La ricetta per aumentare il reddito pro-capite: libertà e uguaglianza

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5 Febbraio 2015

Adottare il motto della rivoluzione francese – Liberté, Égalité, Fraternité – potrebbe ancora essere un’ottima ricetta per gli stati moderni che vogliono accrescere il benessere dei loro cittadini.
Lo si può dedurre da un modello che abbiamo costruito sulla base del reddito pro-capite e di due indicatori molto efficaci per misurare la libertà e l’uguaglianza: l’indice di Gini e il Democracy Index dall’Economist.
Abbiamo naturalmente escluso dal modello la Fraternité, concetto dai contorni troppo sfumati perché qualcuno abbia mai tentato di misurarlo.
Il Democracy Index dell’Economist misura il livello di democrazia nei paesi ed è basato su cinque categorie: processi elettorali e pluralismo, libertà civili, funzionamento del governo, partecipazione politica, cultura politica.  I paesi vengono quindi classificati sulla base di quattro tipologie: democrazie piene, democrazie imperfette, regimi ibridi, regimi autoritari. L’indice varia tra 0 e 10, con la Corea del Nord che si classifica regolarmente per ultima, con valori intorno all’1, mentre la Norvegia è sempre la prima, con un valore in genere intorno al 9,8.
L’Indice di Gini misura la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi e varia tra 0 e 1.Il valore 0 corrisponde alla pura equidistribuzione, in cui tutti i cittadini percepiscono lo stesso reddito, mentre il valore 1 corrispondere a quella in cui un unico – ipotetico – cittadino percepirebbe tutto il reddito nazionale. Nei paesi scandinavi, dove il reddito risulta il più equamente distribuito, l’indice di Gini varia in genere di pochi decimali intorno allo 0,27.
Per costruire il modello, abbiamo utilizzato i dati di The Word Bank relativi a reddito pro-capite e indice di Gini nel 2010, perché le serie storiche erano le più complete.
Abbiamo eliminato i paesi per i quali non era disponibile il dato relativo al reddito pro-capite o all’indice di Gini.
Abbiamo quindi correlato il reddito pro-capite con l’indice di Gini e il Democracy Index nel 2010 per ottenere un risultato abbastanza sorprendente.
I dieci paesi più ricchi – si intende qui la ricchezza pro-capite –  del nostro campione sono anche i dieci paesi più liberi e quelli dove il reddito è più equamente distribuito (ad eccezione, in quest’ultimo caso, solo degli Stati Uniti).

Primi dieci paesi per reddito pro-capite 2010

Non è però possibile ipotizzare una correlazione causa-effetto secondo la quale è il reddito a influenzare i livelli di democrazia, o viceversa: “Più un paese è libero, e più è ricco!”. Ma dopo avere esposto i risultati della ricerca, proveremo a esporre le ragioni secondo le quali ci sembra di buon senso sostenere la tesi ardita e sperimentale secondo la quale per aumentare la ricchezza dei cittadini – il reddito pro-capite – bisogna agire su due variabili: maggiori libertà democratiche e una maggiore uguaglianza nella scala retributiva.
Il paese più democratico e equalitarista del mondo – la Norvegia – ha infatti il reddito pro-capite più alto del mondo: 65.000 dollari, stabile su quel livello ormai da molti anni (la Norvegia è anche un paese petrolifero, fatto non secondario nel determinare un reddito pro-capite così elevato). Nel caso in cui invece le classi politiche al potere si limitino a perseguire l’interesse economico di pochi a discapito dei più, allora tutto è permesso: povertà diffusa, carestie, campi profughi, pena di morte e brogli elettorali. Ma il reddito pro-capite dei cittadini dei paesi dove regnano diseguaglianza e dittatori difficilmente salirà sopra i 10.000 dollari all’anno.


Ricchi e democratici

Per quasi tutti i paesi produttori di petrolio del Medio Oriente non è disponibile l’indice di Gini, e sono rimasti fuori dal nostro campione, che comprende 59 paesi*.
I dati relativi al Democracy Index del 2010 sono quindi stati estratti solo per i paesi del campione. Seguendo la classificazione dell’Economist, i paesi che raggiungono un punteggio compreso tra 8 e 10 sono democrazie piene; quelli tra 6 e 7,9 sono democrazie imperfette, caratterizzate da una scarsa partecipazione politica o dalla concentrazione dei mezzi di informazione in poche mani; quelli tra 4 e 5,9 sono invece regimi ibridi, considerati democrazie, dove però non si svolgono elezioni regolari, in presenza di una pluralità di partiti e di fonti informative alternative; quelli sotto il 4 sono regimi autoritari (dittature o sistemi a pluralismo politico limitato, in cui la classe al potere non deve rendere conto del suo operato).
Se incrociamo i due dati, i risultati sono molto interessanti, come si può vedere dal grafico sotto riportato.

Reddito pro-capite e Democracy Index 2010.Dati World Bank

Abbiamo diviso il grafico in quattro quadranti.

1= Paesi con reddito superiore a 35.000 dollari e Democracy Index inferiore a 6, e cioè regimi ibridi o autoritari.

2 = Paesi con reddito pro-capite superiore a 35.000 dollari e Democracy Index superiore a 6, che comprende sia le democrazie piene che quelle imperfette.

3 = Paesi con un reddito inferiore a 35.000 dollari e Democracy Index superiore a 6: democrazie piene e imperfette.

4 = paesi con un reddito inferiore a 35.000 dollari e Democracy Index inferiore a 6: regimi ibridi e autoritari.

I risultati della classificazione sono molto significativi, anche perché esiste una correlazione discretamente significativa (la linea tratteggiata in blu) tra democrazia e reddito pro-capite. Il reddito infatti aumenta tendenzialmente all’aumentare del tasso di democrazia. 
Ma l’analisi dei quadranti può fornirci indicazioni ancora maggiori sulle possibili relazioni tra i due fattori.

 

Regimi autoritari ricchi? No, a meno che non producano petrolio

Nel primo quadrante – Regimi ibridi o autoritari con reddito pro-capite alto – non si posiziona nessun paese, fatto dal quale possiamo derivare il primo assunto: i cittadini dei paesi non democratici sono sempre poveri, fatto peraltro compatibile con l’esistenza all’interno dei paesi in questione di élite molto ricche.
L’unica eccezione alla regola è quella dei paesi produttori di petrolio, come per esempio il Qatar, per il quale alcune stime danno redditi pro-capite altissimi, fino a 102.000 dollari all’anno.
I paesi petroliferi mediorientali sono stati purtroppo esclusi dalla ricerca proprio perché nei dati della World Bank non erano presenti entrambi i record (indice di Gini e reddito pro-capite). Per il Qatar non è noto infatti l’indice di Gini, anche se è disponibile il valore del Democracy Index: 3,9. Si tratta quindi di un paese “ricco” ma retto da un regine autoritario. Non disponendo dell’indice di Gini, non sappiamo quale sia la distribuzione dei redditi all’interno del paese. Ma gli abitanti sono meno di due milioni e si può quindi supporre che nessuno viva in condizioni di estrema povertà.
Il secondo assunto potrebbe quindi essere quello secondo cui un regime autoritario è conciliabile con un reddito medio-alto solo se produce petrolio e non è densamente popolato. I paesi produttori di petrolio densamente popolati hanno in genere redditi pro-capite molto più bassi, come nel caso dell’Egitto: circa 6.500 dollari all’anno.
Se quindi i regimi autoritari producono cittadini poveri, si potrebbe ipotizzare che un’eventuale deriva antidemocratica in un paese democratico possa produrre un impoverimento del paese in questione. Insomma, non è consigliabile abolire le elezioni e chiudere i giornali, a meno di non disporre di ricchi giacimenti di petrolio nel proprio sottosuolo (con un limitato costo di estrazione) e avere un basso numero di abitanti.

 

Liberi e ricchi? Sì, ma solo se MOLTO liberi e democratici

Nel secondo quadrante troviamo invece i paesi che hanno un reddito superiore ai 35.000 dollari all’anno e un Democracy Index superiore a 6.
I paesi sono i dieci della precedente tabella: Norvegia, Islanda, Danimarca, Irlanda, Stati Uniti, Olanda, Finlandia, Regno Unito, Germania, Canada.
E sono tutti Democrazie piene, con un Democracy Index superiore a 8.
Il risultato sembrerebbe quindi confermare gli assunti precedentemente enunciati, a cui possiamo aggiungerne uno nuovo: i paesi ricchi devono necessariamente essere anche perfettamente democratici, perché nessuna delle Democrazie imperfette classificate dall’Economist riesce a superare la soglia dei 35.000 dollari all’anno.
Basta avere un sistema elettorale viziato da qualche bias strutturale – come nel caso italiano, in cui non è possibile esprimere i voti di preferenza – perché i cittadini di quel paese abbiano un reddito inferiore ai 35.000 euro all’anno. Si potrebbe anche ipotizzare statisticamente che non potranno mai raggiungere un tale livello di reddito, visto che nessuno dei paesi con un reddito pro-capite di 35.000 euro è una democrazia imperfetta.
La migliore benzina per la crescita economica è la democrazia, garantita da un sistema elettorale equo in cui gli elettori possono cambiare i partiti al potere e eleggere i candidati più popolari nel modo più trasparente e fair possibile.

 

Mediamente ricchi e mediamente liberi? Non è detto

Se nei quadranti precedenti le due equazioni “Poveri = regimi autoritari” e “Ricchi = democrazie piene” erano sempre vere, nel terzo quadrante non è valida invece l’equazione “Mediamente ricchi = mediamente democratici”. Nella parte superiore del quadrante appaiono infatti Italia, Spagna e Israele con un reddito superiore a 20.000 dollari e un Democracy Index che le colloca tra le Democrazie imperfette (ad eccezione della Spagna, di poco superiore all’8, e quindi Democrazia piena).
Nella fascia tra 20.000 e 10.000 dollari troviamo quasi tutti gli ex-paesi comunisti, sempre con livelli di democrazia “accettabili”, mentre invece nella fascia inferiore, quella sotto i 10.000 dollari all’anno, troviamo paesi con un Democracy Index che li classifica ancora come Democrazie imperfette, anche se i valori sono di poco superiori al 6 (Perù, Romania, Serbia).
La correlazione tra reddito pro-capite e democrazie non è quindi così evidente come nel caso delle Democrazie piene.
Una democrazia imperfetta non è quindi automaticamente correlabile a un reddito medio, ma può invece essere collegata anche a un reddito decisamente modesto come quello del Perù: circa 3.500 dollari all’anno.

 

Autoritarismi e povertà? Sì, sempre

L’analisi del terzo quadrante andrebbe in realtà svolta contemporaneamente a quella del quarto, dove sono stati posizionati i paesi classificati come regimi autoritari (indice compreso tra 0 e 4), tra cui Cina, Giordania, Madagascar, e i regimi ibridi (indice tra 4 e 5,9), come Turchia, Ecuador, Honduras.
In quest’ultimo quadrante, nessuno dei paesi raggiunge i 10.000 dollari di reddito pro-capite all’anno, a riprova del fatto che un sistema politico bloccato non favorisce la formazione di un reddito pro-capite di livello medio-alto, ma rende addirittura molto improbabile salire sopra la soglia dei 10.000 euro all’anno.
Esiste comunque una nebulosa di paesi al di sotto della soglia dei 10.000 euro, dispersi tra gli ultimi due quadranti, e con un Democracy Index molto variabile che però non arriva mai a toccare la soglia della Democrazia piena (tranne che in due eccezioni: la Repubblica Ceca e l’Uruguay). Sono paesi come la Cina, il Vietnam, la Cambogia, la Nigeria, l’India.
In definitiva, non si può stabilire una correlazione così netta fra Democracy Index e il reddito come quando siamo in presenza di democrazie piene.
Una spiegazione ipotetica del fenomeno potrebbe essere la seguente: quando il sistema politico non è pienamente democratico, le probabilità di essere poveri sono molto elevate, anche senza il bisogno di arrivare ai cupori tirannici della Corea Del Nord, dove è l’intera famiglia del dissidente a essere internata nei gulag, così da contenere ogni possibile rischio di infezione virale.

 

I costi economici dei regimi autoritari o non democratici

I sistemi politici ed elettorali tipici delle democrazie piene hanno l’innegabile funzione di consentire il ricambio delle classi al potere senza dover ricorrere a putsch, rivoluzioni, insurrezioni popolari. Dobbiamo quindi supporre che senza un ricambio pacifico, regolare e non traumatico della classe politica al potere, anche la gestione dell’economia diventi poco efficace.
La classe che governa il paese non può essere mandata a casa dagli elettorali, con una limpida e semplice consultazione elettorale. In questi casi, ci possiamo quindi ragionevolmente aspettare un riverbero dell’immobilità politica del paese anche nella stessa economia, che non beneficia di una situazione in cui le relazioni clientelari con i gruppi al potere valgono sicuramente più dei meriti nella gestione delle imprese.
Cooptazione, clientelismo e nepotismo prendono il posto di merito, selezione, ricambio. E i 10.000 euro di reddito pro-capite all’anno diventano la conseguenza del soffermarsi di una classe al potere per cicli politici lunghi, o lunghissimi, come nel caso della famigerata dinastia dei Kim in Corea del Nord, dove il reddito pro-capite (stimato dalla CIA) è di 1.800 dollari all’anno.

 

Libertà e uguaglianza? Sì, vanno MOLTO d’accordo

Il secondo esercizio che abbiamo fatto è stato quello di posizionare i paesi in un grafico usando come coordinate il reddito pro-capite e l’indice di Gini. Il grafico è stato ancora diviso in quadranti, a seconda del fatto che i paesi superassero o meno la soglia dei 35.000 dollari di reddito, e in base all’indice di Gini: superiore o inferiore allo 0,4.
La linea azzurra indica l’esistenza di una correlazione positiva (seppur abbastanza debole) tra reddito pro-capite e equità distributiva.

Reddito pro-capite e Indice di Gini 2010.Dati World Bank

Il risultato è comunque sorprendente: nove dei dieci paesi che erano stati classificati come “ricchi” e “liberi”, sono anche i più egualitaristi: Norvegia, Islanda, Danimarca, Irlanda, Olanda, Finlandia, Regno Unito, Germania, Canada.
Il primo quadrante li raccoglie tutti, esattamente com’era nel precedente grafico. Ma adesso non fanno più parte del gruppo gli Stati Uniti, che hanno un coefficiente di Gini relativamente alto: lo 0,41. Sono l’unico paese a restare escluso dal gruppo dei “ricchi e liberi”, anche se dobbiamo rilevare come il Presidente Obama sembri essersene perfettamente consapevole, perché, nel discorso sullo Stato dell’Unione, ha dichiarato che uno dei problemi dell’America è proprio quello della diseguaglianza.
Il Presidente Obama ha infatti affermato: “”Vogliamo forse una economia che permetta soltanto a pochi di arricchirsi in modo spettacolare? O vogliamo impegnarci a realizzare un modello economico che porti ad aumenti generalizzati di reddito e dà opportunità a chiunque faccia uno sforzo?”. Obama sta inoltre facendo una battaglia per alzare il salario minimo (in alcuni Stati americani è di 7 dollari all’ora) e si è rivolto alla platea, sempre durante il discorso dell’Unione, chiedendo come si possa vivere con un reddito medio di 15.000 dollari all’anno.
Non abbiamo in questa sede i dati per ipotizzare quali siano le ragioni della diffusione di una maggiore diseguaglianza fra il popolo americano, ma si può supporre che la preoccupazione di Obama derivi anche dalla consapevolezza dei rischi collegati a uno stato accentuato di mancanza di equità distributiva, con il risultato di bloccare la formazione del consenso attorno al partito politico al potere.
Un PIL elevato ma che sia mal distribuito all’interno della popolazione causa infatti delle sacche di malcontento, che possono avere influssi molto pesanti in termini di ricaduta elettorale, soprattutto per il Partito Democratico che corre il rischio di perdere le prossime elezioni proprio per questo motivo.
L’aumento dei posti di lavoro registrato negli ultimi mesi riguarda proprio lavoratori che guadagnano meno del salario medio: il 60% dei nuovi posti di lavoro.
Un partito al potere, in una democrazia piena, dove il ricambio sia facilitato da un sistema elettorale fair è quindi interessato a raggiungere il consenso in fasce ampie di elettorato, distribuendo incentivi economici in modo il più possibile trasversale. Ricchi, liberi e uguali: è la ricetta migliore anche per vincere le elezioni.

 

Né troppo poveri, né troppo ricchi, né troppo diseguali

Come anche nel grafico relativo al Democracy Index, vi sono alcuni paesi che “galleggiano” in un’area di reddito compresa tra i 35.000 euro e i 10.000, e che hanno un indice di Gini inferiore allo 0,4. Sono, in ordine di reddito: Italia, Spagna, Grecia (i dati sono antecedenti alla crisi economica greca), Slovenia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Ungheria, Estonia, Polonia. Anche Israele ha un reddito compreso in questa fascia (23.224 dollari all’anno), ma con un indice di Gini più elevato (0,42). I paesi appartenenti a questo gruppo sono in gran parte ex-comunisti, e quindi risentono ancora di una distribuzione dei redditi tendenzialmente egualitaria, ma sono anche gli stessi paesi che nel grafico precedente erano posizionati nell’aurea mediocritas delle democrazie imperfette.
L’ipotesi per spiegare la loro collocazione in una posizione sostanzialmente intermedia è l’impossibilità di mettere una marcia in più – nella formazione del reddito nazionale – se prima non sono stati perfettamente oliati i meccanismi della democrazia.
Altrimenti l’unica performance possibile è quella di un galleggiamento sempre sotto la quota dei 35.000, senza la possibilità di mettere la testa fuori da quella soglia.

 

La grey area dei “– 10.000 euro di reddito pro-capite”

Ritorna anche nel nuovo grafico una grey area di paesi che gravitano sotto i 10.000 dollari di reddito, senza una correlazione diretta con il livello dell’indice di Gini, che varia moltissimo tra i diversi paesi: dallo 0,28 della Romania allo 0,53 dell’Honduras.
Questi sono gli ultimi dieci paesi in ordine di reddito del nostro campione.
Ultimi dieci paesi per reddito pro-capite 2010

Si ritrovano peraltro nell’area dei “- 100.000 &” anche quegli stessi paesi caratterizzati da regimi politici non pienamente democratici o decisamente autoritari che avevamo trovato nel grafico precedente.
L’unica ipotesi ragionevole per spiegare l’esistenza di un blocco di paesi “poveri”, in cui il reddito rimane fermo su livelli bassi anche quando la diseguaglianza è contenuta, potrebbe essere quella secondo cui il fattore politico ha un peso maggiore nella determinazione dei livelli di reddito pro-capite di quanto non abbia la distribuzione del reddito. Come nel caso della Bulgaria: una democrazia imperfetta con un indice di Gini relativamente basso – 0,36 – ma che rimane ferma ai 4.560 dollari di reddito pro-capite all’anno.
Una democrazia piena consente invece di cambiare l’élite al potere senza il bisogno di rivolgimenti violenti (ed economicamente costosi).
I nuovi partiti che vanno al potere generalmente rimuovono dalle posizioni economicamente rilevanti i manager legati alle élite precedenti, con un effetto positivo di rinnovamento.
Se invece il ciclo politico legato a un partito o a un blocco di potere è eccessivamente lungo, le classi dominanti riescono a mantenere una maggiore presa sulla gestione dell’economia, anche grazie alle relazioni di tipo cooptativo con i loro alleati, relazioni che vengono mantenute per periodi eccessivamente lunghi.
L’inefficienza economica viene quindi procrastinata perché i cittadini non riescono a liberarsi del partito al potere con elezioni pacifiche e fair.
Bisogna inoltre rilevare come i paesi più poveri del modo siano anche quelli dove si registra l’indice di Gini in assoluto più alto: la Namibia, con lo 0,61, lo Zambia, con lo 0,57 e la Colombia, con lo 0,55. La povertà diffusa della popolazione sembra quindi perfettamente compatibile con l’esistenza di una élite molto benestante, che consuma gran parte del reddito nazionale. “Molto poveri e molto ricchi” sembra quindi il binomio perfetto per i paesi poveri, che mantengono al loro interno una casta di privilegiati.

 

I Guanxi della Cina

A questo proposito, è interessante il caso della Cina, classificata come regime autoritario ma con un indice di Gini relativamente alto – 0,42 – nonostante sia ancora ufficialmente un paese socialista. Deng Xiao Ping aveva infatti dato l’avvio alla liberalizzazione dicendo che: “Diventare ricchi è glorioso”, e non ci sarebbe stato nessun male se qualcuno fosse diventato ricco prima degli altri. Il fatto che oggi la Cina sia diventata una superpotenza economica – considerato il suo PIL complessivo – non significa che i suoi cittadini siano diventati tutti ugualmente ricchi, visto che il reddito medio è ancora abbastanza basso: 2.870 dollari all’anno (i dollari scendono circa a 800 per quelli che vivono in campagna). Qualcuno, in Cina, è quindi per davvero diventato ricco prima degli altri.
E visto che il regime politico cinese è autoritario, potrebbe essere lecito pensare che il trend di potenziali e notevoli diseguaglianze non si invertirà in futuro.
Possiamo infatti supporre che vi sia una maggiore inerzia nelle dinamiche sociali quando non vi è alternanza tra i partiti al potere, con il risultato che vengono privilegiati sempre gli stessi network di contatti e rapporti amicali, che consentono a chi vi appartiene di ottenere dei vantaggi personali.
In Cina c’è un termine, Guanxi, che significa proprio questo: “Avere un network di amici importanti che ti danno una mano”. Niente aiuta di più nella formazione dei Guanxi della stabilità del potere politico, e niente è più dannoso per bloccare gli ingranaggi della democrazia dell’esistenza di gruppi di persone stabili e coese, vicine al potere, e con un unico obiettivo: quello dell’autoprotezione e della propria autoperpetuazione.

 

Ipotetiche conclusioni di buon senso

Le serie di dati analizzati riguardano solo tre variabili: reddito, democrazia e uguaglianza distributiva.
I dati riguardano solo il 2010 e non sono quindi sufficienti per inferire gli eventuali nessi causali tra le variabili, e cioè se viene prima la gallina – la ricchezza pro-capite – o l’uovo: la libertà e la democrazia.
Le uniche conclusioni difendibili e sensate sono due.
La prima è che i regimi autoritari non portano mai a una ricchezza diffusa tra i cittadini,  anche se generalmente è essere presente al loro interno una élite molto ricca.
La seconda è che i paesi MOLTO liberi sono invece quelli in cui TUTTI i cittadini partecipano diffusamente della ricchezza acquisita, anche perché sono paesi dove il reddito è più equamente distribuito (ad eccezione degli Stati Uniti).
La ricetta di buon senso da offrire a un paese che ci chiedesse come aumentare la ricchezza dei suoi cittadini potrebbe essere solo quella di perseguire la libertà e l’uguaglianza –  e perché no? – anche la fratellanza. Elezioni libere, pluralismo politico e partecipazione politica e culturale producono probabilmente anche un senso di fratellanza – leggi coesione – tra la popolazione, che sarà più felice se non subirà casi di evidente sperequazione sociale e contributiva.
Meglio diffidare, invece, di tutte le riforme elettorali che riducono il potere decisionale dei cittadini: il declino economico è il destino che più presumibilmente attende i paesi che non riescono a raggiungere il livello della democrazia piena.

 

* Paesi nel campione: Norway, Iceland, Denmark, Ireland, United States, Netherlands, Finland, United Kingdom, Germany, Canada, Italy, Spain, Israel, Greece, Slovenia, Czech Republic, Slovak Republic, Hungary, Estonia, Poland, Lithuania, Mexico, Turkey, Latvia, Uruguay, Panama, Romania, Costa Rica, Kazakhstan, Dominican Republic, Bulgaria, Belarus, Montenegro, Namibia, Serbia, Colombia, Tunisia, Peru, Ecuador, Thailand, El Salvador, China, Jordan, Swaziland, Indonesia, Honduras, India, Nigeria, Moldova, Paese, Zambia, Vietnam, Lesotho, Cambodia, Kyrgyz Republic, Bangladesh, Mali, Nepal, Madagascar, Malawi

TAG: Democracy Index, Indice di Gini, libertà, reddito pro-capite, uguaglianza
CAT: macroeconomia

4 Commenti

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  1. tommaso.leso 6 anni fa

    L’analisi è molto interessante. Interessante (e non del tutto nuova, si pensi a “Why Nations Fail” di Acemoglu e Robinson, solo per fare l’ultimo e più famoso esempio.) è anche la tesi – che mi pare però molto lungi dall’essere dinmostrata. A parte l’outlier più evidente relativamente all’uguaglianza, che sono gli Stati Uniti, in quale direzione funzioni la causalità (ammesso che ci sia) mi sembra moto difficile da stabilire. In ogni caso, notevole.

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  2. Caro Tommaso, sì, è impossibile stabilire in che direzioni funzioni la causalità. Anche perché la domanda a cui sarebbe interessante rispondere è come e quando inizia il declino (economico, politico, eccetera).
    Il degrado parte da un’etica corrosa, da una scuola difettosa, da un’élite capace solo di investire in prodotti finanziari i profitti di una nazione? Sto parlando dell’Italia. Che tristezza.

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  3. andrea.mariuzzo 6 anni fa

    adesso non esprimere le preferenze diventa pure tutti quei paroloni lì. un corso base sui sistemi elettorali sarebbe servito

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  4. Sì, certo, ho letto l’articolo di Andrra Mariuzzo su Salvini possibile presidente del consiglio (magari con il 21% dei voti). Sì, la riforma elettorale potrebbe finire così.

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