La chiesa museo di Joseph Ratzinger

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3 Gennaio 2023

«La chiesa “cattolica”, cioè la vera chiesa, non è la chiesa più antica, e nemmeno la chiesa che, nata dopo o esistendo oggi, può vantarsi con maggior sicurezza della continuità e della conformità della sua struttura a quella della chiesa più antica…La chiesa vera, cioè cattolica, universale, è la chiesa dei tempi più remoti, antichi, moderni o contemporanei proprio nella misura in cui nel proprio tempo essa partecipa ogni volta all’essenza della chiesa una, nella misura in cui le è fedele e sa renderle giustizia attraverso la forma visibile che riveste nella storia…fa della vera chiesa non l’amoreggiare con il passato o con il presente, ma lo sguardo tranquillo cu ciò che essa è e rimane in ogni tempo e che costituisce così il criterio della sua cattolicità» (Karl Barth)

Superata la fase emotiva connessa alla notizia della morte di Joseph Ratzinger, che costringe a dire bene di chiunque, verrà inevitabilmente il tempo di bilanci più meditati e frutto di analisi e riflessioni.

Auspico vivamente che nel compiere questo bilancio non ci si dimentichi di un bel libro di Andrea Grillo, teologo cattolico, professore all’Ateneo sant’Anselmo di Roma.

E’ uscito nel 2019 presso Cittadella editrice e si intitola «Da museo a giardino. La tradizione della chiesa oltre il “dispositivo di blocco”».

Le immagini cui allude il titolo sono facilmente identificabili: il museo è destinato a conservare e proteggere per rappresentare ciò che è stato e non è più. Il giardino ospita specie viventi. Per il primo basta la pulizia ogni tanto, il secondo richiede interventi costanti di promozione della vita come irrigatura, potatura, semina…

La tesi complessiva del libro è che la chiesa cattolica abbia più che mai bisogno di giardinieri, ma che invece per effetto di quello che l’autore chiama il “dispositivo di blocco”, rischia di promuovere solo custodi di un museo.

L’esempio scelto per illustrare in cosa consista questo dispositivo è proprio la vicenda dell’esercizio dell’autorità pastorale di Joseph Ratzinger tra la fine degli anni ’70 e l’inizio del secondo decennio del XXI secolo, da arcivescovo di Monaco-Frisinga, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e infine come papa Benedetto XVI. Un processo di paralisi di quell’orientamento alla riforma e ai processi di aggiornamento, che il Concilio Vaticano II aveva provvidenzialmente reintrodotto nella vita della chiesa.

Quella analizzata è una parabola molto lunga, almeno 35 anni, dal 1977 al 2012 e che ha visto Ratzinger esercitare un potere e un’autorità via via sempre più crescente, a livello diocesano, ma ben presto a livello di chiesa universale.

Ogni cambiamento è fermato, ma con il paradosso per un intellettuale che tutti celebrano come grande teologo (i più avvezzi all’arte della piaggeria arrivano a dire il più grande teologo dell’ultimo secolo) con un prevalere dell’affetto sull’analisi concettuale. L’antico finisce sempre per imporsi sul moderno e ogni progetto di riforma è destinato a naufragare, in un attaccamento che Grillo giudica «riconoscibile, e distraente, limpido e insieme oscuro, in cui attaccamento e ragione si fondono e confondono» (pag. 31).

Alcuni documenti e interventi pastorali di Ratzinger vescovo, prefetto e papa sono passati in rassegna come una messa a punto in un crescendo di raffinatezza di quel dispositivo «che funziona da supporto teorico perfetto, quasi da assioma indiscutibile, per affermare un assetto resistente e immobile della chiesa, di fronte ad un mondo minaccioso ed infido, al quale la chiesa non deve piegarsi. Recuperando temi dell’antimodernismo di un secolo prima, il “dispositivo” agisce perfettamente da “blocco” contro un Concilio Vaticano II percepito sempre meno come risorsa e sempre più come “deriva”» (pag.30).

Ciò che è finisce sempre per divenire ciò che dev’essere.

Ma ciò che difetta è proprio il ragionamento per cui l’attaccamento affettivo prevale e la ragione teologica viene per conseguenza ridotta al principio di autorità.

Grillo auspica naturalmente una liberazione e una fine per questo dispositivo.

Ne individua una possibilità nel ministero pastorale di papa Francesco in cui individua l’assunzione dell’ «esigenza di esercizio dell’autorità che i suoi predecessori avevano come sospeso, determinando sempre degli esiti caratterizzati da “paralisi”. Francesco ha disinserito il dispositivo, cambiando sia il ruolo dell’attaccamento affettivo, sia il ruolo della ragione teologica. Qui, a me pare, si colloca un elemento di profonda continuità con il Concilio Vaticano II e di inevitabile discontinuità rispetto al “dispositivo di blocco”. La cui incidenza, tuttavia, non è ancora tramontata» (pag 36).

Ma qui siamo ad una stagione di bilanci tutta nuova per la quale ancora non è certamente possibile una somma definitiva e conclusa.

TAG: Andrea Grillo, Benedetto XVI, Chiesa cattolica, joseph ratzinger, Papa Francesco
CAT: Religione, Teologia

Un commento

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  1. cris75 1 mese fa

    Dissento in modo assoluto rispetto a questa interpretazione della visione della Chiesa secondo Ratzinger. Casomai è il modernismo postconciliare ad essere Chiesa-museo, insieme ad alcune, non tutte, componenti del mondo neotradizionalista. Purtroppo, nella loro presunzione riformista e progressista, modernisti e neotradizionalisti, non riescono a prendere coscienza d’essere già superati da almeno tre decenni di storia.

    In effetti, non il conservatorismo “buono”, ma il conservatorismo oltranzista formale, è uno tra i gravi mali, che affliggono l’uomo in generale e, pertanto, anche la Chiesa,d’ogni tempo, anche di questo.

    Come la Chiesa di secoli passati non seppe cogliere i segni di mutamento dei tempi e della società contemporanea, venendo travolta da svariate “tempeste”, da quella della cattività avignonese, ai due scismi d’occidente,
    a quella della rivoluzione francese e del bonapartismo, del modernismo del tempo di S.Pio X, dell’avvento di bolscevismo, fascismo e nazionalsocialismo, quindi del sessantottismo con il suo conseguente pensiero radical-libertario
    tardo-moderno e post moderno, così, oggi, le correnti, preponderanti, moderniste cattoliche, naufraghe “in gurgite vasto” della postmodernità, sono aggrappate ai loro “cadaveri ideologici e teologici giovanili”, mentre la società,
    l’umanità, la storia gli sono scorse e gli continuano a scorrere davanti mentre esse rimangono immobili a contemplare e a compiacersi di modelli ormai del tutto inadeguati all’apostolato dell’uomo d’oggi, ad una Weltanschauung
    obsoleta e che rappresenta un corpo estraneo, per l’era postmoderna.
    I modernisti criticano con ferocia l\'”ançien regìme”, senza rendersi neppure conto del fatto d’essere loro stessi la più deteriore espressione di quello spirito conservatore e reazionario, che tanto affermano di voler avversare.

    Gìà obsoleti e reazionari, ma con la profonda convizione d’essere rivoluzionari innovatori.

    O, come disse N.S. Gesù Cristo, riguardo a farisei e scribi, dei ciechi e guide di ciechi, con l’aggravante della presunzione di affermare “noi vediamo”, pertanto senza neppure l’autocoscienza d’essere ciechi.

    Altrettanto pericolose alcune correnti del neotradizionalismo, le quali pretendono la restaurazione tout-court di un passato non resuscitabile, nel presente, così com’era.

    Anch’esse ignorando il fatto che, quanto esse, oggi, professano, non è l’autentica Traditio Ecclesiae, nella sua integralità di tempi passati, ma un rilettura del passato alla luce di condizionamenti e deviazioni visive del presente.
    Un pochino come coloro che pretendono di fare musica antica, mentre come esattamente quei nostri contemporanei del passato pensavano ed interpretavano la musica, nessuno potrà MAI, con esattezza, saperlo.

    E il fare musica antica, oggi, è sempre INTERPRETARE, secondo il proprio personale modo di sentire e vedere. Lo stesso vale per la liturgia.
    Nessun uomo vive nel passato e nemmeno nel futuro: la dimensione temporale umana è il tempo presente.
    Questo dovrebbe essere il punto focale della vita cristiana.

    Senza deformazioni forzate moderniste o neotradizionaliste.

    Altrimenti ci ritroveremo con gli orrori delle S.Messe moderniste ma anche con, analoghi, speculari, orrori di talune S.Messe neotradizionaliste, ridondanti nella pacchiana smania d’imitare il tempo passato ad ogni costo, pur sapendo
    bene che non è più possibile vivere in esso.

    Il modernismo ed il neotradizionalismo postconciliari hanno dimostrato d’essere i più grandi fallimenti della Chiesa dell’età moderna: non hanno saputo interpretare, se non in modo deforme, la volontà, le intenzioni, i desiderata dei
    Padri Conciliari. Infatti hanno condotto le Chiese allo svuotamento ed i Seminari Diocesani allo svuotamento e, spesso, alla chiusura.

    I modernisti deformando il mandato imperativo di N.S. Gesù Cristo alla Sua Chiesa “Cattolica”, quindi Universale, d’essere “Mater et Magistra”, pretendendo di ridurla da docente a discente del mondo secolare e dei
    suoi vizi e tendenze comportamentali, di fideles laici e presbiteri, nella pretesa di deformare la Parola di Dio, IPSO FACTO, IMMUTABILE, addomesticandola ai mali secolari.

    I neotradizionalisti ricercando la Salvezza dai mali modernisti, rinchiudendo se stessi e la Chiesa in una “tour d’ivoire” statica ed immobilista.

    In sintesi, il modernismo postconciliare, trova, in gran parte, la sua massima espressione nella “Teologìa de la Liberaçion” sudamericana, a baricentro sinistrorso radical-libertario
    (quindi non marxista-leninista ma socialdemocratico/dem/labour), buona parte del neotradizionalismo, quella nata a seguito del Summorum Pontificum del 2007, al contrario, ha trovato espressione in una sorta di nuova
    “Teologìa de la Liberaçion”, speculare all’orginale, ma a baricentro destrorso-conservatore.
    L’una e l’altra disconoscono l’Auctoritas Universale della Chiesa, riducendola alle componenti delle gerarchie, rispettivamente, referenziali all’apologia delle proprie posizioni di parte.

    Benedetto XVI bene comprese queste derive e cercò di incanalarle nuovamente entrambe nell’alveo della Chiesa.

    La grandezza di Benedetto XVI fu proprio quella di tentare con tutte le forze un superamento, in modo armonico, di questo dualismo, fondato sulla contrapposizione, cercando di far comprendere, ai modernisti, la necessità di accettare
    il valore fondamentale della Tradizione della Chiesa, ai neotradizionalisti di accettare il Concilio, nell’autenticità delle intenzioni dei Padri Conciliari.
    Uno dei punti fondamentali del disegno di Benedetto XVI, fu proprio il Motu Proprio “Summorum Pontificum” del 2007.

    Come prevedibile, esso incontrò l’opposizione del modernismo oltranzista così come del neotradizionalismo più radicale: entrambi rifiutando un logico, armonico, biritualismo del Rito Romano.

    Il modernismo oltranzista in quanto rifiuta la Traditio Ecclesiae ed il Vetus Ordo Missae, perchè vuole una non-Chiesa postmoderna, ridotta a dinamica discente del mondo secolare, con una prevalenza della pastorale su Doctrina et
    Magisterium, il neotradizionalismo radicale perchè rifiuta il Concilio e la modernità in toto e considera, con simmetrico errore, il Novus Ordo Missae, invalido o, comunque, gravemente dannoso per i fideles laici.

    Tale conflittualità, che costrinse Benedetto XVI alla Rinunzia, è tuttoggi quantomai viva e, ad oggi, il problema, non solo è irrisolto, ma, accentuato e aggravato dal Motu Proprio “Traditionis Custodes”, autentico atto di
    clericalismo, nell’accezione più deteriore del vocabolo, che spingerà una sempre più consistente parte della Chiesa, se non giungerà un Pontefice moderato, che riprenda il Magistero di Benedetto XVI, allo scisma.

    Doppio scisma che già, de facto, si è configurato, da diversi decenni, sia nella “protestantizzazione”, modernista, di una parte della Chiesa Cattolica, che ha condotto non pochi Episcopi e presbiteri, a spostarsi su posizioni
    anticristiane, quali il guardare con benevolenza a divorzio, aborto, eutanasia, matrimoni omosessuali etc…, sia nella chiusura “a riccio” dell’altra parte, neotradizionalista, della Chiesa, su posizioni, per reazione, immobiliste.

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