Azzeriamo i titoli accademici per far cominciare il futuro italiano

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9 Novembre 2014

“In vista del concorso di ammissione all’esame di dottorato guardi questi argomenti con particolare attenzione, non si preoccupi di questi altri, e semmai tenga d’occhio invece questi e questi…”

“A quel concorso fuori sede è meglio che non si iscriva. Lo so, lo so che lei ha più titoli, ma aspetterei egualmente il prossimo giro, qua da noi, e dovrebbe proprio essere il suo turno. Quando sarà? L’anno prossimo, al più tardi tra due: ci vuole pazienza, lo so, e lo sa anche lei”.

“Sì, è vero, so bene che lei aveva molte più pubblicazioni ad elevato impact factor: ma cosa vuole, chi è arrivata prima di lei era qui da più tempo, aspettava il suo turno con tenacia da un po’, e non poteva aspettare oltre…”.

Frasi immaginarie, ma estremamente realistiche non fosse per la troppa chiarezza ed esplicitezza, che arrivano dritte dritte dagli uffici dei professori delle università italiane. Chi ve le scrive un passaggio di qualche anno nell’Università italiana come dottorando l’ha fatta. Queste cose le ha in rari casi sentite con le sue orecchie, in molti casi arrivavano di seconda mano, in tanti altri no erano le voci raccolte ma i fatti messi in fila a parlare chiarissimo. Vinceva chi doveva vincere, punto. Son passati diversi ordinamenti concorsuali sotto i ponti, ma chi vive ancora l’università dall’interno, magari dopo averci puntato anni di lavoro, sacrifici, fatiche e indispensabili compromessi, racconta cose analoghe. A raccontarle con più amarezza, ovviamente, sono quanti – e sono tanti, soprattutto tra i ricercatori di nuova generazione – hanno fatto dell’eccellenza una mèta ragionevole, caparbiamente coltivata.

Su Gli Stati Generali, nei giorni scorsi, si è acceso un bel dibattito, sul punto. Lo hanno animato soprattutto Guri Schwarz e Michela Cella, con posizioni diverse e sostanzialmente contrapposte. Nei commenti in calce all’intervento di Michela il dibattito è proseguito e si è aperto ulteriormente, con toni anche accesi ma sempre civili e nel merito delle questioni. È quello che vorremmo leggere sempre, e sempre di più, sulla nostra piattaforma, ed è appena il caso di ringraziare – dopo una settimana di vita – i nostri brains per l’impegno che stanno mostrando e per la libertà con cui si espongono alle critiche e alla discussione.

Una discussione che, per noi, è preziosa e ci ha spinto a una riflessione ulteriore nel merito della questione. Da un certo punto di vista, innegabilmente, l’Università italiana, il luogo in cui risorse pubbliche sono destinate per consentire a degli studiosi di studiare, pensare, innovare i processi culturali di un paese, dovrebbe essere garantita, come gli ospedali e i tribunali, da un senso civico ed etico superiore. Non quello di chi sa che ci si ferma col rosso, ma quello di chi – per fare un esempio terra a terra – sa che bisogna litigare con un ragazzino che in moto non si ferma col rosso mettendo a rischio la vita dei bambini che attraversano la strada. Sappiamo, purtroppo, che non è così, ad oggi, e anzi i ciclici scandali sulle baronie (una piccola parte emerge, quando il familismo dinastico di certe università diventa troppo evidente per tutti) dimostrano che la moralità che supervede alla vita accademica non è abbastanza, neanche un po’.

Di contro, l’altra lettura propositiva della realtà, dice che di buono c’è comunque molto, e di soldi ce ne sono davvero pochi, e quindi tocca stringere i denti e accontentarsi, fare meglio che si può il proprio lavoro, eventualmente provare a sottrarsi al marcio dove c’è, ma con il realismo di chi conosce le forze in campo. Anche questo approccio di buon senso, purtroppo, non sembra bastare al futuro che vogliamo meritare.

Ancora una volta, nel nostro paese, ci troviamo di fronte a una cancrena di lungo periodo, covata e mai curata e anzi alimentata da chi doveva garantire le virtù pubbliche. Ancora una volta, forse, serve prendere sul serio la situazione in maniera radicale ed indicare con franchezza la via di una verità dolorosa: il sistema è sostanzialmente fallito. Il sistema universitario è sostanzialmente fallito, sì. A tenerlo in piedi sono molti, moltissimi ricercatori e professori che fanno benissimo il loro mestiere nella ricerca e/o nella didattica. Ma il peso che portano loro è doppio, perché si portano dietro i pesi morti che vivono di rendita, che godono del privilegio ormai solo dannoso dell’inamovibilità, che hanno potere di vita e di morte su interi dipartimenti, alla faccia dei concorsi a principio meritocratico e dei decenni passati dall’ultima pubblicazione degna di questo nome.

Da un’analisi sostanzialmente condivisa (ma siamo aperti a contestazioni fattuali di merito), nasce allora una proposta, ora di dibattito domani di azione. Perché non pensare di azzerare tutte le rendite e di ripartire dai meriti conquistati sul campo? Perché non pensare a una grande operazione di verità politica, guidata e voluta dalla politica, ovviamente, che obblighi tutti (dall’ordinario all’assegnista) a mettere sul tavolo e sulla bilancia tutto quel che fa o ha fatto, studia o ha studiato, insegna o ha insegnato? Secondo criteri oggettivi, ovviamente, costruendo commissioni di alto profilo, coinvolgendo le istituzioni continentali e le eccellenze globali nei vari campi. Dando la possibilità a chi sta sotto di vedere riconosciuto che vale tanto di più, e imponendo a chi ha posizioni apicali di rimettere tutto in gioco: come si dovrebbe fare in quel luogo meraviglioso, utopisticamente perfetto, che chiamiamo mercato.

Sapendo, certo, che il rischio di corruzione esiste sempre, ma disegnando per una volta la possibilità che i meritevoli finora esclusi possano emergere evedere riconosciuto, anche economicamente, il loro valore, a discapito di diritti acquisiti che altro non sono che rendite, e cioè privilegi? Sarebbe bello aprire un dibattito serio, sul tema e anzi siamo qui a proporlo a chi c’è già, su Gli Stati generali, e a chi arriverà, magari a valle di questa call to action.

“Utopistico”, “chi controlla il nuovo controllore”, “fantasia”. Le obiezioni le conosciamo. Consideriamo più gravi, tuttavia, le costanti violazioni dei principi che dovrebbero guidare l’accademia italiana. È lì che nasce il futuro, e forse non è un caso se è da un po’ che il treno del futuro, dalle nostre parti, accumula ritardi.

 

TAG: accademia, concorsi universitari
CAT: Legislazione, Politica, Società

4 Commenti

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  1. Andrea Mariuzzo 6 anni fa

    Opzione estrema e, in ultima analisi, destinata a restare una provocazione. Ma considerando l’effetto dirompente sul “drug gang effect” della professione accademica di cui ho parlato nel mio primo pezzo, magari una scossa di questo tipo, attentamente modulata, potrebbe essere il punto di partenza per rimettere in discussione equilibri che i processi di riforma degli ultimi anni sono stati attentissimi a conservare. E proprio per questo è un’opzione politicamente irrealistica…

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  2. Guri Schwarz 6 anni fa

    apprezzo la provocazione, che esprime bene il sentimento di disagio rispetto a un sistema che ha tanti problemi e che non sembra migliorare nonostante un’infinita serie di riforme grandi e piccole.

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  3. Tommaso Leso 6 anni fa

    Tutto molto vero. Ho riletto gli interventi di Guri (ineccepibile) e quelo di Michela, e devo dire che secondo me si è un po’ forzata la mano per criticare il secondo – che da un punto di vista diverso riconosce gli stessi problemi, semplicemente cerca di esprimere un punto di vista più morbido su chi siano i colpevoli e chi se la passi bene.
    La provocazione di Jacopo, detto da un’altro che qualche anno come dottorando l’ha passato, è simpatica ma ovviamente irrealizzabile.
    Volevo solo puntualizzare due cose: in primo luogo, lil privilegio ai candidati interni non è un’abitudine solo italiana. Da noi raggiunge vette mai viste, ma vi assicuro che in tanti altri posti (Francia, Belgio e Danimarca di sicuro, per dire di tre realtà che consoco da vicino) è simile. E in altri posti ancora (leggasi Regno Unito) semplicemente cont più il nome dell’università di provenienza (Oxford e Cambridge, ça va sans dire) di qualsiasi altra considerazione in merito a curriculum, capacità di insegnamento, eccetera.
    Secondo, non è tutto oro quello che luccica. Una politica a mobilità spinta, in cui tutti possano e debbano rimettere in discussione la loro residenza geografica – o anche nazionale – come in altri sistemi universitari del mondo (penso a quello statunitense, al momento) ha i suoi difetti. Perché, per esempio, crea il grosso problema dei “two body” per le coppie di due accademici, e perché rischia di scoraggiare dall’intraprendere una carriera accademica chi avrebbe il talento e le capacità ma desiderasse più stabilità.

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  4. Michela Cella 6 anni fa

    A Jacopo l’ho detto in maniera molto sintetica ieri su FB “utopia”. Però come si evince dall’articolo di Segio Porta è possibile innescare comportamenti virtuosi che renderebbero decisamente migliore il nostro sistema universitario.
    Aggiungo un mio piccolo commento sulla mobilità e i vantaggi agli interni in italia e nel resto del mondo.
    Sicuramente da noi il livello è patologico su entrambi i fronti ma anche nel resto del mondo gli interni hanno dei vantaggi, in questo senso: spesso i criteri per la tenure e per una promozione sono leggermente più morbidi per gli interni che per un esterno. Perché? perché le relazioni hanno bisogno di tempo, perché spostarsi e cambiare colleghi ha un costo per chi va e per chi resta, perché non di sola ricerca è fatto un universitario, perché essere good citizens è importante.

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