusa Harvard University.

L’Italia premia il merito? 

In Italia il reclutamento del nuovo personale universitario all’interno di un Dipartimento è spesso deciso da commissioni interne al Dipartimento stesso. A volte in commissione ci sono uno o più membri esterni ma comunque scelti dall’interno. Per far carriera è quindi molto importante che un Professore ti prenda sotto la sua ala protettiva. Il risultato è che il merito del candidato passa in secondo piano. E’ inoltre necessario aspettare il proprio turno.

Se si va all’estero, per assurdo, si perde il “posto nella fila”, al contrario di quello che accade in tutte le eccellenze estere, dove riportare qualcosa di innovativo appreso all’estero è assolutamente richiesto. Per far fronte a questo problema erano state recentemente proposte le cosiddette “Cattedre Natta”, ovvero chiamate dirette di studiosi di comprovato merito scientifico ed esterni alle Istituzioni che li avrebbero reclutati. Seppur migliorabile con correzioni al margine, questo genere di approccio avrebbe aperto la strada ad un sistema di reclutamento competitivamente sano. La proposta tuttavia è stata fortemente criticata da una parte dell’Università stessa e non se ne è saputo più niente.
Problematiche simili ci sono per l’assegnazione di finanziamenti nazionali. Anche qui la soluzione per ottenere giudizi imparziali sarebbe farci valutare da chi è oltre i confini nazionali, preferibilmente da chi non ha alcun contatto con l’Italia.

Le problematiche del mondo della ricerca italiana sono state già affrontate e risolte da Università e Centri di ricerca esteri che hanno dimostrato di funzionare molto bene. Basterebbe copiare le soluzioni. Coloro che hanno speso parte del loro percorso scientifico in queste strutture estere sarebbero idealmente idonei a riportarle in Italia. Sulla base di questa idea ho da poco creato una rete di ricercatori che lavorano o hanno recentemente lavorato all’estero. Ci stiamo organizzando attraverso un gruppo Facebook e daremo presto vita ad una associazione (ARIE – Associazione Italiana Ricercatori e scienziati all’Estero). Siamo già in mille e siamo convinti che possiamo fare la differenza. Al momento stiamo allacciando contatti con altre associazioni interessate al mondo della ricerca. Nuove sinergie in tal senso sono ovviamente benvenute, con altre Associazioni, Fondazioni, Università, Istituzioni, Companies o singoli Professori, ricercatori o cittadini. Se siete interessati, quindi, non esitate a contattarci.
D’altronde è sicuramente nell’interesse di tutti gli italiani che ricerca e sviluppo siano all’avanguardia in Italia. Non solo per le conoscenze e i risvolti tecnologici o terapeutici, ma anche per l’enorme impatto economico che hanno a lungo termine.

Un motivo che la convincerebbe a restare in Italia e uno che, al contrario, la spingerebbe a tornare all’estero?

Senza nulla togliere agli altri Paesi del mondo devo dire che l’Italia è bellissima. Certo ci sono nato e i miei familiari sono qui. Oltre a questo, le motivazioni per tornare sono molteplici. In Italia abbiamo cultura, un clima mite, arte, storia, natura, bel mare e ottimo cibo. Non mancano anche città aperte in cui c’è grande circolazione di pensieri e di idee. Abbiamo anche tanti problemi, certo, ma rimango positivo e penso che le soluzioni (per chi le voglia veramente cercare) siano dietro l’angolo. Per convincermi a restare basta che mi sia dato spazio per realizzare le mie ricerche. Fare scienza rimane la mia passione.

 

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L’autore ringrazia Salvatore Giannella per la segnalazione

www.giannellachannel.info

TAG: Gabriele D'Uva
CAT: Medicina

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