Il silenzio di Dio

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27 gennaio 2015

Se continuiamo ad amarci è solo perché ci ricordiamo chi siamo.

Mi ri-cordo: il mio cuore ti riconosce e perciò posso chiederti di amarmi ancora.

 

Questa dinamica fondamentale delle relazioni umane è il centro della fede ebraica e, in continuità, della fede cristiana: celebrare, per l’ebreo Gesù, è fare memoria, ricordare come Dio ci ha accompagnato nella storia, nel lungo viaggio attraverso il deserto, nelle regioni perverse delle nostre esitazioni. E proprio per questo, proprio perché ci ricordiamo, possiamo chiedere di nuovo oggi, ancora oggi, a Dio di continuare a darci vita.

 

Nelle nostre vite ci sono esperienze fondamentali e il ricordo di quelle esperienze diventa forza per camminare nell’oggi.

Prima di attraversare il Mar Rosso, Dio chiede al popolo di preparare una cena, di ammazzare un agnello, di preparare delle erbe amare. Una cena veloce, senza indugiare, ma una cena che resterà impressa nella memoria. Dio mantiene le promesse. Perciò in quella cena, prima ancora di partire, gli Ebrei si riconoscono già liberati!

 

Il mare è il segno della paura, il simbolo della morte, il mare segna il limite che ci rende schiavi: attraversare il mare, il Mar Rosso, è il segno della liberazione.

Guardando quel mare che si apre, gli Ebrei vedono Dio all’opera per la loro liberazione. Il mare è il segno dell’amicizia, dell’alleanza tra Dio e il popolo.

Ma come sarà possibile tornare a rivivere quell’esperienza di liberazione? Occorre forse tornare ad attraversare il mare?

 

Ci sono gesti che ci permettono di ritornare agli eventi fondamentali della nostra vita: non è più possibile rivivere quegli eventi, ma è possibile celebrare segni che rendono di nuovo viva la memoria di quegli eventi.

La cena, l’agnello, le erbe, quel modo di mangiare insieme, è il gesto potente che ci permette di rivivere quell’evento di liberazione: è come attraversare di nuovo il mare.

 

Quell’evento di liberazione resta impresso nel cuore degli Ebrei. Sarà la forza che permetterà di affrontare la solitudine e la fame del deserto. Spesso i profeti torneranno a ricordare quell’evento: se Dio ci ha accompagnato, se Dio ci ha liberato, allora continuerà a farlo, possiamo ancora sperare.

 

Poi il buio!

 

Dio è rimasto in silenzio.

 

Ci sono eventi della nostra vita che sono macigni gettati sulla nostra speranza.

Come possiamo credere che Dio tornerà a darci vita?

L’immagine che avevamo di Dio, come ha detto H. Jonas, non può essere più la stessa dopo Auschwitz.

Eppure sul muro di una cantina di Colonia, dove si erano rifugiati alcuni Ebrei durante la seconda guerra mondiale, fu trovata questa scritta:

«Credo nel sole, anche quando non splende.

Credo nell’amore anche quando non lo sento.

Credo in Dio anche quando tace!».

TAG: giornata, Jonas, memoria
CAT: Teologia

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