I rischi (elevati) di un governo “tutti tranne Salvini”

11 agosto 2019

Cosa sia una repubblica parlamentare e come funzioni lo sappiamo bene. Se in parlamento c’è una maggioranza che può sostenere un governo, quel governo può – diremmo: deve – nascere e governare. Quindi, ovviamente, se in questo parlamento c’è una maggioranza in grado di esprimere sostegno credibile a un nuovo governo, questo deve nascere. Compito di Sergio Mattarella, e di ogni presidente della Repubblica, costituzione alla mano, non è infatti quello di mandarci a votare quando parrebbe politicamente sensato, ma quando è istituzionalmente inevitabile. Compito di Mattarella, dunque, è verificare se un’altra maggioranza esiste o può esistere.

Ma non ci si può fermare qui, nel leggere la situazione attuale. Non si può mancare di guardare alla sostanza politica della vicenda. Se questo governo nascesse, nascerebbe sulla sommatoria di una serie di debolezze – “disperazioni”, come le ha chiamate Salvini – difficilmente emendabili. Non importa neppure quale formula si troverà, per dare un nome al governo: del presidente, tecnico politico, istituzionale.

Il Movimento 5 Stelle, ai minimi termini di consenso e di credibilità, propone di far nascere un governo per tagliare le poltrone dei parlamentari, non riuscirà ad allontanare da sé il sospetto di voler solo mantenere le poltrone che ci sono, e poi si vedrà. Per nascere, questo governo, avrà bisogno in ogni caso di un patto col “Partito di Bibbiano”, come aveva detto il capo politico Di Maio. Ok, tutto bene.

Sul fronte del Pd, il governo nascerebbe invece grazie alla decisiva spinta di una componente che nel partito è ormai nettamente minoritaria (quella guidata da Matteo Renzi) ma che è molto solida nei gruppi parlamentari. Il massimo, diremmo la summa, del “gioco di palazzo”. Nascerebbe sulla spinta politica di chi a ogni tipo di accordo coi 5 Stelle aveva chiuso sempre ogni porta, anche all’inizio di questa legislatura, poco più di un anno fa, spingendo di fatto perché nascesse il governo giallo verde, per poi poter dire che è stato “il peggiore della storia repubblicana”. Che questo fosse una speranza, più che un timore, appare chiaro. Se l’operazione andasse in porto, peraltro, significherebbe di fatto un’esautorazione pesante del neo eletto segretario Nicol Zingaretti, che ha vicini diversi esponenti democratici che in passato avevano aperto la porta a un dialogo coi grillini, e oggi si trovano dal lato di chi deve, per ora, dire no, proprio come ha fatto il segretario scrivendo un post su Huffingtonpost, e ovviamente però affidandosi a Mattarella e raccomandando a tutti i compagni di non disprezzare le altrui posizioni. Che – la cronaca insegna – potrebbero diventare le proprie a breve.

Sulla barca della sopravvivenza salirebbero pezzi finquel che resta di Forza Italia. Una nave ancora carica di senatori, certi di non avere futuro in politica, se non sperando nella benevolenza del Capitan o di qualche suo manutengolo. Una speranza disperata, che fa di loro una riserva importante per ottenere la fiducia parlamentare da parte di qualunque governo.

Notazione finale: tutti oggi dicono che serve un governo “per qualche mese”, per sterilizzare l’aumento dell’iva, per fare due o tre cose importanti. Ma già l’aggiunta del taglio dei parlamentari al menu comporterebbe un allungamento dei tempi, e si arriverebbe facilmente al secondo semestre del 2021, quando le camere non potranno essere sciolte per il semestre bianco che precede la nomina del nuovo presidente della Repubblica: ovviamente da parte di (questo) parlamento.

Questa serie di fragilità e incoerenze rischia di annebbiare già da subito il ricordo di un’altra grossa incoerenza, che ci ha portati qui. Matteo Salvini infatti ha sfiduciato Conte con un comunicato stampa, dopo aver incassato la fiducia al governo di cui è membro, facendola votare dai suoi gruppi parlamentari, appena 48 ore prima. “Perché serve un cambio di passo”. Che non spetti a lui decidere quando si vota è certo. Che non votare nel giro di qualche mese sia socialmente e politicamente difendibile, al di là di ogni già chiarita correttezza costituzionale, è tutto da dimostrare.

Una cosa è certa: quando nacque questo governo che ormai si avvia al sipario, le forze che lo sostenevano erano quelle uscite forti, quasi trionfanti, dalle scorse elezioni. Il Movimento 5 Stelle aveva registrato il consenso più alto alle politiche, dall’inizio della seconda Repubblica, se si esclude il PDL del 2008. E la Lega salviniana aveva preso il suo abbrivio che l’avrebbe portata ai suoi fasti attuali. È vero, non erano alleati alle elezioni, ma egualmente rappresentavano bene un sentire comune, e una volontà popolare. Non è un caso se, ancora oggi, nei due elettorati il governo Conte ottiene ampi consensi.

Quello che nascerebbe invece oggi, sostenuto da una maggioranza “tutti tranne Salvini”, nascerebbe come somma di rimanenze del passato, di debolezze, di paure. Il rischio più alto – a guardarla dal loro punto di vista, e poi da quello dintutti – non è nemmeno quello di favorire Salvini regalandogli un tempo indefinito di opposizione gridando al “golpe”. Il rischio vero è quello di far perdere ogni residua credibilità alla politica. Nelle società coscienti, in queste situazioni, dovrebbe vincere l’astensione. Ma poi, lo sappiamo, a molti viene anche voglia di colonnelli.

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CAT: Governo, Partiti e politici

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