Fondi coesione, all’Italia 42mld ma dovrà spenderli meglio

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11 Ottobre 2016

La Commissione europea intende valutare la qualità e l’efficacia degli investimenti sulle politiche di coesione e non più solamente l’efficienza della spesa. La dichiarazione di Corina Cretu, commissaria Ue alle politiche regionali, appare tutto fuorché casuale. In apertura a Bruxelles della “Settimana delle città e delle regioni”, lunedì 10 ottobre, Cretu ha rimarcato come “molti miliardi sono stati assegnati all’Italia del Sud e ancora non ne vediamo i risultati”. E’ necessario, ha affermato la commissaria “un rafforzamento della capacità amministrativa” da parte dell’Italia.

“Dopo 30 anni di finanziamenti al Mezzoggiorno attraverso le politiche di coesione”, entra nel dettaglio Luigi Nigri, funzionario della Commissione europea che abbiamo incontrato questa mattina a Bruxelles. “Non ci si spiega come in queste aree il pil pro capite rimanga al di sotto del 75 per cento della media europea”. Evidentemente ci sono molte cose che non hanno funzionato. La Commissione ha quindi deciso di introdurre nuovi parametri nell’erogazione e nel controllo delle risorse previste dalla programmazione comunitaria per il periodo 2014-2020. Chi gestirà i fondi, Governo, Regioni e Province Autonome dovrà rendicontare il lavoro fatto esplicitando se i risultati attesi sono stati raggiunti o meno. “Al momento”, spiega Nigri, “i rapporti delle Regioni sono illeggibili da questo punto di vista. Sono il semplice elenco delle attività amministrative svolte, cose che si possono riassumere in un paio di pagine al massimo”, mentre la Commissione chiede di spostare l’attenzione sull’analisi dell’impatto che le singole misure hanno in un determinato ambito territoriale o di mercato.

L’Italia negli anni ha accresciuto molto la capacità di spesa delle dotazioni comunitaria, ma a lasciare interdetti funzionari e politici a Bruxelles è il perdurare di una situazione in cui a fronte di ingenti sforzi economici, le regioni più svantaggiate d’Italia non crescono.

Il nuovo periodo di programmazione nasce dunque con l’obiettivo di rafforzare efficienza ed efficacia della spesa e punta su alcuni assi: crescita economica, aumento della ricchezza delle persone e di competitività per le imprese, aumento dei posti di lavoro, riduzione dell’inquinamento, riduzione dei tempi di accesso ai servizi. Su un plafond complessivo di 637 miliardi di euro, per l’Italia ce ne sono a disposizione 42 nel settennato 2014-2020 a cui si aggiungeranno i cofinanziamenti statali e regionali. “Bisogna utilizzare questi fondi per migliorare la qualità della vita delle persone e incrementare la competitività delle imprese”, taglia corto Nigri. Anche perché i ritardi nell’attuazione dei programmi comunitari hanno un impatto negativo diretto sulla vita delle persone. Nigri, pugliese, fa il tragico esempio dell’incidente ferroviario di Andria del 12 luglio in cui morirono 23 persone. “Nel programma 2007-2013 c’era un progetto per mettere in sicurezza quella linea e purtroppo è stato accantonato e riproposto con la nuova programmazione”. Se questo è l’esempio più drammatico, non mancano molti altri casi in cui, pur avendo investito fondi consistenti, i tassi di occupazione non crescono.

Il video dell’intervista a Luigi Nigri, funzionario della Commissione europea

Per quanto riguarda il periodo in corso, molti fondi saranno destinati alle regioni del centro nord nel tentativo di invertire la tendenza alla deindustrializzazione. “Il sistema produttivo del centro nord”, spiega Nigri, “ha cominciato a scricchiolare all’inizio degli anni 2000, soprattutto in termini di competitività. La crisi altro non ha fatto che accelerare i problemi strutturali che già si erano manifestati. I fondi strutturali puntano molto sulla relazione tra ricerca e impresa per fare principalmente due cose: offrire alle imprese il sostegno scientifico utile a risolvere problemi legati alla produzione e, soprattutto aiutarle a creare prodotti ad alto valore aggiunto e con un alto tasso di innovazione. Questa è la strada scelta dall’Europa per rispondere alla concorrenza dei paesi in cui il costo del lavoro è nettamente inferiore”. Le risorse della coesione possono essere utilizzate con il finanziamento diretto oppure attraverso il credito d’imposta. “Le Regioni ricorrono poco a queesta formula che ha però un effetto moltiplicatore eccezionale”, afferma il funzionario. “Molte amministrazioni preferiscono per esempio acquistare direttamente 5, 10, 15 autobus per rinnovare il parco mezzi, quando con il credito di imposta potrebbero acquistarne dieci volte tanti. Certo questo significa mettere insieme diversi progetti di più amministrazioni, ma ha come effetto economie di scala non da poco”.

Tuttavia, se lo scopo principale dei fondi europei è rimettere in moto l’economia continentale, in Italia rischiano di restare impantanati nella palude amministrativa. Nel tentativo di ridurre la complessità burocratica e i tempi di erogazione delle risorse, la Commissione ha spostato sui paesi membri le procedure di convalida dei programmi. Si chiamano procedure di “designazione” e consistono nella gestione, nella certificazione e nel controllo dei progetti. A Bruxelles rimane il compito di erogare i rimborsi. Però, se i paesi non chiudono le attività di designazione per ciascun programma, i soggetti gestori – Governo, Regioni e Province autonome nel caso italiano, non potranno presentare la documentazione per ottenere i fondi previsti. “Le Regioni devono fare i bandi e possono cominciare a spendere i soldi”, ricorda Nigri, “ma finché la designazione non è completa stanno erogando fondi propri, non risorse comunitarie”. L’Italia ha 30 programmi approvati e fino ad oggi ha chiuso 0 procedure. Al contrario, la Polonia, su 21 programmi finanziati, ha già chiuso 20 procedure, il Portogallo 7 su 10 e la Gran Bretagna 4 su 6. La delega sulla designazione ai Paesi, spiega ancora Nigri, “doveva portare semplificazione, in Itlaia ha comportato complicazione”. Non da ultimo perché a supporto dei programmi deve essere allestito un sistema informatico capace di restituire in tempo reale lo stato di ciascun progetto. Non si sa se per campanilismo, disorganizzazione o quella tendenza all’anarchia che distingue gli italiani, fatto sta che “ogni Regione sta lavorando per allestire un proprio software”.

Se non si chiudono le procedure di designazione il rischio vero è la perdita di una parte dei fondi. “I fondi di coesione non sono più spendibili come una volta, magari utilizzandoli negli ultimi due anni di valenza del programma. Ci sono delle quote annuale ed è stato introdotto il principio del disimpegno automatico, per cui se la quota parte del programma non viene utilizzata entro il periodo previsto, il programma stesso sarà decurtato della somma corrispondente. Oltre a perdere questi finanziamenti il Paese perderebbe anche le risorse aggiuntive previste com e premio per la performance ed eventuali bonus”.

Nonostante una lettera di richiamo inviata la scorsa estate dalla Commissione al governo italiano, alla seconda settimana di ottobre nessuno dei 30 programmi italiani ha le carte in regola per ottenere i rimborsi dalla Commissione europea. Anche a questo aspetto si riferiva la Commissaria Cretu nel suo ammonimento verso il nostro Paese.

TAG: coesione, commissione europea, cretu, fondi comunitari, nigri, regioni
CAT: Politiche comunitarie

Un commento

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  1. vincesko 4 anni fa

    (1) 42 mld x 2 in 7 anni (12 all’anno in media) sono drammaticamente insufficienti. Per dare un termine di paragone, secondo stime non ufficiali i trasferimenti lordi alla Germania Est sarebbero ammontati per il periodo 1991-2003 a 1.250-1500 miliardi di euro, equivalenti a una media di 96-115 miliardi annui) (pag. 486). http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/collana-seminari-convegni/2009-0002/2_volume_mezzogiorno.pdf. (2) L’impostazione dei fondi strutturali europei è basata su una triangolazione: lo Stato italiano versa il suo contributo annuo all’UE, la quale ne retrocede meno della metà alle Regioni. (3) L’assetto regionale, in particolare al Sud, è elefantiaco, inefficiente, in parte corrotto. Occorrerebbe o ridurre il numero delle Regioni (al massimo a 3) o (vedi proposta Rapporto SVIMEZ 2010 di una Macroregione) centralizzare la gestione dei Fondi, ritornando ad un piano del Mezzogiorno e ad una Agenzia destinata a dirigere e a gestire progetti strategici: acque, rifiuti, difesa del suolo, infrastrutture strategiche.

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