Non è questione di metodo, ma di sfumature

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14 maggio 2020

Non mi soffermerò sulle criticità della didattica a distanza. Si è detto abbastanza.
Della scuola parlano tutti: sui social è un pullulare di pareri, opinioni, giudizi, valutazioni. E tutti sembrano d’accordo su un dato: la scuola ha bisogno di una spinta in avanti, va innovata. E chi nelle videolezioni in questa fase pandemica ha riprodotto i sistemi della lezione frontale, si è “limitato”, cioè, a parlare con gli studenti, ha sbagliato. I ragazzi hanno bisogno di “fare”, devono procedere per “ricerca-azione”, si suggerisce da più parti.

L’insegnamento non deve più affidarsi alla parola: è questo il nuovo diktat didattico. Eppure è attraverso la parola, detta, scambiata, a volte ripetuta, pronunciata con passione, che passano conoscenze, sentimenti, emozioni. Con la parola si cresce. Le fiabe servono a questo, perciò le raccontiamo ai bambini. E, invece, oggi la parola è temuta, screditata a vantaggio degli strumenti tecnologici, ritenuti addirittura in molti casi sostitutivi e più efficaci della comunicazione verbale.

Si tratta di una questione antica, che già Pasolini affrontava, dalla sua prospettiva critica, in Romàns:
ho letto qualcosa dei moderni metodi scolastici (l’attivismo) che si valgono appunto di mezzi che non siano la pura relazione oratoria dell’insegnante, sacrificando la tradizionale autorità di quest’ultimo per la partecipazione attiva dei ragazzi. È essenzialmente giusto, però…per far studiare i ragazzi volentieri, “entusiasmarli”, occorre ben altro che adottare un metodo più moderno e intelligente. Si tratta di sfumature, di sfumature rischiose ed emozionanti.

Il linguaggio della scuola che i nostri figli frequentano è lo specchio di una società senz’anima: termini aziendalistici, sigle cacofoniche, specialismi criptici. Anche le discipline umanistiche che più di tutte dovrebbero esprimere l’ineliminabile esigenza di comunicare la bellezza, sono ingabbiate in griglie valutative, in schede di analisi testuali, in protocolli procedurali (le “tipologie di verifica previste all’Esame di Stato”), che abbattono ogni desiderio di lettura e di scrittura, ogni gusto, ogni tensione estetica, ogni slancio etico.
E i docenti accettano. Spesso osannano i nuovi mezzi senza accorgersi che si stanno trasformando in fini, celebrano acriticamente le nuove didattiche, anzi se ne fanno animatori, le propagandano, collaborando, così, ingenuamente, alla nascita di una società anaffettiva.

Non è colpa del Covid19. La patologia della scuola è iniziata molto prima. E la didattica digitale non è il male assoluto: ha aiutato molto in questi mesi di emergenza sanitaria. Il problema è un’idea di scuola che ormai si è consolidata: una scuola che non parla, una scuola che non fa sognare, una scuola che accetta e non vaglia, una scuola che si riduce a “metodo” e che non ha anima, una scuola che accelera senza specchietto retrovisore, e teme la tradizione perché la vede solo ancorata al passato, quando invece essa è il legame con il futuro. Io sono una forza del Passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / (…) Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta. Sono ancora versi di Pasolini: tagliare i ponti con la tradizione significa non avere linfa vitale. E lo diceva lui, che certamente era critico verso forme di retrivo conservatorismo.

Rileggendo Romàns mi sono accorta che Pasolini scrive una frase scomoda, perché tocca un punto nevralgico del mondo scolastico: può educare solo chi sa che cosa significa amare.

Non è questione di metodo, ma di sfumature.

Cfr.:https://scholescuolaecultura.blogspot.com/2020/05/non-e-questione-di-metodo-ma-di.html

TAG: Cultura, letteratura, scuola
CAT: Letteratura, scuola

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