Galera per la stampa turca, ma noi che siamo liberi perché lisciamo il potere?

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8 Marzo 2016

Tra il patetico e il tragico alle volte c’è meno di un soffio, altre volte non bastano 70 scalini ripidissimi di una classifica che parla di libertà di stampa per raccontare l’abisso in cui il mondo sprofonda. Dalle nostre parti, si usa spesso parlare (in libertà) di libertà negate, di regime, di cronica mancanza di democrazia. E ci crediamo anche, come è giusto che sia. Qualcuno ci crede un po’ troppo, sino al punto di considerare l’esistenza di un regime come normalità assoluta. Nella classifica delle libertà di stampa di «Reporters Sans Frontières», l’Italia è intorno al settantesimo posto, la Turchia intorno al 140. In Turchia, dove un regime c’è, è appena sufficiente osservare cosa sta succedendo con l’informazione per capirne la reale portata. In Turchia chi dissente va direttamente in galera. Non solo. L’intera dirigenza dei giornali viene decapitata, sostituita da fantocci di governo. Così la mattina escono giornali “puliti” e ben fatti. Le persone, i cittadini, che scendono in piazza per protestare, vengono regolarmente caricati dalla polizia. Nessuna pietà, nessuna regola, nessuna legge.

In Italia potrebbe succedere tutto questo? Naturalmente no. Ma non sono quei settanta posti di vantaggio a metterci al calduccio, al riparo dai pericoli di un regime. Ne siamo preservati perché molti anni fa abbiamo gettato un seme e quella piantina è poi diventato un albero, forte, per il momento indistruttibile. È la democrazia. Per definirci un popolo fiero e orgoglioso, però, ci manca la controprova. Come ci comporteremmo a parti invertite, ci faremmo incarcerare in nome della sacra libertà di stampa, scenderemmo in piazza rischiando la ghirba, ci batteremmo sino alla morte per quei principi che ispirarono la nostra convivenza civile e il nostro ordinamento repubblicano?

Si potrebbe dire, per definire il livello anche malinconico del nostro povero Paese, che in Turchia i giornalisti li mettono in galera, e qui da noi invece si fanno strapazzare da Filippo Sensi per qualche pezzettino che il Capo non ha gradito (anche questo piccolo ma orgoglioso giornale non è sfuggito alla regola). Il quale Sensi, che per questo dovrebbe essere radiato dall’Albo, verso sera dispensa le chicche sentimental-aggregative di Matteo sotto la voce “Renzi ai suoi”. Ciò che da noi non torna, è che pur avendo già tutto – democrazia, confronto, libertà personali – non siamo in grado di mandare generosamente a quel tal paese questi signorini che si lamentano perché un petalo, giusto un petalo magari, si è depositato sulla tavola ben apparecchiata del presidente del Consiglio, rovinandone l’estetica. È come se la pancia piena di diritti ci avesse sottratto particelle di gioiosa predisposizione alla democrazia, disponendoci invece a una solerzia di governo degna di miglior causa.

In questi ultimi anni, in un grande (grande) giornale italiano è girato un imperioso ordine di servizio (ovviamente non scritto) composto da un unico punto distintivo: non disturbare il manovratore. Renzi non si doveva toccare, un po’ per convinzione, un po’ per simpatia, un po’ perché è sufficientemente paraculo per piacere ai direttori. È chiaro che quando dall’alto ne discende un simile indirizzo, i giornalisti perdono progressivamente curiosità e con la curiosità anche la voglia di stuzzicare il lettore. Ci si imborghesisce piano piano, giorno dopo giorno, sino al punto da considerare del tutto normale evitare di rompere vagamente le scatole al potere. Anche il meno acquiescente, alla fine si metterà le pantofole, pensionandosi.

La pancia piena, in democrazia, rende dunque un po’ meno autonomi? Questo è un paradosso che viviamo quotidianamente, e se da una parte dobbiamo rallegrarci perché non rischiamo la deriva, dall’altra avremmo il dovere di porci intellettualmente la questione fondamentale dei paesi democratici: i giornali sono costruiti per rassicurare il potere o, al contrario, debbono stimolarlo, sottolineando le cose che non vanno, segnalando quando vanno, insomma facendosi carico dello sviluppo complessivo della società attraverso una buona e corretta informazione? Siamo in pieno sonno della ragione, e visto che abbiamo la grande fortuna di non rischiare l’incolumità personale, almeno troviamo il coraggio civile di metterci in posizione dubitativa rispetto alle narrazioni dominanti.

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CAT: Media

3 Commenti

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  1. c-carmelo48 5 anni fa

    Ciao Michè. Ci sono molte ragioni da riconoscere ai giornali che si fanno tappeto davanti al potere.
    Detto questo, la democrazia è un’altra cosa. Quando c’è. E di vederla non capita spesso.

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  2. c-carmelo48 5 anni fa

    Ciao Michè. Ci sono molte ragioni da riconoscere ai giornali che si fanno tappeto davanti al potere.
    Detto questo, la democrazia è un’altra cosa. Quando c’è. E di vederla non capita spesso.

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  3. renato2200 5 anni fa

    pancia piena la tua , io sono invalido prendo 400 euro al mese per invalidita’ sono in carrozzina per poliomielite , e la mia pancia borbotta per varie ragioni – per quanto attiene al caso turco e’ forsi il caso del genocidio perpetrato dai turchi nei confronti della cominita’ armena , mai riconosciuto , l’uso sistematico della tortura nelle carceri , il controllo dei media . la mancanza di liberta’ , la furbizia con la turchia gioca sui vari fronti , la rende indesiderabile nell’europa , amen

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