Anni roventi nella Sicilia del dopoguerra

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28 luglio 2018

 

Da qualche anno, in modo spesso folkloristico e con consenso elettorale che si riduce a una manciata di voti, sono riapparsi in Sicilia movimenti autonomistici o, ancor più paradossalmente, indipendentistici che, con squilli di trombe e garrire di bandiere al vento riesumano la vecchia, e purtroppo non sempre positiva, tradizione siciliani sta; una tradizione ch’ebbe un momento di gloria proprio nel tempo nel quale la Sicilia, siamo nella primavera estate del 1943, cadeva  sotto il controllo delle forze Alleate.

Non è male dunque, approfittando del prossimo anniversario della nascita del MIS, ricordare in breve, il senso di una storia che trova avvio soprattutto dalla fine del fascismo per consumarsi, ingloriosamente, con l’istituzione della regione ad autonomia speciale.

E’ intanto innegabile che quel movimento, guidato da un vecchio notabile dell’Italia prefascista, come Andrea Finocchiaro Aprile, trovasse allora immediato e vasto riscontro di massa visto che, come scrive Giuseppe Carlo Marino, “aggrediva a fondo i modelli istituzionali e politici dell’edificio centralistico costruito dalla borghesia dell’Ottocento … [e che] denunziava le inadempienze e più ancora il fallimento sul versante meridionale di tutte le ‘politiche’ succedutesi nella storia unitaria d’Italia” stigmatizzando il dato “inconfutabile dell’emarginazione” dell’intero mezzogiorno e della Sicilia in particolare.

L’appello che il CIS, comitato per l’indipendenza siciliana, diffuse il 28 luglio 1943, trovò, infatti, un terreno favorevole eccitando passioni e alimentando fra le masse speranze palingenetiche.

Ma l’appello separatista fece soprattutto breccia nei cuori dei grandi latifondisti e della borghesia parassitaria legati ai ceti dirigenti dell’isola che, attraverso l’idea di una Sicilia indipendente, immaginavano di riaffermare il tradizionale ruolo egemonico e di riproporsi, nell’incertezza dei tempi, come l’unico referente legittimo e autorevole della società isolana. Un disegno, che inizialmente non fu molto chiaro a chi sperava di trovare nel Movimento un forte soggetto di cambiamento, non sfuggì ad alcuni intellettuali di sinistra, come Franco Grasso – peraltro anche lui originariamente indipendentista – che ne colsero la vera natura e non ebbero remore ad evidenziare il pericolo che il progetto indipendentista si risolvesse nel distacco e nell’isolamento dai movimenti sociali più progrediti che si andavano emergendo nel resto del Paese.

In poche parole l’indipendenza come barriera a quello che il leader socialista Pietro Nenni avrebbe definito “il vento del nord”.

Per mesi, il Movimento tenne la scena politica siciliana, millantando un tacito appoggio dell’amministrazione militare, barcamenandosi fra destra e sinistra non disdegnando di ospitare nelle proprie fila perfino personaggi equivoci come il capomafia don Calogero Vizzini.

Inoltre, dopo le prime generiche uscite, cominciò a venir sempre più chiaramente fuori uno grande pasticcio programmatico, “il sogno di una cosa confusa” come lo definisce ancora Marino.

A bloccarne prima la crescita e, quindi, a determinare il declino contribuì, decisamente, la riorganizzazione dei partiti di massa che si mossero con grande abilità nel denunciarne le palesi contraddizioni dello stesso separatismo e della sua leadership.

Ai partiti di massa, si deve la risposta unitaria che costituì l’arma vincente contro il separatismo, mi riferisco allo Statuto siciliano che, pur collocandosi nell’alveo unitario, secondo lo schema sturziano della “regione nella nazione”, dava una soluzione alle antiche rivendicazioni che avevano agitato la società siciliana dopo la realizzazione dello Stato unitario.

Lo Statuto siciliano soddisfaceva infatti molte delle attese  delle componenti sociali siciliane: lasciava sperare in grandi riforme economiche attese dalle masse, come in effetti avvenne negli anni cinquanta con la riforma agraria ma, nello stesso tempo, tranquillizzava i ceti dominanti garantiti dalla barriera che la speciale autonomia creava rispetto alle grandi novità che sembravano emergere nel Paese.

Non bisogna, inoltre, dimenticare che la soluzione autonomista ebbe a trovare, peraltro, anche ascolto in quella parte del movimento che valutava più conveniente restare nel sistema Italia purché, con adeguati strumenti istituzionali, fossero tenuti presenti i cosiddetti “interessi siciliani”.

Così, la riconsegna da parte Alleata della Sicilia al Regno d’Italia, nel febbraio del ’44, e la successiva creazione dell’Alto Commissariato con la nomina della Consulta regionale siciliana – organo che elaborò tecnicamente lo Statuto – segnava la fine della spinta separatista anche se, ancora nel 1947 alle prime elezioni regionali, per il Movimento sarebbe stato l’ultimo canto del cigno, con un risultato di tutto rispetto portando nel nuovo parlamento regionale ben 10 deputati.

TAG: Finocchiaro Aprile, Lo Statuto autonomista, Separatismo siciliano, Sicilia del 1943, Vento del nord
CAT: Storia

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