ILVA: Di Maio meglio di Calenda ma…

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9 Settembre 2018

L’interminabile trattativa per la vendita dell’ILVA al colosso indiano della siderurgia ArcelorMittal si è finalmente conclusa con la firma dell’accordo sindacale di giovedì e ora è il momento di tirare le somme. Somme provvisorie, perché gli accordi sono parole vergate su un pezzo di carta, la cui applicazione dipende poi dagli effettivi rapporti di forza tra i contraenti, per cui ci vorranno come minimo alcuni mesi per provare a fare un bilancio sulla base di riscontri più concreti. Intanto però si tratta di capire chi ha vinto, chi ha perso e chi ha pareggiato, almeno sulla carta. I soggetti in campo sono almeno 4: ArcelorMIttal, lavoratori e sindacato, ambientalisti e tarantini e – ce la teniamo per ultima – la politica. Passiamoli in rassegna.

ArcelorMittal ha ottenuto quel che voleva – evitare che ILVA, che a dispetto della crisi è ancora uno dei maggiori produttori europei e tra i primi 100 nel mondo, finisse nelle mani della concorrenza. Ci è riuscita pagando un prezzo un po’ più alto di quello che aveva pattuito col governo precedente, ma evidentemente ha ritenuto che ne valesse la pena e poi i governi vanno e vengono, quindi c’è sempre la possibilità di recuperare.

Lavoratori e sindacato rispetto alla situazione di partenza hanno ottenuto miglioramenti sia sul piano occupazionale (10700 dentro subito invece di 10mila, nessun licenziamento ma solo esodi volontari incentivati, chi non rientra ora rientrerà nel 2023 dopo 5 anni di lavori di pubblica utilità o di cassa integrazione; a Genova dovrebbe essere confermato il vecchio Accordo di Programma che tutelava ulteriormente l’occupazione) sia su quello contrattuale (articolo 18, scatti d’anzianità e premio di produzione sono salvi).

I tarantini e gli ambientalisti vedono ridursi i tempi degli interventi di risanamento: la copertura dei parchi minerari dovrebbe concludersi entro l’inizio della prossima estate, per cui il problema delle nubi di polvere che si riversano sui quartieri adiacenti l’acciaieria nei cosiddetti wind days (con relativa chiusura delle scuole) dovrebbe essere risolto entro meno di un anno. Anche gli altri interventi dovrebbero essere terminati in anticipo rispetto al piano Calenda e inoltre potrà essere sforato il tetto dei 6 milioni  di tonnellate ma non il relativo limite fissato per le emissioni. Non è la chiusura che molti tarantini e anche molti elettori dei CinqueStelle avrebbero voluto e forse anche si aspettavano, ma è un accordo con impegni precisi su cui bisognerà vigilare, come del resto sull’applicazione dell’accordo sindacale e credo che dal loro punto di vista questo sarebbe l’approccio più efficace per una battaglia a difesa della salute della popolazione e della vivibilità di Taranto: monitorare passo passo l’avanzamento dei lavori e intervenire qualora gli impegni non vengano rispettati.

Infine c’è la politica e qui bisogna fare qualche distinzione. Il PD, renziano e non, ivi compreso il ‘fronte repubblicano’ dell’ex ministro Calenda, è riuscito a fare brutta figura con tutti. Con ArcelorMittal, che ha firmato un contratto col governo precedente scoprendo poi che Gentiloni e Calenda non erano in grandi di garantirgliene il rispetto da parte di tutti i soggetti coinvolti nella vicenda. Con ambientalisti e tarantini, che hanno visto lo stesso governo non solo tenere aperto lo stabilimento, ma persino dimostrarsi particolarmente flessibile con gli indiani sui tempi del risanamento. E infine coi lavoratori e i loro sindacati, che sono stati convocati al tavolo di trattativa e dopo un po’ hanno scoperto che in realtà ciò che stavano discutendo lì ArcelorMittal lo aveva già ottenuto da Calenda e che quindi la trattativa era finta, cosa che farebbe dare di matto anche al sindacalista più prono ai peggio compromessi. Col corollario di un Calenda che negli ultimi due mesi ha scatenato su Twitter la propria grafomania compulsiva per stigmatizzare un Di Maio incapace e alla fine è stato costretto a fargli i complimenti, salvo dare a intendere che però Di Maio su ILVA alla fine aveva ‘cambiato idea’ e fatto come diceva lui. E in questo modo l’ex ministro è riuscito a cadere dalla padella della brutta figura alla brace del ridicolo.

Fare peggio di così sarebbe stato troppo difficile e infatti Di Maio non c’è riuscito proprio a fare peggio, ma se invece di sparare sulla croce rossa giudichiamo i fatti con la lente del valore assoluto  il ‘successo’ di Di Maio sull’ILVA apparirà una magra consolazione. Certo l’attuale Ministro dello Sviluppo, a differenza di chi l’ha preceduto,  ha deluso solo chi voleva Taranto chiusa (e magari sostituita con una fabbrica 4.0 a cristalli liquidi con ingegneri in camice bianco al posto dei siderurgici con la tuta unta), ma di certo non l’acquirente né i lavoratori. Allo stesso tempo però il suo pur abile barcamenarsi in una situazione oggettivamente complicata, non è riuscito a dissimulare sotto le metafore hitchcockiane (delitto perfetto) e le frasi a effetto (il miglior accordo nelle peggiori condizioni) le contraddizioni del suo Movimento e del governo suo e di Salvini. Il primo e più evidente paradosso sta proprio nel fatto che da sempre il Movimento evoca se non rivendica esplicitamente la chiusura dell’ILVA e il superamento dell’acciaio a Taranto, ma ha finito per fare il contrario, attirandosi le prime contestazioni e addirittura l’accusa di avere celebrato il proprio ‘funerale politico’ (Valentina Petrini sul FattoQuotidiano060918). La seconda contraddizione, che riguarda in realtà l’intera compagine di governo, è che ci sarebbe da chiedersi come si coniuga la vendita della siderurgia italiana ad ArcelorMittal con la difesa della ‘sovranità economica’ e le invettive di un tempo contro le multinazionali. Di Maio ha scritto a proposito delle autostrade che ‘non possiamo mettere un’altra infrastruttura strategica in mani straniere, come hanno fatto in passato i partiti, ad esempio per le telecomunicazioni’. E la siderurgia? L’acciaio con cui verrà ricostruito il viadotto autostradale crollato a Genova è meno strategico del viadotto stesso? Le contraddizioni possono essere schivate, certo, ma prima o poi vanno affrontate e risolte.

TAG: Arcelor Mittal, Calenda, di maio, ilva
CAT: Partiti e politici

5 Commenti

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  1. glaucodaltri 2 anni fa

    Anche lei diffonde fake news. Il piano Calenda prevedeva 10.000 assunti Mittal + 1.500 dalle società per le attività esternalizzate di Taranto e Cornegliano.

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  2. gianmario-nava 2 anni fa

    E se, putacaso, Calenda avesse negoziato condizioni migliorabili in sede di trattativa sindacale in modo da lasciare spazio a tutti?
    Perchè è così che è andata, l’accordo col governo era un minimo che è stato superato, marginalmente ma migliorato, in sede sindacale, il Governo attuale non ha messo becco.
    Se vogliamo possiamo semre rivoltare tutto e dimostrare che una cosa vuol dire il contrario di quello che è, retroscenisti e commentatori politici lo fanno abitualmente. I fatti sono che nessuno stava a casa prima e nessuno sta a casa oggi, che i parchi erano in risanamento prima e lo sono ora, che le emissioni erano da verificare e controllare prima come lo sono ora. Non saranno i due anni di anticipo del piano ambientale che stravolgono l’accordo miliardario nella sua dimensione. Poi uno può raccontare più o meno bene la sua merce. Ma, per la miseria, parliamo sempre di come vengono raccontate le cose da uno o dall’altro. Di come siano nella loro materialità sembra che non interessi a nessuno.

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  3. marco-veruggio 2 anni fa

    Cari fans di Carlo Calenda, vi pregherei di notare che lo stesso Calenda ha riconosciuto che l’accordo firmato e approvato ieri dl 93% dei lavoratori è migliorativo del suo e gli ha rivolto ‘complimenti non formali’, come del resto ho scritto. Onde evitare di apparire più calendisti di Calenda.

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  4. gianmario-nava 2 anni fa

    Egregio Marco Veruggio , nessuno mette in discussione i “miglioramenti”, tanto meno dopo che Calenda, dimostrandosi un palmo superiore a tutti, ha riconosciuto i miglioramenti. Il fatto che lei mi metta nel cesto dei “fans” lo trovo sciatto e offensivo (il “fatto che…” non l’autore, è chiaro?). Come se le mie argometazioni fossero inficiate da un mio moto d’animo, una mia qualità personale, un mio modo d’essere o di pensare. E’ rilevante? Io posso commentare barba e occhialini (per non parlare dell’acconciatura dei capelli) della fotina e desumere qualcosa di squalificante per l’autore? Si rende conto o no del livello infimo delle discussioni in cui ci infiliamo se stiamo su queto piano? Per sua regola non sono fanatico di niente e di nessuno e forse non è neanche un merito o un fatto positivo. Apprezzo le persone oneste, chiare, dirette e capaci e anche quelle empatiche, amorevoli e altruiste, cerco di essere all’altezza delle mie preferenze. Detto questo, Calenda ha fatto un ottimo accordo, Di Maio (direi i sindacati) hanno aggiunto quel pochino che era possibile visto il moltissimo che era stato fatto. E’ un punto di vista che lei ha contrastato nel suo articolo
    secondo me con argomenti deboli se non fuorvianti. Da questo non ne desumo alcun giudizio o apprezzamento, valutazione o classificazione della sua persona.

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  5. marco-veruggio 2 anni fa

    Perché, che cosa ha la mia acconciatura che non va?

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