Le convinzioni personali dipendono dalle legittimazioni esterne

14 Agosto 2020

Per millenni gli operatori delle ideologie (filosofi, teologi, letterati, politici e simili) hanno cercato di persuadere le persone che esse erano libere di costruire pensieri e convinzioni. Ed hanno avuto gioco facile, perché il senso dell’Identità personale è così intrinseco in ognuno che ne fa, consapevolmente o no, un uso quotidiano, da non suscitare dubbi sul fatto che come Io mi sento io, così i miei pensieri, riflessioni, convinzioni sono tutti creati da me, in piena libertà e soprattutto capacità cognitiva. Anche se qualche problema lo pongono emozioni, sentimenti, comportamenti improvvisi o compulsivi. Ma qui, a prescindere dalle incertezze, si è fatto ricorso, come spiegazioni nei secoli, a intenzioni demoniache, flussi esoterici, pulsioni fisiche ed esperienze personali. Anche se a questo proposito, ancora oggi, sia pure con notevoli sviluppi delle ricerche neurofisiologiche, abbiamo idee incomplete ed anzi confuse.

Ora Marx ed Engels incominciarono, nella costruzione “forte” di un ideologia della Lotta di classe, a criticare questa soggettività pretesa come oggettiva, in quanto prodotto dalla falsa coscienza dell’appartenenza di classe. Poi, o contemporaneamente, nuovi protagonisti del sapere: e cioè i sociologi, attaccarono le concezioni individualistiche e fecero risaltare con forza l’assoluta preminenza dell’aggregazione sociale e quasi l’irrilevanza dei vissuti psicologici, considerati come residui delle dinamiche collettive. Tanto è vero che ancora oggi i confini tra sociologia e psicologia sono piuttosto vaghi. Poi è venuto Freud che con il suo inconscio,”l’interno paese straniero”come poeticamente l’ha definito, a porre in serio dubbio tutti quei presupposti psicologici relativi alla volontà dell’agire e alla libertà del pensiero che ben concatenati al nostro senso di Identità, ci davano la salda certezza di essere padroni in casa nostra. Ma ad onta del marxismo, della sociologia, della psicoanalisi e di primi, sia pure confusi vagiti della neurofisiologia, ognuno di noi è ben saldo nel ritenersi libero di pensare, di decidere, di scegliere. Un po’ di meno per quanto riguarda emozioni, sentimenti e azioni compulsive e inaspettate. Ma non infieriamo su questo ultimo argomento.

Però c’è un problema e non è di poco conto: abbiamo continuamente bisogno della legittimazione sociale per consolidare le nostre convinzioni. Anche chi si crede un “uomo libero”, se si attarda ad esaminare la genesi e l’attuale status delle proprie convinzioni, vi può trovare i vari addentellati e contenuti che hanno saldato i suoi tratti caratteriali con ideologie sociali, anche le più marginali, o non più attuali, o in contrapposizione con quelle dominanti.

Perché non fare questo giochetto: per esempio chi è saldamente antifascista potrebbe, come un attore sul palcoscenico, cercare, vincendo la propria forte ritrosia, di diventare per un attimo fascista, condividerne i valori, i comportamenti, la storia. Capirebbe meglio la sottigliezza dei propri meccanismi psicologici e delle proprie dipendenze sociali.

Ovviamente questo giochetto è adatto a qualsiasi ideologia. E non dovete avere nessun timore: non è che un fiero antifascista rischi di iscriversi poi a Forza Nuova o un eroico fascista vada in prima fila nei cortei dell’Anpi.

Abbiamo dentro di noi una severa funzione normativa, il cosiddetto Super-Io, erede e ripetitore delle ingiunzioni genitoriali che subito ripristinerebbe lo status quo. Ora il problema della legittimazione sociale si sviluppa nella continua e selettiva adesione di quei valori collettivi che maggiormente si adeguano alla nostra scelta di campo e sono costantemente presenti nelle svariate comunicazioni sociali alle quali siamo sottoposti. Ben lo sanno politici, pubblicitari, letterati, teologi e simili.

Ma il vero meccanismo di base della necessità della legittimazione sociale delle proprie idee si basa sul fatto che tramite tale legittimazione noi ci sentiamo come appartenenti, realmente o fantasticamente, ad una aggregazione, un movimento, una squadra, un’istituzione. Cioè non possiamo non cercare una “buona compagnia” che ci gratifichi, ci protegga, non ci faccia sentire bambini soli e abbandonati.

Quando questa operazione fallisce o è incompleta, allora la via della “solitudine” può diventare sofferente ed anche drammatica.

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CAT: Psicologia

Un commento

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  1. alidaairaghi 1 mese fa

    Articolo molto interessante. Ci illudiamo di essere completamente autonomi, indipendenti e responsabili nel nostro agire quotidiano, e invece siamo condizionati da mille fattori interni ed esterni: genetici, psicologici, ambientali, culturali. Forse è il caso di mettere in discussione anche il concetto di libero arbitrio.

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