Se il patriarca di Costantinopoli si dispatriarchisizzasse…

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29 Novembre 2023

…vi dispatriarchisizzereste voi?

È la questione su chi è più patriarca di chi, oggi. Tutto è stato buttato sul patriarcato, identificato in comportamenti maschilisti, per i quali si arrivano a uccidere le donne. I femminicidi sono delitti che dovrebbero far vergognare gli uomini di essere maschi, solo per il fatto di esserlo.

E qui viene sventagliata la vicenda del patriarcato, un po’ da tutti a dire il vero, senza sapere che cosa significhi nella profondità e come sia la nostra società odierna, quella in cui viviamo, almeno in Europa.

Diciamolo una volta per tutte. Il patriarcato era quella forma di società che sì, esisteva anche in Europa, ma che si è completamente smantellata nella società contemporanea.

Il patriarcato prevedeva l’assoluta potestà del padre su tutti, moglie e figli. Soprattutto figli maschi, che dovevano continuare la stirpe, portando il cognome all’infinito nel futuro. Le femmine erano considerate secondarie. Infatti spesso le coppie che producevano figlie femmine non si arrestavano finché non arrivava il maschio, garanzia di continuità. Non solo, l’eredità era quasi sempre indirizzata al maschio o ai maschi, le femmine, se andava bene, ereditavano i cocci. Certo, se erano solo femmine, ereditavano tutto, ma se c’erano fratelli di mezzo erano penalizzate. E non è una cosa di sinistra o di destra o di sotto o di sopra, è un’attitudine trasversale, derivante in massima parte da un’antica cultura permeata di dogmi religiosi.

Giorgio Parisi, premio Nobel, dice che Ipazia di Alessandria fu vittima del patriarcato, perché massacrata dai cristiani fondamentalisti (e chi non era fondamentalista all’epoca?), i quali non potevano sopportare l’idea di una donna, per di più scienziata, che insegnasse loro la verità. Dopodiché Parisi afferma che siamo ancora nel patriarcato. Io gli ricorderei che oggi le astronome come Margherita Hack hanno insegnato e prodotto ricerche pubblicamente e che quindi proprio di patriarcato, oggigiorno, almeno in Europa, è come parlare di un fossile.

Oggi, tutto questo, appunto, non c’è più e donne e uomini vivono una parità giuridica veramente giusta. Certo, poi ci possono essere discriminazioni a livello lavorativo ma ci sono anche le armi giuridiche per denunciare, per chi volesse farlo, e per ottenere ragione. Non bisognerebbe essere costretti ad arrivare alla denuncia, questo è certo, però rispetto a tempi bui in cui le donne, e anche gli uomini, erano trattati come schiavi ormai è passato remoto.

Non lo è coi nuovi schiavi, quelli che vengono da lontano, coi quali spesso padroni e padrone fanno veramente i negrieri. Mi riferisco, naturalmente, a chi paga quattro baiocchi i negri che raccolgono la frutta o i pomodori, solo per fare un esempio, siano essi maschi o femmine. Ma questo esula dal patriarcato, perché si chiama mafia. E certamente la mafia ha una struttura assolutamente patriarcale, quella sì, e, d’atro canto è completamente al di fuori della legge. Ma la società moderna è dispatriarchisizzata, rassicuratevi.

Gli omicidi di donne di cui si sente parlare frequentemente e per cui è stato coniato il termine femminicidio, purtroppo, sono dovuti a situazioni familiari assolutamente fuori controllo, soprattutto in ambienti dove l’educazione rispecchia la regola religiosa fondamentalista di culture lontane dalle nostre. Vedi il caso delle ragazze pakistane uccise dai familiari stessi per aver disobbedito. Quello sì è patriarcato.

Un nostro collaboratore domestico, messo in regola e aiutato fin da quando si presentò in Italia, si sposò con una ragazza giovanissima del suo paese, il Myanmar, solo perché lei era stata promessa a lui, senza che lei realmente lo volesse. Lei, molto intelligente e pronta, che nel suo soggiorno italiano ha imparato bene la nostra lingua, assai più di lui che invece è un po’ turduni, come si dice da noi per una persona non tanto brillante, era stata corteggiata da un medico, nel suo paese. Ma la famiglia, patriarcale, ha imposto il turduni. Il turduni la mette continuamente incinta perché aspetta il figlio maschio, che regolarmente non arriva, dopo tre figlie femmine, deludendo le aspettative. Il turduni non si rende conto che per mantenere la sempre più numerosa famiglia al femminile, in Italia, occorrerà un signor stipendio che, con quel poco che sa fare lui, sarà difficile ottenere. Ovviamente la moglie deve stare in casa e non far altro che pensare alle figlie, cucire e cucinare. Il principio di realtà prima o poi risveglierà il turduni, speriamo senza tragiche conseguenze, ma sembra una persona mite. Ecco, questa è mentalità patriarcale al 100%.

Torniamo al Bel Paese. I nostri femminicidi, quelli italici, sono soprattutto opera di uomini irrisolti, immaturi, che non sopportano rifiuti. Però non è un comportamento unicamente legato al patriarcato, come si vuol far credere. Quelli, magari, oltre la moglie, ucciderebbero anche il vicino di casa perché credono che invada il loro giardino colle sue piante ricadenti o perché il suo gatto salta la recinzione.

Chi uccide le fidanzate, le mogli, le amanti per gelosia, lo fa anche per altri motivi che non siano il patriarcato tanto riportato in auge. Sono uomini che non sono abituati a gestire il rifiuto, i quali, spesso, come si legge nella cronaca nera, dopo aver fatto la moglie a fette si uccidono loro stessi. E un figlio del patriarcato queste cose non le farebbe mai perché il maschio è sempre e comunque nel giusto e quindi ha fatto più che bene a uccidere la donna che rifiutava di obbedire agli ordini. Se si uccide, o tenta di uccidersi, il patriarcato non c’entra proprio. Com’è successo invece, per l’appunto, nei casi di quelle povere ragazze orientali uccise dai familiari, complici pure le madri di quell’orrore. Squilibrati gli uni e gli altri, solo che se i maschi si uccidono dopo aver ucciso si delinea un altro quadro patologico.

Il volersi concentrare esclusivamente su una cultura patriarcale significa non aver capito nulla della nostra (occidentale) società contemporanea né dei disagi che la pervadono.

Le donne, per lo più, si sentono poco al sicuro, e ne hanno, spesso, anche ragione. Si sentono abbandonate anche perché se denunciano il loro uomo che le minaccia, i carabinieri o la polizia, corpi ormai formati da uomini e donne, non le proteggono dallo squilibrato in questione che sì, può avere un ammonimento, ma poi circola liberamente e segue le malcapitate per vendicarsi di qualcosa che sta nel labirinto delle sue meningi. A volte sono anche questioni legate a soldi o a potere, non c’è sempre e solo il rifiuto sessuale. E, puntualmente, le uccide. Bella protezione, va detto. Anche questo fa parte della superficialità con cui tutto ormai viene trattato e non compreso. Ogni caso è a sé stante, è sbagliato generalizzare.

Dire questa eresia, ad ogni modo, soprattutto in momenti in cui avvengono femminicidi efferati come quello di Giulia, equivale a essere considerati maschilisti e patriarcali. E pure fascisti.

Una delle tante spiegazioni è che le nostre società sono fobiche, di qualsiasi cosa e, fra queste, una delle più fobiche d’Occidente è quella degli Stati Uniti d’America, paese in cui grazie alle armi vendute liberamente, uomini e donne si sforacchiano vicendevolmente per i motivi più vari. Oltre naturalmente a un disordine sociale composito e molto confuso. Altro che patriarcato, lì vige un perenne stato di guerra col prossimo, basta inquadrare un nemico, qualsiasi esso sia.

La maggioranza dei femminicidi che avvengono nel nostro paese, che poi si possono associare a quelli che avvengono più o meno in altre parti d’Europa ma dei quali si parla poco perché l’attenzione dev’essere puntata unicamente sul nostro Paese, è dovuta a squilibri mentali di individui totalmente irrisolti, non necessariamente patriarcali. Sono persone sole che hanno paura della solitudine e del rifiuto, per ragioni che si possono individuare nella società dei consumi, soprattutto, dove chi non ha, chi non possiede qualcosa, siano persone od oggetti, non è nessuno. Oltre, naturalmente, e vale per i soggetti più giovani, alla mancanza di un’educazione del “no”, ossia che non tutto è abbordabile, non tutto può essere concesso, non tutto è permesso senza se e senza ma, e, soprattutto, che, se la vita ti porta a confrontarti con un insuccesso, bisogna fermarsi, riflettere e capire il perché. Una volta capito si deve riuscire a superare il trauma per risolvere il problema.

Il non voler vedere questo è una forma di cecità perché significa non accettare la complessità della realtà, riducendo tutto all’ormai tramontato patriarcato, almeno per quanto riguarda la società italiana, europea e di derivazione europea. Le altre società, come quelle orientali o africane, sono un capitolo a parte, come abbiamo visto, in quanto seguono altre scale di valori.

E come s’infuriano le donne che invece sono convinte che il nocciolo della questione stia solo nel patriarcato. S’infuriano perché, accecate dalla rabbia verso il maschio, non vogliono vedere altro, perché è più semplice trovare un nemico visibile, ben definito da caratteristiche inequivocabili e storicizzate e quindi facilmente identificabili. In questa maniera si perde di vista il nemico invisibile che è il più pericoloso. Il nemico invisibile, che poi è lo stupratore o il branco di stupratori o gli assassini seriali, cioè quelli che si possono incontrare casualmente ovunque, in un locale d’incontri, su un sito virtuale, per strada, va gestito diversamente, e non necessariamente coloro sono tutti di stampo patriarcale. Sono squilibrati, sono delinquenti, sono odiatori di professione, sono uomini arrabbiati colla vita, sono persone che conoscono solamente la violenza e, naturalmente, come il lupo e l’agnello, se la prendono con chiunque sia più debole di loro.

La reazione omicida dei fratelli Bianchi di Velletri, ormai condannati all’ergastolo, che uccisero di botte il povero Willy Monteiro Duarte, equivale al femminicidio o allo stupro nel parco. Sono deliri di onnipotenza, sono rabbie e violenze coltivate e concimate all’interno di psichi fragili e malate. Psichi fragili alle quali sono stati forniti corpi atletici e potenti, armi di distruzione.

Poi, non vorrei essere divorato vivo se dicessi che ci sono anche delle donne che ricercano questa figura di maschio dominante, a cui si sottopongono servilmente. I rapporti sadomasochistici esistono da entrambe le parti. Ci sono donne, ugualmente irrisolte, che cercano l’uomo che le corca di botte e ne sono contente perché credono che questo significhi che il loro uomo voglia loro bene. E con queste come la mettiamo? Sono tutte vittime del patriarcato? Eppure esistono e se si parlasse con qualche assistente sociale o psicanalista se ne sentirebbero delle belle al proposito. Inoltre è in crescita il fenomeno del tema delle ragazzine consenzienti maltrattate dall’uomo forte nelle canzoni partenopee, non quelle dei festival ma quelle diffuse, in maniera meno evidente, via tiktok o fb. Accade anche questo.

Il nostro sistema è complesso, accidenti, vogliamo mettercelo in testa una volta per tutte? Non è 2+2=4, non funziona così, le variabili sono tante e per capire la realtà bisogna avere un quadro più chiaro.

Io sono tutto fuorché un patriarcalista, me ne guardo bene. Ho molte amiche con cui vado molto d’accordo, di tutte le età. Alcune le ho anche aiutate a venir fuori da situazioni familiari in cui erano succubi dei loro mariti. In alcuni casi i mariti erano fin troppo convinti di essere loro i padroni di tutto ma è bastata la presa di coscienza della moglie per far cadere il castello di carte, non facile all’inizio perché la moglie si sentiva debole e non apprezzata per quello che era e aveva paura. Ma poi, con un po’ di coraggio, l’indipendenza è stata conquistata. Lì, in effetti, c’era una mentalità assai prussiana, vista l’origine della coppia, d’impronta patriarcale, ma in altri casi era semplicemente una forma di egoismo ed egocentrismo da parte di maschi squilibrati.

Ora, che io da maschio mi debba sentire in colpa come dice la sorella di Giulia, francamente le dico di guardarsi in casa sua e dire a suo padre, per esempio, di quanto si dovrebbe vergognare, in quanto maschio, che una sua figlia sia morta, e basta. Perché questo ha detto la sorella Elena, tutti i maschi si devono vergognare. Io non mi vergogno per niente di ciò che sono e anzi ne vado fiero, non ho nulla di cui vergognarmi se non di far parte d’una comunità dove le cose non vengono ragionate e si seguono le rabbie e le mode del momento. E come me c’è un’enorme maggioranza di maschi perbene, nel nostro Paese, così come ci sono donne perbene e donne vampire, di cui non si parla mai perché le donne devono essere sempre tutte sante e senza colpe. No, anche le donne sono delle stronze, spesso e volentieri. Si può dire questa verità oppure è antifemminismo? Vi sentite rappresentate veramente dalle donne di questo governo, donne italiane? Io no.

La malattia del presente (una delle tante), iniziata qualche decennio fa, e, comunque, tutta moderna è quella dell’incasellamento in categorie. Che poi, guardando bene come quest’incasellamento viene sviluppato, ci si accorge di quanto sia autoreferenziale. Vengo e mi spiego.

Tu non credi al riscaldamento globale? Sei un negazionista. Sei nato tra il 1947 e il 1964? Sei un boomer. Sei nato adesso? Sei della Generazione Y. Sei un maschio? Sei un patriarcalista. E così via.

Negli anni Sessanta, i gloriosi anni della nostra vita, a uno che aveva superato i quarant’anni si dava del “matusa”, contrazione slang di Matusalemme, noto personaggio che visse ben 969 anni, perbacco. Gentile iperbole per dire che a quarant’anni si era vecchi decrepiti come la buonanima. Marina Ripa di Meana, ex Lante Della Rovere, anticonformista chic (o almeno lei credeva di esserlo), non si spaventò che avrebbe avuto una seconda età matusalemmica scrivendo “I miei primi quarant’anni”. Era il 1984, quindici anni dopo la fine dei matusa dei Sessanta, ormai archiviati.

La necessità dell’incasellamento in qualcosa serve a dare un ordine a qualcosa che un ordine non ce l’ha. Per esempio, Dante, Petrarca e Boccaccio, così come più tardi Foscolo, Leopardi e Manzoni, o Carducci, Pascoli e D’Annunzio e così via, mai avrebbero immaginato di essere accomunati nelle celebri triadi della letteratura italiana che s’insegna a scuola. Perché è più comodo incasellare, ordinare, occupare uno spazio in un archivio. Fa gioco a chi deve spiegare il mondo agli altri o spiegarselo da sé.

Oggi, chi compie i femminicidi dev’essere per forza patriarcalista. Amen. Non ci sono vie d’uscita. Io mi sono veramente rotto gli zibidei di questa superficialità, perché, esattamente come la febbre gretesca per il riscaldamento globale senza approfondimenti seri, o la cultura della cancellazione o i mille modi in cui si esprime l’irrazionalità oggi, manca totalmente un approccio ragionevole a ciò che avviene intorno a noi. Tutto è centralizzato secondo il punto di vista mainstream e si pretenderebbe universalizzarlo. O meglio, secondo un punto di vista assai anglosassone, più usoniano che britannico, perché gli USA credono (ancora) di essere il centro del mondo.

Ovviamente, siccome l’Europa ha subito inevitabilmente l’influenza usoniana dal dopoguerra (l’antidiluviana Seconda Guerra Mondiale, ormai superata dalla Terza diffusa per il mondo), ha anche assorbito questa mentalità incasellatrice alla moda, così come sta assorbendo la cultura della cancellazione (per fortuna un po’ più criticamente) e altre aberrazioni d’oltremare.

Io dico veramente basta a tutto questo e auspico un ritorno alla razionalità. Ovviamente, per cercare di riportare le cose a un livello di ragionamento autentico ci vorrebbe un apporto di pensiero da chi il pensiero dovrebbe essere abituato a esprimerlo, ossia gli artisti, gli intellettuali, gli scrittori, i musicisti. Non restare chiuso qui, pensiero. Cercate di sbrigarvi, cari autori, perché qui la deriva superficialista è quasi peggio dell’Ignoranza Artificiale. Dispatriarchisizzatevi.

Mi consola che perfino Erri De Luca, lontano dalle destre come lo sono io, la pensi in maniera affine alla mia. Almeno non sono solo come una particella di sodio nell’acqua Lete, in quest’oceano di oblio della ragione.

 

 

 

 

TAG: femminicidio, femminismo, mafie, ndrangheta, Patriarcato, psicopatologie
CAT: Questioni di genere, società

2 Commenti

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  1. andrea-lenzi 3 mesi fa

    L’articolo complica un affare semplice in modo verboso, inserendo anche qualche bufala, come la cultura della cancellazione, invenzione dei conservatori USA al pari del “wokismo”, usata per svilire argomentazioni scomode e, dove possibile, girare la frittata giocando alle vittime.
    Esempio emblematico, tanto qui, quanto negli USA è la narrazione distorta dei conservatori che si lamentano della lesione della loro libertà di parola quando gli si impedisce di discriminare i gay.
    Il maschilismo esiste ed ha mille ramificazioni, tra le quali, ad esempio, il patriarcato nelle famiglie monoreddito con donna madre disoccupata:
    non sarà giuridicamente corretta come definizione, ma la sostanza è la stessa, poiché l’uomo ha di fatto potere sulla donna.

    Il vero punto, però, è il maschilismo, che, per essere eliminato, richiede la sensibilizzazione della società civile, che comincia a scuola e richiede costanza e pubblicità, perché l’essere umano è generalmente pigro e pecorone. Chiarito che occorra stigmatizzare il maschilismo in ogni sede e continuamente, chiamare in causa il patriarcato non solamente non duole, ma fa ricordare che la società era proprio così, e che era così principalmente per il maschilismo diffuso dalla superstizione cattolica, che è ancora il vettore principale di maschilismo ed omofobia in occidente.
    Quindi ben venga citare il patriarcato ed anche Ipazia e le mille dopo di lei, uccise dai cristiani, che non hanno mai smesso di declinare il maschilismo in ogni sua sfaccettatura, come dimostra il parlamento italiano che ieri impediva alle donne di fare il magistrato, che considerava lo stupro un reato contro la morale (e non contro la persona!), ed il delitto d’onore meno grave di un delitto “normale” se la vititma era una donna rea di aver infangato l’onore del padre, fratello, marito.
    Oggi il Parlamento permette ancora che l’obiezione di coscienza prosperi nella sanità pubblica, raggiungendo inaccettabili picchi del 100%, (e quando il San Camillo fu costretto a fare un concorso per NON obiettori, la CEI protestò per la discriminazione fatta verso gli obiettori, girando la famosa frittata).
    Ancora oggi il Parlamento impedisce ad una donna con tumore all’utero di avere figli attraverso la gestazione per altri.
    A valle di tutto posso darle ragione solamente sul fatto che il patriarcato non vada citato, solamente perché per prima andrebbe chiamata in causa la superstizione religiosa, vera fonte e potente vettore di inciviltà

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  2. massimo-crispi 3 mesi fa

    Io in questo articolo che le appare verboso stavo criticando unicamente la riduzione di tutto, soprattutto riguardo i femminicidi, a un patriarcato tout court, senza che si ragioni su altre cause, proprio perché è un facile incasellamento del problema mentre non esamina né risolve niente.
    Poi, relativamente ad altri aspetti, è chiaro che ci sia molta strada da fare, ma, rispetto solamente a pochi anni fa, sono stati fatti passi da gigante. Però non è utilizzando il fantoccio del patriarcato remoto famoso che si risolvono i problemi, soprattutto il femminicidio, che ha molte altre cause, almeno nella nostra società. Ostinarsi a vedere solo quello è cecità e superficialità.
    Chiaramente il nostro Paese è arretrato rispetto ad altri, su molti temi, soprattutto riguardo ai diritti civili, e ne ho parlato abbondantemente in molti altri dei miei interventi.
    Qui analizzavo solo quello che ho scritto più sopra. E, come ho sempre scritto, il problema di tutto sta nella religione

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