Tempo d’estate: Feltri, i tagli e il Valle

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18 Agosto 2015

Che fatica. La pausa d’agosto non ci ha aiutato per niente. Bisognerebbe sfoderare la spada, avvolgere la cappa e lanciarsi nel combattimento, come avveniva nel Cavaliere d’Olmedo, con la bella regia di Lluis Pasqual, visto alla Biennale Teatro. Ma chi ha la forza?

La prossima stagione teatrale, che si aprirà con i festival settembrini, si preannuncia faticosissima: non solo per la mole di impegni, quanto per il clima generale di stanchezza e quieta, diffusa disperazione. Sempre più sono quelli affranti, sfranti, demoralizzati, alle prese con un cambio radicale di sistema del teatro italiano.

Bastava dare un’occhiata ai social, in questi giorni di vacanza, per capire l’aria che tira. Ne emergevano tre notizie-prospettiva, ciascuna a suo modo inquietante.

La prima è data dai commenti al pasticciato articolo di Stefano Feltri sul “Fatto Quotidiano” di qualche giorno fa. Il brillante vicedirettore del giornale ha prima pubblicato un pezzo raffazzonato sulle università “utili” (riassumo così) poi, resosi conto di aver esagerato, ha cercato di metterci una pezza, facendo ancora più danni. Tra le tante baggianate di un’analisi parziale e superficiale (cui risponde molto bene Graziano Graziani qui e ne parla anche Francesco Giubilei su queste pagine), isolo una frase di Feltri: «Se poi volete comunque studiare filologia romanza o teatro, se ve lo potete permettere o se vi attrae un’esistenza da intellettuale bohemien, fate pure. Affari vostri. L’importante è che siate consapevi del costo futuro che dovete pagare. Dal lato delle scelte collettive, cioè delle politiche pubbliche, dovremmo tutti chiederci se ha senso sussidiare pesantemente università che producono disoccupati…».

Ebbene: ecco il trionfo del baricchismo, di quella linea sublime di pensiero che dice: “non finanziamo i teatri, ma finanziamo la tv che tutti guardano”.

È davvero scoraggiante che un “intellettuale-di-sinistra” qual è Feltri, cada in tanti e tali luoghi comuni. Sarebbe forse utile, ancora una volta, stigmatizzare la solita visione produttivistica, utilitaristica, berlusconiana dello studio: quella stessa visione che ha portato a diminuire gli insegnamenti di storia dell’arte, della musica, del teatro ovunque. Poi sarebbe interessante capire il perché si continui nel pregiudizio attore-bohémien, che vale quanto ballerina-poco di buono. Insomma: quella visione medioevale e cattolica per cui l’attore era da seppellire in terra sconsacrata, in quanto “vano, turpe e girovago”.

In più, aggiunge il lungimirante Feltri, se vuoi fare l’artista, cazzi tuoi.

Varrebbe la pena chiede allora a Feltri e ai feltristi come si immaginano un mondo senza poesia, senza musica, senza arte, senza teatro. A meno – e questa è la concessione che fa il giornalista – di lasciare quelle arti ai “figli di papà”, ad una selezione di censo, a ramolli ricchi e annoiati con l’hobby della scena. La prospettiva di Stefano Feltri è insulsa ma, purtroppo, rispecchia un immaginario italiano comune e condiviso, coltivato da anni di berlusconismo e leghismo, secondo i quali arte e cultura sono sinonimi di “perdita di tempo”, di spreco di energie, di tanto con la “cultura non si mangia” (per reiterare il consunto luogo comune)

Il che ci fa passare alla seconda notizia circolata sui social.

Ovvero l’articolata presa di posizione (ultima di una lunga serie) del regista e attore Jurij Ferrini contro i tagli, frutto della farraginosa riforma di settore. Una riforma, voluta dal Mibact di Dario Franceschini e Salvo Nastasi (a proposito: in bocca al lupo per il nuovo incarico alla Presidenza del Consiglio…), partita con le migliori intenzioni e naufragata in una specie di “omicidio preterintenzionale”. Nel codice di procedura penale, si definisce così quell’omicidio che va oltre le intenzioni: volevi far male, e invece ci scappa il morto. La suddetta riforma voleva, doveva tagliare, e invece sta massacrando mezzo teatro.

Scannasurice, regia Carlo Cerciello, produzione Teatro Licantropo

Scannasurice, regia Carlo Cerciello, produzione Teatro Elicantropo

Rem&Cap, Teatro Elicantropo, Premio Scenario, Compagnia della Fortezza e tante altre compagnie (tra cui Progetto URT di Ferrini, che lavora bene da anni, ma che forse ha la colpa di non aver santi in paradiso), sono state “tagliate” nei contributi del risicato FUS, il Fondo Unico dello Spettacolo. Mille proteste da nord a sud, qualche interrogazione parlamentare, molti mugugni e tanta sfiducia: un elenco delle prese di posizione è stato pubblicato sul sito ateatro.it.

Sembrerebbe davvero un mezzo disastro, su cui occorrerà intervenire strutturalmente (anche al Ministero lo dicono) apportando necessari cambiamenti e correzioni di passo, a partire dalle fantomatiche autocertificazioni numeriche.

Il guaio di quanto sta accadendo, però, al di là di tagli e proteste, è che tutto rimane, nel miglior stile italiano, nebuloso. Non si capisce più (almeno io non capisco) quale sia il progetto culturale, dunque politico, di questa riforma, se non quello di falcidiare un po’ ovunque per risparmiare. Non si capisce più quale sia il senso dei Teatri Nazionali, ad esempio, e delle scuole collegate; né quale sia la prospettiva politico-culturale nei confronti della vera spina dorsale del nostro teatro, ovvero quella miriade di piccole sale e di piccoli gruppi che da sempre hanno dato linfa alla scena nazionale e internazionale. Se la riforma colpisce anche compagnie strutturate (da Tiezzi/Lombardi a Glauco Mauri) le altre dove andranno? Ma davvero possiamo immaginare uno Stato che a quanti vogliono fare, e fanno, teatro risponda – parafrasando il saggio Feltri – cazzi vostri?

E qui arriviamo alla terza notizia apparsa su fb in forma di immagine. Era in realtà composta da due immagini sovrapposte. La prima mostrava l’ingresso del teatro Valle il giorno di ferragosto 2011: affollato di gente festante. La seconda mostrava la stessa porta nel ferragosto 2015: il deserto.

Il teatro Valle occupato nel 2011

Il teatro Valle occupato nel 2011

Sul Valle (ex occupato) si sono scritte tante pagine. Adesso non se ne parla quasi più, perso nella memoria di una città che fa fatica a sostenere i propri fermenti culturali. Sembrava, quando fu sgomberato, che i lavori di ristrutturazione dovessero iniziare il giorno dopo: tutto era pronto. Invece, è chiuso e il destino sembra ancora incerto: «Riaprirà a breve»  ha detto il sindaco Ignazio Marino nel maggio scorso, e a luglio ha ribadito: «tra sei-dodici mesi riaprirà». Vedremo.

Il teatro Valle sgomberato e chiuso nel 2015

Il teatro Valle sgomberato e chiuso nel 2015

Ma vale la pena chiedersi perché sia stato così a lungo chiuso. E che cosa vogliono fare Roma e il Lazio: in Comune e in Regione non si vivono momenti esaltanti. Le cronache parlano d’altro, di altre criminalità ben diverse dalla gioiosa e creativa anarchia delle occupazioni o dei centri sociali ormai tutti o quasi annichiliti e ridotti al silenzio.

Allora capite perché andiamo con poco entusiasmo all’apertura della nuova stagione. Poi gli spettacoli ci smentiranno: ci faranno tornare entusiasmo, domande, curiosità, passione. Ormai i teatranti vanno in scena più per “tigna” (come dicono a Roma la caparbietà) che non per altro: sfoderano la spada della poesia, come Cyrano, e continuano a regalar sogni. Ma, mi vien da dire, le nozze coi fichi secchi, a lungo andare, stancano.

TAG: Biennale Teatro, dario franceschini, Graziano Graziani, Ignazio Marino, Il Fatto quotidiano, Jurij Ferrini, Lluis Pasqual, MiBACT, premio Scenario, Riforma teatro, salvo nastasi, Stefano Feltri, Teatro Elicantropo, Teatro Valle Occupato
CAT: Teatro

3 Commenti

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  1. max-vado 5 anni fa

    eh no, caro Porcheddu
    perché il teatro Valle sia ancora chiuso lo sai anche tu!
    e se non lo scrivi sei in cattivissima fede.
    ma te lo aggiungo io, per completezza di informazione.
    così come spiega Gabriele Lavia, ex direttore del teatro di Roma,
    e più volte insultato dagli occupanti (che poi lo chiamano di nascosto per chiedergli lavoro..), in più di una lettera ai giornali e in un articolo pubblicato dall’HuffPost,
    il teatro Valle non necessitava solo di una passata di aspirapolvere in platea per essere mantenuto al meglio;
    essendo un teatro del 700 andava controllata tutta la struttura, periodicamente.
    compreso il soffitto che, come sai, ora, dopo tre anni di incuria totale e musica da dj (sic) sparata a tutto volume ha i suoi problemi, soprattutto l’affresco sul soffitto.
    perché un teatro del 700 non è un centro sociale, non lo puoi trattare come un capannone abbandonato o come il bar dell’Angelo Mai, in cui ogni tipo di batterio ha preso la residenza; non puoi smontare le poltrone della platea per andarci a prendere il sole in mezzo alla strada e, ti dirò di più, non è il posto in cui regolare conti personali, facendo piovere sedie addosso a chi non d’accordo con te..
    l’occupazione in questione aveva raggiunto i suoi obiettivi già dopo i primi 10 giorni, ma proprio grazie a quella malavita organizzata romana di cui poco si parla è andata avanti per tre anni (se non sai di cosa parlo leggiti le intercettazioni pubblicate sul Fatto Quotidiano, ma sono sicuro che lo sai..).
    quel teatro Valle che tu stesso hai contribuito ad elevare a sinonimo di novità culturale, distruggendo di fatto una buona parte del territorio teatrale romano, ora è il vessillo dell’inconcludenza di tutta la faccenda.
    rappresenta il fallimento di una impresa poco culturale e molto politica e la pochezza di chi ci ha creduto, arrivando a stipendiarsi per farlo.
    e si che il vecchio custode li aveva avvertiti..

    e poi aggiungo: prima di dire che sono stati tagliati i fondi alle compagnie Tizzi-Lombardi e Mauri-Sturno un bravo giornalista andrebbe a cercare quanto queste compagnie abbiano ricevuto in precedenza..
    così, per dire.

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  2. Andrea Porcheddu 5 anni fa

    E invece sì, caro Max-Vado, ossia Massimiliano. La cattiva fede ti prego di imputarla ad altri: ho sempre pagato (anche caro) per quel che scrivo. e ho sempre scritto quel che penso, scevro da condizionamenti. La questione non è il ruolo di Lavia (peraltro dovremmo riflettere su quello che era il suo progetto di ristrutturazione dell’India…) che pure si sarebbe potuto occupare davvero del Valle. La questione è sui lavori – sono d’accordo, necessari: talmente necessari che ancora nessuno li ha fatti. La mia idea sul Valle è cambiata nel corso degli anni: ora è raccolta in un ebook (“Il caso Valle” lo trovi su succedeoggi.it) e, credimi, abbastanza documentata. Di fatto, il teatro è chiuso: deve espiare la colpa di essere stato “aperto” per tre anni dagli occupanti?
    Per quel che riguarda i tagli del Ministero: ci sono, sono documentati, e sono tagli. Se le compagnie o i teatri non avessero percepito qualcosa di più, non sarebbero stati tagli. Se poi vuoi insinuare che Tiezzi, Mauri, o altri non meritassero quei finanziamenti, beh, si può essere d’accordo o discutere. Ma i tagli restano. così per dire.

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  3. max-vado 5 anni fa

    parlo di cattiva fede, se e soprattutto se, si illumina un fatto da un solo lato, pretendendo che tutto sia asservibile alla parte di teoria che noi esponiamo.
    è vero che gli intenti iniziali dell’occupazione potevano essere valutati come lodevoli, almeno per smuovere l’immobilismo di forma del teatro romano, ma è anche vero che l’occupazione si basava sulle bugie del ristorante, sulla malavita dell’Angelo Mai e sulla guida politica di quelli di SEL.
    e poi: siamo sicuri che il soffitto distrutto da decibel, cucine arrangiate e incuria sia il male peggiore? e la concorrenza distrutta? mica solo quella teatrale, pure quella del bar di fronte..
    e le mancate retribuzioni? e i soldi scomparsi? e l’attrice deturpata con una sedia perché non era d’accordo? e la mancanza di professionalità? e la casa fatta perdere al custode?
    e la mancanza di igiene? E le minacce a me e a chi la pensa come me?
    Lavia, a cui gli occupanti hanno sempre mandato messaggi per lavorare, poteva e avrebbe saputo fare molto. Ma ogni volta è stato insultato, spesso senza motivo.
    ora il teatro deve espiare la colpa di essere stato usato e vilipeso da gente priva di esperienza, ma nella speranza di fare di questa nostra conversazione, il primo vero confronto, da 4 anni a questa parte, sulla questione, mi leggerò il tuo eBook.

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