Debora Serracchiani,le fallacie del discorso e la rimozione del pensiero critico

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12 maggio 2017

Il post di Debora Serracchiani di cui tanto si parla in queste ore ha dell’incredibile, sebbene solo apparentemente. Infatti io non ne sono stupito e in questo articolo vi spiegherò perché.

Gli argomenti che veicola non sono solo irragionevoli ma anche, di fatto, manipolativi. Quanto afferma equivale a sostenere che il furto commesso da un adolescente orfano ospite di una casa famiglia sia più socialmente odioso di un furto commesso da un adolescente di buona famiglia che di quell’accoglienza non ha alcun bisogno. E, aspetto ancora più aberrante, equivale anche a stabilire una gerarchia fra le esperienze vissute dalle vittime implicando vere e proprie aporie quali l’idea che una violenza sessuale subita da una persona per mano del proprio genitore nell’ambito domestico possa essere considerata meno socialmente odiosa di una medesima violenza commessa da uno sconosciuto che sia un migrante richiedente asilo. Aberrante perché, quantomeno nel discorso pubblico, dovremmo forse osservare un rispettoso silenzio nei confronti delle esperienze delle vittime di violenza che, legittimamente, possono essere da loro stesse considerate come uniche e irriducibili e quindi degne di eguale rispetto. Tutto questo é evidente a chiunque abbia uno sguardo lucido sulle cose del mondo ed é proprio per questa ragione che quella di Debora Serracchiani é molto più di una cattiva valutazione.

 

I casi di fallacia del discorso si moltiplicano giorno dopo giorno

Il carattere fallace del discorso di Debora Serracchiani illumina un fenomeno molto più ampio che é poi lo stesso fenomeno che ha permesso a Matteo Renzi di annunciare al paese senza alcun imbarazzo che il terzo obiettivo del nuovo corso del partito sono le “mamme”, cosa ovviamente straordinariamente controversa  non certo esclusivamente per una forza di “sinistra” ma anche per una moderna forza di centro-destra (ve lo immaginate il cattolico e conservatore Francois Fillon dire una cosa simile in Francia?). Ed é la stessa fallacia che, negli ultimi anni, ha permesso lo slittamento di altre componenti del discorso pubblico in direzione di formulazioni egualmente manipolative e che stabiliscono equivalenze regressive come nel caso del notissimo “non mettere le mani nelle tasche degli italiani” inventato da Silvio Berlusconi e utilizzato dallo stesso Matteo Renzi a suffragio della sua politica di riduzione del prelievo fiscale. Un’affermazione che, stabilendo un’equivalenza fra prelievo fiscale e scippo, non aiuta il dibattito pubblico a sviluppare un’attenzione consapevole nei confronti di un argomento di così evidente rilievo.

 

La rimozione del pensiero critico e la sua sostituzione con un malinteso e manipolato senso comune

Come si spiegano queste continue fallacie del discorso da parte del partito che più di altri sostiene di combatterle? Con il fatto che, come vuole la critica di chi si colloca a sinistra del Pd sia diventato semplicemente e consapevolmente “di destra”? Si tratta di una critica troppo semplicistica che implica un fatto tutto da dimostrare, ovvero che il Pd prima di Matteo Renzi fosse effettivamente “più di sinistra” di quello di questi ultimi tre anni. Se ne potrebbe discutere a lungo, probabilmente senza trovare nella concreta attività legislativa delle legislature nelle quali il Pd o le forze ad esso ascrivibili sono state maggioritarie evidenze davvero decisive. Evidenze  che, per essere identificate, necessiterebbero peraltro di sofisticati strumenti di analisi in relazione, ad esempio, agli effetti distribuitivi delle rispettive politiche. Da questo punto di vista, e molto intuitivamente, l’opinione secondo la quale Matteo Renzi abbia tentato di fare e in qualche misura sia riuscito a realizzare quanto progettato da un’intera generazione di post-comunisti sebbene con un successo maggiore – dovuto anche alla schiacciante maggioranza che ha ereditato alla Camera dei Deputati – non parrebbe molto lontana dalla realtà.

Quindi, più probabilmente, la vera soluzione di continuità Matteo Renzi l’ha rappresentata attraverso la profonda ridefinizione del discorso pubblico che sorreggeva e giustificava un’agenda legislativa che – si pensi a mercato del lavoro o riforme istituzionali – non é stata viceversa portatrice di particolari elementi di novità rispetto al ventennio precedente. Questa riarticolazione non configura però una vera propria alternativa ideologica bensì uno stato di perenne confusione culturale nella quale maturano prese di posizioni controverse quali quella che stiamo discutendo.

 

Senza regole di inclusione e di esclusione il discorso pubblico si fa fallace

In questa prospettiva, i tanti casi di fallacia del discorso simili a quello messo di cui é stata protagonista Debora Serracchiani si spiegano alla luce dei termini entro i quali questa ridefinizione e riarticolazione si é prodotta che é il frutto, in particolare, del definitivo abbandono della tradizione del pensiero critico – quello per intenderci generato dal campo vasto delle scienze sociali, per come esso si é articolato dalla loro nascita ad oggi – come pensiero strutturante l’interpretazione del mondo e l’azione politica delle forze “a sinistra del centro”. Pensiero critico – fatto di concetti strutturanti e di strumenti di analisi – che serviva ad informare e giustificare la politica anche attraverso la formazione delle tanto ingenuamente vituperate “ideologie” che, nella nostra esperienza quotidiana ed ancora di più in quella di una personalità pubblica, sono soprattutto un modo per ordinare il discorso attraverso l’attivazione di alcune regole di inclusione e di esclusione che filtrano i ragionamenti e nessi considerati opportuni e pertinenti da quelli ritenuti non opportuni e non pertinenti.  Nella tradizione politica “a sinistra del centro”, l’uso del pensiero critico ha sostenuto opzioni politicamente divergenti – riformiste e massimaliste, ad esempio – attraverso la ridefinizione di siffatte regole di inclusione e di esclusione sullo sfondo però di strumenti e concetti che di frequente erano comuni e condivisi. Quello che osserviamo nel caso del discorso di Debora Serracchiani é che le regole di inclusione e di esclusione sono saltate generando quindi una grande confusione ed un grave disorientamento del discorso.

 

I costi collettivi di una politica orfana di pensiero critico

Negli ultimi decenni, ideologia e pensiero ideologico sono stati presentati come fenomeni negativi e degenerativi – sintomi di un’ossificazione del pensiero e di una sua incapacità di leggere il mutamento sociale – soprattutto da chi, a ben vedere, proponeva forme di pensiero egualmente ideologiche collocate soprattutto “a destra” della sinistra tradizionale. Ma, soprattutto, negli ultimi decenni sono stati decantati i supposti effetti positivi della fine delle ideologie – che poi, a ben vedere, si risolveva soprattutto nella fine del campo ampio dell’ideologia socialista, senza mai mettere a fuoco i loro elevatissimi costi collettivi in termini di disarticolazione del discorso pubblico che, privo di appigli – di regole di inclusione e di esclusione, per l’appunto – si é trovato a riprodurre e manipolare un malinteso “senso comune” opportunamente declinato alle necessità comunicative del momento. I casi di fallacia del discorso dei dirigenti del Pd forse si spiegano soprattuto così: molti dei suoi dirigenti non sono semplicemente “diventati di destra” – anche Massimo D’Alema lo era secondo gli stessi criteri – ma più profondamente hanno abbandonato la tradizione del pensiero critico – lo ripeto: la questione del rapporto fra la politica e le scienze sociali é qui decisiva –  trovandosi improvvisamente e irrimediabilmente inequipaggiati di fronte alla realtà e quindi infinitamente più facili al rischio di pronunciare aberrazioni apparentemente inspiegabili, se non con la mera e ingenuissima ricerca di consenso, quale quella pronunciata ieri da Serracchiani.

 

Chi ci difenderà dal “populismo”?

L’aspetto autenticamente inquietante di questa situazione é che il crollo del pensiero critico quale strumento di costruzione della ideologia politica si produce in un contesto nel quale la democrazia liberale ed i suoi valori attraversano, come noto, una profonda crisi. Nel caso italiano, Il Partito Democratico si propone da tempo quale argine dell’avanzata populista – i Grillini e i leghisti principalmente – che rappresenterebbero una sfida al liberalismo ed alla ragione scientifica attraverso la continua produzione di post-verità tese a scardinare i normalmente accettati criteri di giudizio delle questioni pubbliche. Purtroppo, questi continui casi di fallacia del discorso ci fanno dubitare che, in effetti, tale partito sia all’altezza del compito impegnativo che si é assegnato e anzi ci fanno talvolta temere che l’abbandono della tradizione del pensiero critico delle scienze sociali che hanno contribuito a costruire tutto ciò che si trova storicamente “a sinistra del centro” –  sia sostanzialmente da ricondurre al medesimo fenomeno di declino della democrazia liberale.

 

Dobbiamo essere sempre rigorosi  

Mai come oggi le cose e le parole sono egualmente importanti: non importa solo cosa si fa, ed ovviamente già questo argomento é di per sé infinitamente controverso, ma anche come si giustifica quello che si fa, con quali argomenti e in virtù di quali strumenti critici. Mancanze o addirittura disinvestimenti strategici su questo fronte sono oggi veri e propri atti di pericolosissima irresponsabilità che bisogna combattere alla radice e senza alcuna clemenza. Quello di cui abbiamo bisogno oggi sono progetti politici e sociali che si fondino su saperi critici che siano in grado di indicare regole di inclusione e di esclusione di ciò che si dice ed ovviamente di ciò che si fa. Progetti che su questa base possano denunciare i discorsi manipolativi del senso comune avanzati dai cosiddetti “populisti”, categoria che ormai non può che lasciarci assolutamente perplessi. “Le parole sono importanti perché chi parla male pensa male”, si diceva in un film di quasi trent’anni fa. Oggi, nell’Europa del secolo XXI, siamo in molti a pensare lo stesso ma con un inedito senso di allarme che dovrebbe spingerci ad essere molto, molto più esigenti a riguardo.

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CAT: Media, Partiti e politici

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