La mafia si batte nelle scuole, poi (forse) a teatro e in tv

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26 Maggio 2018

“Una Cinquecento giallo uovo, questo era per Giovanni Falcone lo strumento che gli dava un po’ liberta’: era un uomo sotto pressione e scortato ogni giorno, quindi a volte, la sera, salutati gli uomini di guardia assicurando che non sarebbe piu’ uscito di casa, aspettava un po’, poi saliva sulla sua utilitaria e andava, da solo, a trovare gli amici”: e’ il ritratto inedito, ‘in borghese’, del giudice ucciso dalla mafia, che l’assessore regionale a Istruzione, formazione e lavoro della Regione Lombardia Melania Rizzoli ha raccontato  a 250 dei 1.400 studenti del centro di formazione professionale Galdus, una delle eccellenze formative lombarde sostenute dalla Regione. Un modo per ricordare  la solitudine del magistrato assassinato dalla mafia e allo stesso tempo la coscienza di voler essere un uomo libero e di riuscire ad esserlo malgrado la criminalità organizzata.

L’occasione, all’indomani dell’anniversario della strage di Capaci, è stata una giornata di riflessione, su legalita’ e liberta’, cui hanno partecipato anche tre detenuti del carcere di Opera, condannati all’ergastolo per reati di mafia e camorra.

Alessandro Crisafulli

Uno di loro è Alessandro Crisafulli, detenuto in carcere con  un “fine pena mai” da oltre 26 anni. Due omicidi alle spalle; un uomo profondamente cambiato grazie al lavoro del Prof. Angelo Aparo, psicoterapeuta, che con il Gruppo della Trasgressione ha in questi anni, al Carcere di Opera, condotto da Giacinto Siciliano, oggi passato a dirigere il penitenziario di San Vittore, permesso un pieno e compiuto salto di qualità umano, grazie al quale chi ha posto in essere reati gravissimi, è riuscito a cambiare in meglio, dando piena attuazione al mandato costituzionale che prevede che il carcere divenga un luogo di riabilitazione e di riscatto, di rieducazione e reinserimento  sociale.

Alessandro Crisafulli

Accanto a lui Roberto Cannavò . Anch’egli in carcere da più di vent’anni, anche lui condannato per omicidio. Cannavò, mentre parla agli studenti, non ha vergogna di definirsi un uomo che ha provocato dolore che non potrà mai essere riparato. Per questo dice di essere stato un “pezzo di merda” ma di avere capito troppo tardi di essere stato vittima di un delirio di onnipotenza da cui solo il carcere é  riuscito a liberarlo grazie al lavoro svolto in forma di autoscienza, di rielaborazione profonda del suo e dell’altrui dolore cagionato dalla profonda incoscienza dei suoi gesti. Ecco la sua voce

Roberto Cannavò 

Accanto a Cannavò  e Crisafulli c’è anche anche Adriano Sannino anch’esso in carcere per affiliazione alla criminalità  organizzata. Più volte tutti e tre hanno creato quel silenzio partecipe in cui il dolore diventa matrice comune, coscienza sociale che è  parte dell’esistenza umana. In più circostanze quella coscienza è  diventata valore ed ha permeato le anime giovani presenti. Con loro anche un quarto detenuto, Antonio Tango la cui pena scade tra 5 anni, dopo essere stato in moltissimi istituti penitenziari

Il racconto di Falcone fatto dall’assessore Melania Rizzoli

“Ho conosciuto Falcone un sabato sera del 1990 – ha raccontato l’assessore agli studenti – a casa del ministro della Giustizia Claudio Martelli, che sosteneva l’attivita’ antimafia del giudice e ne era amico; quella sera il ministro aveva riunito a casa sua un gruppo di amici, sul tardi, la Cinquecento si fermo’ davanti a casa sua e al cancello comparve Falcone. Voleva qualche ora di serenita’, in incognito. Queste sortite solitarie non erano rare: quando gli chiesi se non avesse paura, lui disse una delle sue frasi destinate a diventare famose: ‘Certo che ho paura, ma la questione e’ imparare a conviverci e non farsi condizionare: questo e’ il coraggio. Senno’ e’ incoscienza’”.

Combattere la mafia

Combattere la mafia significa anzitutto privarla di quel brodo di cultura da cui continua ad attingere manovalanza. E proprio nelle scuole, nell’anticamera del mondo del lavoro, nelle famiglie, si comincia a combatterla. Quando lo Stato sa creare lavoro, quando l’esercizio di un diritto non diventa più un privilegio ma il semplice declinarsi di un condiviso patrimonio di regole e di valori, solo allora possiamo dire di aver raggiunto l’obiettivo. Qui nel centro di Formazione Galdus  a Milano abbiamo assistito a una delle diverse forme di contrasto alla mafia. Probabilmente la più efficace.

Il Lavoro 

Vincere la mafia significa battere qual coacervo di disvalori con cui le organizzazioni criminali nutrono loro stesse.

Rendi un uomo e una donna liberi. Garantisci  loro l’opportunità  di poter disporre della propria identità e della propria vita in modo dignitoso. E già allora, alla mafia hai tolto parte della sua protervia e della sua forza. Per questo ho deciso di riprendere anzitutto quello che in quest’Istituto fanno i ragazzi: imparare un mestiere.

Rossana Ricolfi

Due miserie in un corpo solo

Dentro un processo di resipiscenza si staglia la più elevata delle consegne umane. Oltrepassare cioè l’idea di una morale eudaimonistica, conseguenza  della teleologia Kantiana, per addivenire ad una coscienza morale rinnovata. Quest’ultima attraversa l’istanza personale e si declina nella volontà della ragione di perseguire il bene: ovvero di cogliere la verità. In questo superamento della ragion pratica non possono certo passare inosservate alcune riflessioni acerbe, prive di qualunque coscienza del Vero, ancorché ancorate ad un appannamento cognitivo, figlie di un prolasso intellettuale. Sfociate in una iconoclasta asserzione giustizialista, radicata nell’oscurantismo plebeo di quanti mendicando l’idea di giustizia faticano a coglierne l’essenza; scambiando la giustizia con la vendetta, il ravvedimento con il diritto a pontificare presunte liceità all’esercizio della violenza ( in quanto esercizio alla violazione della libera espressione del proprio arbitrio, tanto piu quando passato al vaglio della coscienza morale) come epistemologia del bene.

Dai professionisti dell’antimafia ai professionisti della giustizia sociale pentastellata

Eccone solo una parte, espresse dal neopresidente della commissione antimafia  della Regione Lombardia, Monica Forte:

“Il confronto diretto  rischia di far passare un messaggio sbagliato tra i giovani
che hanno poca, se non nessuna, conoscenza critica del problema delle mafie.
La mitizzazione televisiva del crimine, da questo punto di vista, non aiuta.
È questo il motivo per cui la legalità è spiegata nelle scuole da magistrati o esperti. Tra legalità e illegalità, con i detenuti per mafia
in cattedra con alle spalle la fotografia di Falcone e Borsellino, si rischia
di creare una sovrapposizione tra buoni e cattivi e confusione nei giovani
che si stanno formando alla legalità. Prova ne sia che, tra le domande degli
studenti, ce ne sia stata una su quanti omicidi avessero commesso i detenuti.
Un incontro come questo inoltre, è offensivo per i parenti delle vittime di
mafia, che potevano persino essere tra gli studenti. Ci sono decine di
progetti riusciti di incontro tra scuole e detenuti con il linguaggio
teatrale, che meglio di un confronto senza filtri, potevano sensibilizzare i
giovani e supportare i detenuti nel percorso di riabilitazione. Lo stesso
ufficio scolastico regionale organizza corsi di educazione alla legalità
grazie ad un lavoro di cura dei contenuti, del linguaggio e con il supporto
di educatori professionisti e associazioni antimafia. È preoccupante che
Regione Lombardia, che ha istituzionalizzato l’evento con la presenza di
Fontana( che poi non è venuto, n.d.a) e Rizzoli, non si sia nemmeno posta il problema della pericolosità
di mettere condannati per mafia in cattedra come educatori alla legalità.
Certo, se pentiti, possono rappresentare un percorso di riscatto, ma non la
Legalità. Sarebbe stato doveroso, da parte della Giunta regionale,
consultarsi con la Commissione regionale antimafia prima di accettare di
presenziare all’evento. L’educazione alla Legalità non può essere
svilita con iniziative come questa che offendono la memoria di Falcone e
Borsellino. Su questo mi confronterò con la dottoressa Campanelli direttore
dell’ufficio scolastico regionale”.

Falcone ucciso due volte

Alla luce dell’accusa che le istituzioni, avvicinando “i pentiti” alla scuola e ai giovani, favoriscano una cultura di mafia, occorre forse fare qualche riflessione. Partendo da quello che Falcone scrive nel suo ultimo libro “Cose di Cosa Nostra”. Prima di essere fatto saltare in aria dalla stessa barbarie intellettuale degli esegeti del pensiero unico, intriso di violenza iconoclasta, equipollente al pensiero unico proprio di Jean Rousseau, notoriamente assertore dell’ imposizione dello volontà di Stato sulla libertà di pensiero, il giudice siciliano aveva fornito qualche spunto per comprendere la genealogia del crimine mafioso e della sua forza nel contesto sociale. Dunque non rimane che fare qualche riflessione e riportare le parole dell’Assessore Melania Rizzoli. L’assessore infatti è  stata ricondotta al ruolo di “cattiva maestra“, avendo cristianamente condotto i lupi in mezzo alle pecore. Ancorché i detenuti abbiano  pagato o stiano pagando il loro tributo alla giustizia con un lungo periodo di solitudine e di dolore personale e malgrado abbiano accolto i propri errori come luogo dove scontare la pena più  grande cioè la coscienza del male procurato. Ragione per cui possiamo asserire che tra Barabba e Gesù il mondo grillino non avrebbe avuto dubbi nel punire il figlio di Dio, reo confesso di essere un eretico e di non riconoscere la ragione di Stato. Ecco le parole dell’Assessore.

Il comunicato di Melania Rizzoli

Sono sconcertata per la dichiarazione della neoeletta consigliera del Movimento Cinquestelle Monica Forte, che ha giudicato “preoccupante” la mia presenza all’evento del centro di formazione professionale Galdus (da lei valutato come “inopportuno” anch’esso) in cui, di fronte a un pubblico di oltre 250 studenti, tre detenuti, pluriomicidi, per reati di mafia e camorra – che, pentiti, seguono con profitto un importante percorso di recupero psicologico e sociale – hanno testimoniato l’orrore e il degrado della loro passata vita criminale.
La consigliera Forte, come si legge nella sua dichiarazione, ritiene infatti che i mezzi formativi corretti per comunicare con i giovani dai 15 ai 20 anni debbano essere forme d’arte mediate, come il teatro.
La consigliera Forte, però, non è avveduta del fatto che proprio questi “media”, inclusi le fiction televisive, si sono già più volte rivelate vie molto pericolose per i ragazzi. Questo perché il racconto di finzione, con l’impatto che esercita sulla fantasia, è un regno di eroi, positivi o negativi, ma sempre eroi: che, in quanto tali, stimolano più l’emulazione che la riflessione concreta.
L’ignoranza di questo fattore spinge così la consigliera Forte – al pari di certi genitori che lasciano i figli tutto il giorno davanti alla tivù pensando che sia innocua – a considerare gli studenti persone incapaci di giudizio autonomo di fronte a fatti chiari e non a finzioni.
Ma il male e il crimine non sono telefilm o piece teatrali. E “legalità” e “riscatto”, concetti che la consigliera Forte ingenuamente si ostina a tenere separati, quando sono connessi con il potente tramite della realtà, avvicinano alla vita vera, e quindi a sperimentare “dal vivo” che cosa significhino pericolo sociale, degrado e, per contro, convivenza civile: ben di più che le metafore artistiche, le lezioni in cattedra o i codici scritti.
Se la consigliera Forte fosse stata presente, si sarebbe resa conto dell’impatto che la durissima realtà di quelle testimonianze ha prodotto sulla coscienza dei 250 ragazzi.

L’intervista con Melania Rizzoli

Non rimane dunque, alla luce dell’esegesi del reale di parte grillina, che rimettersi al potere dei più buoni. Giorgio Gaber li descriveva così

 

 

 

TAG: antimafia, giovanni falcone, Istituto Galdus, Monica Forte
CAT: Milano

Un commento

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  1. luca-schmied 2 anni fa

    Lo scorso 25 maggio Monica Forte, presidente della commissione regionale antimafia della Lombardia, ha pubblicato un articolo intitolato NO ALL’EDUCAZIONE ALLA LEGALITÀ FATTA DAI MAFIOSI, concernente una giornata di riflessione sulla legalità che ha visto a confronto studenti di una scuola professionale e detenuti del carcere di Opera, condannati all’ergastolo per reati di mafia e camorra.

    La legalità, si apprende dall’articolo, andrebbe trattata da magistrati ed esperti, tra i quali immagino siano inclusi gli avvocati. I detenuti per mafia sarebbero, dall’altro canto, le ultime persone alle quali affidare lezioni sulla legalità.

    La fotografia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino accostata ai detenuti avrebbe inoltre creato confusione, mentre, deduco, quella presente sulle porte degli uffici dei magistrati o sulle pareti dei tribunali risulterebbe in armonia con coloro che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, secondo questa versione, rappresenterebbero.

    Il 25 giugno 1992 Paolo Borsellino così si pronunciava: “la magistratura, che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò a farlo morire (Giovanni Falcone, ndr) nel gennaio 1988, se non forse l’anno prima…Denunciai quello che stava accadendo…Per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime; ma quel che è peggio, profittando del problema che io avevo sollevato, l’obiettivo di questa iniziativa del consiglio superiore (della magistratura, composto di avvocati e magistrati, ndr), che sembrava solo nei miei confronti, si scoprì immediatamente per quello che in realtà era: doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone”.

    Vediamo se, almeno per Paolo Borsellino, le cose furono diverse. Durante una deposizione Agnese Piraino Leto, moglie di Borsellino, riferì quanto segue: “Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere”.

    Ciò nonostante si deduce, dall’articolo pubblicato da Monica Forte, che quelle mafiose siano organizzazioni più pericolose e meno legali di avvocatura e magistratura. Secondo l’articolo qui in commento, inoltre, avvocati e magistrati sarebbero soggetti idonei a divulgare nelle scuole lezioni di legalità; deduco che simili soggetti siano altresì reputati adatti ad operare all’interno delle aule di giustizia e a candidarsi ad elezioni politiche, come invero accade regolarmente in tutti gli schieramenti.

    Sarebbe invece opportuno che i mafiosi, sempre da quanto risulta dall’articolo, si astenessero dal dare lezioni di legalità, salvo che si intenda offendere la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ciò che Giovanni Falcone pensava dei mafiosi pare contrastare con una simile presa di posizione. Ecco quanto egli riferiva: “l’imperativo categorico dei mafiosi, di ‘dire la verità’, è diventato un principio cardine della mia etica personale. Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità”.

    Sarebbe opportuno che la commissione regionale cosiddetta antimafia inizi a passare dalle parole ai fatti, anche con piccoli gesti simbolici. Innanzitutto, visto che tiene così tanto alle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, inizi a rispettarli usando i loro nomi invece che solo i cognomi quando li nomina. Sempre con l’obiettivo di rispettarli, si attivi urgentemente per far rimuovere le fotografie raffiguranti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dai palazzi di giustizia e dagli uffici dei magistrati, ossia degli appartenenti a quelle organizzazioni che, stando alle testimonianze dei diretti interessati, risulterebbero essere le mandanti degli attentati di Capaci e di via D’Amelio. Nell’utilizzare l’urgenza indicata, la commissione potrebbe tenere a mente le parole di Giovanni Falcone: “ho imparato ad accorciare la distanza tra il dire e il fare. Come gli uomini d’onore”

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