Il Teatro è Stato? Scisma, politica e interventismo d’autunno

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18 Ottobre 2015

Torno a Roma, dopo appena dodici giorni, e la trovo senza Sindaco e senza Giunta, ma con una squadra di sceriffi-commissari, tipo magnifici sette, pronti a scendere in campo.

Torno a Roma e trovo una serie di proposte teatrali interessanti, a partire dalle tante piccole cose dislocate in vari teatri e teatrini della città per arrivare alla 24ore di Jan Fabre per il Romaeuropa Festival, quel Mount Olympus affollatissimo fino a notte fonda (una scena nella foto di copertina di Piero Tauro). Lo spettacolo è iniziato alle 19; alle 2 di notte, quando sono uscito era ancora pieno di pubblico plaudente pronto a dormire dentro il teatro Argentina (io non ci dormo, torno in mattinata, ma di questo parleremo più avanti).

Ecco allora la questione aperta, la dicotomia dell’assurdo: la Roma politicona e arraffona è allo sbando; l’altra, quella del teatro, impoverita e tagliata da tutte le parti, nonostante tutto continua. C’è da gioirne? No, e spiego perché.

Dobbiamo rimboccarci le maniche: si preannuncia un autunno molto caldo. Perché se pure i teatranti vanno ancora in scena, non lo fanno con leggerezza o entusiasmo.

Di fatto, il settore è stato messo (ulteriormente) in grave crisi da una riforma, voluta dal Mibact del ministro Dario Franceschini, partita con le migliori intenzioni e naufragata in mille contraddizioni. Dunque, se pure lo show goes on, i protagonisti di questo “ex-rutilante” mondo sono stanchi, e pure un po’ incazzati. Ecco, allora, che nell’arco di una settimana sono previsti due incontri-manifestazioni: la prima domani, lunedì, al teatro Vascello, a partire dalle 10,30 con il titolo significativo di 2025, guardando oltre, organizzato da Natalia Di Iorio per Le vie dei Festival. La seconda, al Teatro Quirino, lunedì prossimo dalle 11 (si badi: il lunedì è giorno di riposo per i teatri, dunque si scelgono questi giorni per consentire la maggior partecipazione possibile).

Qual è il clima? Sembra di fermento e sconforto, rabbia e desolazione. Sospeso tra generosi tentativi di rilancio e (auspicabili) prese di posizioni, tra ricorsi al Tar – rispetto alle decisioni prese in sede ministeriale – e commenti feroci, tra entusiasmo preventivo e faticosa sopravvivenza. Quel che è più grave è che comincia a serpeggiare una vera disperazione tra gli addetti ai lavori, soprattutto giovani, ormai vessati ovunque e disincantati a tutto. Allora, come mangiando e bevendo a un funerale, si fa finta che si possa andare avanti ancora un po’: nuove stagioni, debutti, festival. Eventi strombazzati e progetti raffinati sembrano voler essere il velo pietoso che copre il “cadavere insepolto” di cui parlava Nicola Chiaromonte. Dobbiamo parlar franco: così non si va avanti.

Questo clima da Titanic ha spinto un regista di calibro di Massimiliano Civica, affiancato dal critico Attilio Scarpellini, a diffondere un vero “manifesto” durante un incontro al Festival Contemporanea di Prato appena concluso (si trova qui). La pratica del Manifesto, passata purtroppo di moda, ha segnato tante avanguardie artistiche: erano documenti di dichiarazione poetica, sociale, di movimentismo politico e culturale.

Provo a riassumere, grossolanamente (mi perdonino gli autori), l’articolato scritto presentato a Prato. L’assunto da cui muovono Civica e Scarpellini è fortissimo: «Oggi a teatro “facciamo finta” che le nostre azioni abbiano uno scopo ed una possibilità di presa sulla realtà, ma il nostro agire è palesemente senza senso, e i nostri comportamenti sono compulsivi e stereotipati…  Oggi ognuno si barrica nella propria fortezza vuota, sperando che passi la tempesta che c’è fuori». Il ragionamento del Manifesto prosegue in modo estremamente calzante e strutturato nel valutare la situazione attuale con particolare attenzione proprio alla riforma in atto: «da parte del Ministero, un’indicazione chiara: il teatro deve diventare un’azienda in espansione, che assume nuovo personale, offre “prodotti” di largo consumo e aumenta le giornate lavorative». E dopo un’ulteriore disamina delle palesi contraddizioni del sistema, si arriva a una prima conclusione: «Nella realtà abbiamo due possibilità: non accettare che il teatro perda la sua funzione e, con o senza finanziamento ministeriale, lottare per un teatro che abbia l’ambizione di svolgere un servizio pubblico; arrendersi al fatto che il teatro non è considerato un servizio pubblico, e trarne, ognuno per sé, le conseguenze al grido di “si salvi chi può!”. In ognuno dei due casi avremmo almeno la consolazione di agire con piena coscienza».

Sin qui, il lavoro teorico di Civica e Scarpellini è assolutamente condivisibile. La presa di posizione, poi, si fa sempre più aspra: contro il “teatro commerciale nazionale” imposto dallo Stato, contro i nuovi direttori di Teatri Nazionali e Tric, contro chi vuole uccidere il teatro, ridotto ormai a “fortezza vuota”. A fronte di tutto questo, gli Autori propongono una «nuova alleanza tra gli artisti, gli spettatori e la critica, basata sull’indipendenza e la non interscambiabilità delle loro funzioni all’interno di una stessa comunità di passioni. Per essere proficua questa alleanza va estesa a tutti quegli operatori disposti a inventare delle nuove strategie di sostegno economico al servizio di una scena fondata sul primato dell’arte e degli artisti – e di conseguenza, disposti a maturare anch’essi un “realistico” distacco critico dal sistema del teatro pubblico commerciale».

Per quel che mi riguarda, però, a un certo punto, sulle conclusioni mi perdo. Non mi sono mai riconosciuto con gli Apocalittici, e men che meno con gli Integrati. Di questi ultimi invidio la capacità di adattarsi e di dir sostanzialmente di sì a tutto (o fregarsene); dei primi mi affatica il catastrofismo: il romanzo è morto, il cinema è morto, il teatro è morto…

Invece a me pare che il teatro sia ancora vivo, scandalosamente vivo. Nonostante i ripetuti tentativi (politici e non solo) di liquidarlo. Per questo mi pare, nel suo algido splendore, che pretendere uno “scisma”, come chiedono Civica e Scarpellini, sia un gesto francamente eccessivo.

Scisma da che e da chi? Loro dicono, più o meno, dal teatro “commerciale”. Però è così difficile dire “il mio teatro è più teatro del tuo”. O meglio, per un artista è facile e doveroso: ognuno ha, deve avere, la propria visione del mondo e dell’arte. Ma gli altri? Quelli che fanno cassetta: che ne facciamo? Dovremmo tutti disinteressarcene, sembrano dire gli autori del Manifesto. Ma se al pubblico piace Mr X invece che Mr Z, che si fa? Shakespeare, a suo tempo, era commercialissimo: vendeva biglietti a tutti e campava di quelli. Lo stesso Molière – anche se la Corte aiutava e non poco. Avevano, entrambi, dei mentori, degli sponsor, ma non disdegnavano il pubblico. Tutto il teatro tedesco è pubblico e ha pubblico, in Germania i teatri Nazionali funzionano benissimo: possiamo definirli commerciali?

E poi lo scisma: come lo facciamo? I catacombali o gli aventiniani a me fanno un po’ timore: si sentivano entrambi troppo nel giusto, troppo possessori di verità infallibili. Meglio qualche dubbio, ogni tanto. Anche perché condannare tutti i direttori di teatri italiani di Nazionali e Tric (ma non è certo questo l’intento del Manifesto) al ruolo di boss ottusi mi pare un po’ forzato. C’è, anche in quella categoria, chi ci crede e fa bene il proprio mestiere. Penso che i teatri, tutti i teatri, siano ancora dei luoghi di valore: dal Piccolo di Milano alla cantina di periferia, sono spazi da proteggere con le unghie e coi denti. Dobbiamo tenerli cari, questi vecchi catafalchi, questi sepolcroni imbiancatoni di una Italia che fu. Hanno resistito tre o quattrocento anni: stanno là a ricordarci ancora chi siamo, a farci vivere quel poco di laica e post-religiosa ritualità comune che ci resta. Dobbiamo semmai essere pronti a combattere contro lo Stato per far sì che restino un patrimonio dello Stato.

Ma. C’è il solito Ma. Torna il dubbio di fondo, che Civica e Scarpellini – nel loro sincero, vero, amore per il teatro che rende commovente, per passione e slancio, questo loro Manifesto – la domanda che hanno sollevato: il sistema è marcio? Loro dicono di sì, e per questo dobbiamo abbandonarlo. Io, che ormai sono vecchietto, mi ostino a dire cambiamolo. Indigniamoci e cambiamolo. Proviamo a resistere ancora un po’, o addirittura a passare al contrattacco.

Intanto, ad esempio, c’è anche una buona notizia: il ruolo complicato di Direttore Generale al Ministero è andato a Ninni Cutaia, uomo di grandissima esperienza e sensibilità, che subentra all’artefice di questa discussa riforma, Salvo Nastasi, passato alla Presidenza del Consiglio. E se, putacaso, ponesse mano alla situazione, migliorandola? Già nella danza ci sono stati segnali positivi: potrebbero benissimo toccare anche la prosa, no?

Insomma, forse non è più il tempo di prendere all’assalto il Palazzo d’Inverno (anche se…), ma certo sottrarsi in nome della “grazia” e della “purezza poetica” in questa fase di macerie è un peccato. Soprattutto se lo fanno teste lucide e pensanti come quelle di Civica e Scarpellini.

Semmai sarebbe da chiedere ben altro, tutti assieme – assemblea dopo assemblea, spettacolo dopo spettacolo, recensione dopo recensione. Provo a dire: il raddoppio del FUS, il Fondo Unico dello Spettacolo. Sarebbe una lotta politica, sociale e culturale, di tutta la categoria per portare l’Italia all’altezza (ma non al pari) di altri stati europei che stanziano l’1% del Pil alla cultura – mentre l’Italia, come si sa, viaggia allo 0,02%. Altri obiettivi potrebbero essere all’orizzonte: la previdenza, ad esempio, avviando una discussione sulla “scomparsa” dolosa dell’Enpals. Oppure la maternità garantita, o ancora una riflessione seria sull’Imaie e su come gestisce il proprio capitale; la paga-prove e tutto il contratto nazionale; il ruolo del Sindacato Attori

La realtà non è certo luminosa, e Civica/Scarpellini ce la mostrano senza sconti, ma non è detto che non cambi. La guerra tra poveri potrebbe diventare meno aspra. Sono utopie, forse: ma il teatro è fatto di utopie..

 

 

TAG: Attilio Scarpellini, dario franceschini, Enpals, Festival Contemporanea Prato, Fus, Imaie, Jan Fabre, Le vie dei Festival, Massimiliano Civica, MiBACT, Mount Olympus, Natalia Di Iorio, Ninni Cutaia, Roma, Romaeuropa Festival, Sai Sindacato Attori Italiani, salvo nastasi, Teatro Quirino, Teatro Vascello
CAT: Teatro

3 Commenti

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  1. roberto-biselli 5 anni fa

    Come non essere d’accordo con Andrea Porcheddu quanto non si poteva non esserlo con Civica-Scarpellini: si potrebbe aggiungere che i teatranti, qui intesi in un generico insieme blogmatico, forse, dovrebbero riprendere in mano le redini della gestione della propria arte e agit-prop…di nuovo.
    Non essere più -consapevolmente, involontariamente, strumentalmente?- terminali o accrediti per direttori artistici, assessori, critici, evocatori di mode e tendenze, ma protagonisti “di nuovo”, come in altre importanti stagioni di cambiamento del fare artistico, del loro destino, non solo creativo, ma politico, economico, esistenziale.
    Creare responsabilmente sistema, ricostruire una sostenibile e intelligente massa critica, come Ivrea, Volterra, Bologna, San Benedetto, solo per citare alcuni episodi topici del teatro italiano diciamo d’autore, ci hanno trasmesso e utopisticamente tramandato.
    Ma diventare “grandi” costa come sempre fatica, rinunciare al proprio io centripeto impegna inversamente stessa forza vettoriale, fare politica non dovrebbe essere letto come solo impegno “sindacalista”.
    Forse dovremmo tutti ricordarci che le vere e sole forze del cambiamento siamo noi e non aspettare che siano sempre gli altri, gli accompagnatori politici o estetici di turno, a indicarci la via, la linea, la chiave, la tendenza. Non dimentichiamoci mai che se la famosa legge sullo spettacolo dal vivo, non è mai passata in Parlamento, grande e grossa responsabilità è da far ricadere su di noi e le nostre misere logge e loggette di spartizione di quattro quattrini, a discapito dell’intero sistema teatrale italiano.
    Egocentrismo, malattia infantile dell’artistismo, potrebbe trasformarsi in un agire per linee trasversali, come già ottimi esempi indicano: i costanti e puntali aggiornamenti di Buone Pratiche, C.r.e.s.c.o. con le sue commissioni, lo spostamento di gestione, piccolo ma interessante, sulle residenzialità regionali.
    In Italia esistono molti centri e isole di positiva resistenza culturale, molto spesso decentrati dalla grandi città, “deromanizzati” mi verrebbe da dire: in lotta perenne con burocrazie, Stabili arroganti e accentratori di risorse, colleghi troppo spesso disponibili al voltaggabbanismo. Ma ricchi di persone, idee, proposizioni, creatività, azioni che stentano a ricucirsi in reti, questo sì, forse a causa di smarrimenti, stanchezze, disinformazione, paura: d’altronde siamo sempre noi gli anelli deboli della catena, i più ricattabili dall’ assessore, dal politico, dal direttore, dal critico di turno, ondivaghi e inafferrabili, come ahimè troppo spesso noi – e sempre noi- gli abbiamo consentito di essere. Allons enfants de la Patrie,
    le jour de gloire est arrivé
    Contre nous de la tyrannie
    L’étendard sanglant est levé!

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  2. deandrea 5 anni fa

    A Venezia, dopo lo scandalo del Mose, siamo stati commissariati… I cittadini non hanno visto un gran differenza della gestione da ‘con giunta’ a ‘senza giunta’, per non parlare da ‘con sindaco’ a ‘senza sindaco’!! Ho il sentore che anche per Roma sarà lo stesso… Roma come Venezia sopravviverà a questo periodo storico infelice, e così pure il teatro!! Solo le modalità sono da verificare!!

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  3. nico-bi 5 anni fa

    Un po’ di parole, che mettono sul tavolo d’azzardo, non più molto verde, domande anziché risposte. Che l’Italia sia ancora oggi un paese feudale o di età dei comuni non sarò io per primo a dirlo. Il fare dell’arte una questione sindacale blocca, squalifica e rende noiose (per il pubblico!!!) le sue voci. Tutto si ingrigisce, sembra il rantolo di un morto che anziché farci sorridere, stupire e unire, si lamenta e pretende. E il TEATRO diventa schiavo di questa perenne età dei comuni, dove ciascuno pensa a sé. Non siamo la Francia che affida alla partecipazione le questioni lavorative, né la Germania che ha da lungo tempo affidato (con pro e contro) il teatro ai drammaturghi. I registi e gli ensemble nel mondo che praticano una ricerca non formale, autentica e di geniale soluzione e hanno consenso si contano sulle unghie (di mani e piedi almeno). Sono pochi, ma perché natura e fortuna hanno da sempre voluto così. Si pretende di voler cambiare tutto in un lampo. Per la mia proprio vita, che ahimé termina veloce, dicono i più. La preparazione media degli attori di teatro è caotica, grossolana e la maggior parte dei registi italiani di potere elabora spettacoli rapidamente, affidandosi al prevedibile; la ricerca di una via veritiera, o per lo meno personale, NON NELLA COPERTINA, NELLA FORMA, ma nei processi sembra quasi completamente bandita. I workshops basati sui cliché di quelle che fino a poco tempo fa erano anche pratiche originali, personali degli ensemble dei registi e pedagoghi e attori che le avevano elaborate, sono diventati milioni, ma non hanno molto da insegnare. La materia prima del teatro sono gli esseri umani, i quali non sono pietra che può essere scolpita in una notte, o il colore che può essere gettato in pochi giorni in grande quantità su numerosi diversi supporti. Il teatro è più simile alla musica, ma forse ancora più complesso. Gli esseri umani, se è con questi che si vuole farlo e non con soldatini gettati alla guerra o burattini di legno, hanno bisogno di tempo, cura. Soprattutto un cura piena di germi, bisogna che ci si ammali, che ci si dedichi alla lentezza dei processi. Ai più, del teatro, in Italia, non interessa nulla. Non sanno che farsene di questo vecchio rito. Senza esseri umani dalle capacità creative libere, senza degli esseri umani preparati alla vita artistica del teatro, senza un pubblico direttamente interpellato davanti al quale in quel rito si manifestano veri miracoli, senza che le cose accadano, NELL’ARTE, e non fuori o nei manifesti, l’interesse di chi non partecipa non verrà mai catturato. Questo il teatro deve accoglierlo. Non possiamo evolverci da soli. Possiamo farlo solo aspettandoci, influenzandoci, anche ingannandoci per un amore comune, passo a passo. Con scandalo di bellezza, con ritrovati riti, con lungo scambio. Fare teatro e arte in genere richiede perseveranza, passione per i momenti di analisi, silenzio, aria disponibile a quel silenzio. Adeguare il teatro al ritmo televisivo, al caos informatico, o al bailamme politico significa distruggerne la natura, dichiararne con strepito o lagna la morte. Abbandonarsi all’ euforia approssimativa, alla battaglia sociale, credere che ci sia una e una sola forma di piacere distrugge la possibilità dei misteri. Se il mondo, e il mondo del teatro per di più, crede che si possa fare a meno della fede per l’inaspettato, e si riduce ad un calcolo della materia, la materia stessa resterà lì inerte, deperendo. Ma noi sappiamo che per Natura, la materia muta. È come stare al sole con un gustoso gelato in mano e dire, mmm com’è gustoso, non lo mangio perché poi finisce, preferisco rimirarmelo all’infinito. Il gelato si scioglierà. Ma forse anche quello sarà un inaspettato inconsueto spettacolo. Bisognerà vedere poi che si è sciolto cosa farne di quell’esperienza. Personalmente di gelati me ne sono sempre mangiati molti e di gusto. Ho affinato una pratica particolare per godermi il pasto e pure la vista poetica e ineluttabile dello scioglimento dei colori. Conservare ciò che muta di natura richiede grande capacità e conoscenze. a volte sacrificio personale e coraggio, altre scaltrezza e impudicizia. L’arte può essere una questione sindacale? Quando si occupa un teatro, bisogna che diventi laboratorio d’arte e umano, non basta la scorribanda dei nomi e degli eventi. E però per questo occorrono soldi e metodo, oppure solo metodo. Basterebbe una discussione collettiva su quello che inaspettatamente appassiona il nostro tempo. Forse è l’anima del nostro tempo e i suoi opposti e contrari il tema di cui cominciare un pubblico dialogo?

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