Il Partito Democratico è morto?

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19 Agosto 2018

Leggo in queste ore illustri commentatori recitare il requiem al Partito Democratico perché nessuno ha voluto scattarsi un selfie con Maurizio Martina durante i funerali di Stato per le vittime del disastro di Genova e per la contestazione alla delegazione dem. Mi permetto umilmente di affermare che mi sembra una lettura delle cose assai superficiale.

Premetto che per il sottoscritto chi utilizza una cerimonia funebre per esternare il suo tifo politico o farsi un selfie col “politico famoso” di turno è un idiota. Sarà pure popolo, avrà pure problemi ad arrivare a fine mese, ma è idiota lo stesso.

Ma torniamo al Pd. Magari mi sbaglierò, ma dopo quasi trent’anni di politica post-ideologica dovrebbe essere chiaro a tutti che (purtroppo, aggiungo) i soggetti politici che si contendono il potere sono dei semplici cartelli elettorali non sorretti da un “pensiero forte”. Nessun partito lo ha, perché meno si connota come qualcosa “di parte” e più è vasto il pubblico a cui può parlare.

Pubblico, appunto. La veloce ascesa e l’altrettanto veloce caduta di Matteo Renzi è la dimostrazione pratica che non sono i partiti a perdere, ma il loro personale politico di facciata, ovvero i frontman che da quei partiti vengono proposti. Personaggi a cui segue uno slogan o (meglio, di questi tempi) una parola che funziona e che fidelizza (#rottamzione, #avanti, #adesso, #onestà, #primagliitaliani, #invasione #blablabla).

A questa estrema semplificazione si è arrivati gradualmente nel corso degli ultimi decenni. Qui in Italia il ventennio berlusconiano ha velocizzato in modo esponenziale questo processo. Berlusconi è stato il primo vero frontman, la faccia da cui è nato un partito. Il miliardario che promise “il nuovo miracolo italiano” ha aperto le danze del populismo sorretto dalle facce a cui si è opposto altro populismo (l’antiberlusconismo, la nascita di cartelli elettorali come “l’Italia dei Valori”, i girotondi, i popoli viola e – infine – il Movimento 5 Stelle) e altre facce.

La politica, tolte le ideologie e le idee, è diventata nel migliore dei casi “opinione”, nel peggiore “tifo”: una gara a chi stuzzica meglio la pancia di un popolino sempre più regredito, sempre meno incline al ragionamento, sempre più rabbioso e ignorante. Di Maio e Salvini oggi fanno esattamente ciò che ha fatto Berlusconi negli anni ‘90 (pur essendo figure oggettivamente meno strutturate dell’ex Cavaliere). Lo ha fatto anche Renzi, salito al potere con la vulgata del giovane che “rottama” i vecchi, prima di invecchiare subito per una sorta di legge del contrappasso. Alla televisione si sono poi affiancati i social network, dove tutti si sentono in diritto e dovere di esprimersi su tutto, dalle crisi internazionali all’ingegneria civile, dalla Costituzione Italiana ai vaccini. Si è creata un’illusione collettiva che ha coinvolto milioni di persone: abbiamo Google e quindi possiamo fare a meno del pediatra che ci spiega a cosa servono i vaccini, dell’ingegnere che ci spiega perché cade un ponte, degli avvocati, dei giornalisti “bugiardi” e, ovviamente, dei terribili politici, quelli che “affamano il popolo”.

Se tutto ciò che ho scritto sopra è vero, il Pd non è affatto morto, ma al Pd servono semplicemente nuovi frontman: figure che agli occhi del popolino possano sembrare “il nuovo”, che sappiano parlare alla pancia della maggioranza con slogan populisti e promesse irrealizzabili, che usino un linguaggio violento e che esaltino l’ignoranza per sembrare “persone normali”. Persone che, guidate da un’abile strategia di comunicazione, siano in grado di far ricadere le conseguenze di ciò che va male o scuote le persone (crisi economica, calamità naturali, disastri) sugli avversari politici. Un po’ come quando da piccoli giocavamo a palla avvelenata.

Nuovi frontman, possibilmente telegenici e fotogenici, che figurino bene sia in Tv che nelle dirette Facebook: così il Pd “risorgerà”.  In fondo, alla Casaleggio Associati, quando Beppe Grillo ha perso popolarità, è bastato un Di Maio qualsiasi e alla Lega è bastato un Salvini qualsiasi per far dimenticare vent’anni di Bossi. Ci tengo infine a dire che al sottoscritto questa politica delle facce senza idee fa assai schifo (anche se talvolta può risultare persino divertente da commentare), ma purtroppo non si può scindere il livello del governante da quello dei governati e oggi pare che la maggioranza dei governati sia composta da gente che fa cori da stadio e si scatta selfie durante dei funerali di Stato. Perché forse ad essere morta è la politica, quella con la “P” maiuscola, non questo o quel partito.

TAG: berlusconi, di maio, lega, Matteo Renzi, maurizio martina, movimento 5 stelle, partito democratico, salvini
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. evoque 2 anni fa

    Beh, però, quando Marattin, che certamente è fotogenico, parla di economia si capisce quel che dice perché conosce la materia; quando è la Castelli del M5s a parlare di economia, non ci si capisce niente perché lei stessa ha le idee (eufemismo) piuttosto confuse. Infatti, tempo fa, dopo la solita concione della pentastellata, uno che di economia certamente ne sa come Cottarelli le disse, apertis verbis: sa che non ho capito nulla? Insomma, c’è fotogenico e fotogenico…

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