Edificante storiella di velato integralismo pre-natalizio

21 Dicembre 2018

Storia vera di (blando?) integralismo cattolico in una scuola dell’infanzia della provincia padana (con finale a sorpresa). Ossia cronaca di una quotidianità che non assurge agli onori della stampa nazionale, ma che dice molto sul nostro paese.

Incipit. Abito in un paesino di 6000 abitanti, a qualche chilometro da un’importante città lombarda. Mia figlia ha quattro anni e frequenta la locale scuola dell’infanzia. E’ una scuola bella, nuova e ben attrezzata. Le maestre sono affettuose e a mia figlia piace andarci. Ma c’è un dettaglio: è una scuola paritaria a indirizzo cattolico.

Premessa No. 1. Risiedo in paese che è abitato, come molti altri in questa zona della Lombardia, da una numerosa popolazione straniera, che rappresenta quasi il 16% dei residenti complessivi. Si tratta in prevalenza di indiani e pakistani, stabilmente insediati, che lavorano da anni nel fitto tessuto locale di piccole fabbriche e aziende agricole.

Premessa No. 2. La scuola dell’infanzia in questione è l’unica presente nel paese. Dunque, di fatto, se non a costo di complicate acrobazie logistiche, non vi sono alternative per me e i miei compaesani. Infatti, ci vanno tutti.

Svolgimento. “La scuola è di ispirazione cristiana”, ci dissero durante la riunione di presentazione del percorso formativo. Aggiungendo subito, a scanso di equivoci: “ma siamo naturalmente molto rispettosi delle altre religioni!”.

Cosa significhi rispettosi delle differenze religiose in un paesino della pianura padana lo scoprii subito.

Ogni mattina, prima di iniziare la giornata, mia figlia recita il Padre Nostro insieme ai suoi compagni di classe. Questa “sommesso” indirizzo cattolico ribolle in occasione delle varie feste religiose cristiane.  E se la festa religiosa manca, si improvvisa. Come quella volta che mia figlia tornò a casa, dicendomi che il giorno successivo avrebbe dovuto portare a scuola una candela per ricordare la ricorrenza del suo battesimo. Le diedi la candela, ma le dissi che lei non era stata battezzata. La cosa non le creò alcun problema, l’importante era avere la candela. O come quando raccontò eccitata che andava in gita alla “Casa di Gesù” (la chiesa del paese). Per poi tornare lamentandosi del fatto che il tutto era stato piuttosto deludente, visto che un signore anziano aveva passato un sacco di tempo a dire cose che l’avevano annoiata tantissimo, senza che le fosse concesso di alzarsi dalla panca per giocare o chiacchierare con i suoi amichetti.

Naturalmente il culmine dell’estasi celebrativa si raggiunge in prossimità del Natale, con l’apoteosi della recita a tema religioso da parte di un centinaio di bambini vestiti di bianco, di fronte a orde di parenti commossi e orgogliosi. La preparazione della recita e, più in generale, delle celebrazioni natalizie è lunga e meticolosa. Si avvia già a novembre, quando i bambini cominciano a imparare le filastrocche e le canzoni che reciteranno. Tutte, naturalmente, sono una variazione sul tema della natività. Quest’anno spiccava una poesia su un Gesù bambino biondo e ricciolino. Strideva un po’ il fatto che, ieri sera, durante lo spettacolo, tanti bambini la recitavano con impegno di fronte ai loro genitori abbigliati con un fiorire di turbanti Sikh e sfavillanti abiti indiani. Ma dal palco non paiono essersene accorti, impegnati a dichiarare che tutti i bambini della scuola venivano affidati alle braccia di Gesù.

L’apice di questo (blando) integralismo cattolico è però stato toccato ieri pomeriggio. Mia figlia ha portato a casa, come ogni tanto fa, tutti i lavoretti eseguiti nel corso delle settimane precedenti. Ad attirare la mia attenzione non sono stati i disegni di Maria, Giuseppe e Gesù bambino sparsi qui e là tra quelli degli alberi di Natale. Bensì un enorme cartoncino rosso in formato A2 (59,4 cm x 42,0 cm). Si tratta di una sorta di gioco dell’oca realizzato dai bambini. Naturalmente a sfondo religioso – su San Francesco e il presepe, tema scelto per la recita di questo Natale. Le regole sono quelle tipiche del gioco dell’oca. Si tira il dato e Francesco avanza sul percorso. Alla casella 2 c’è un San Francesco pensieroso. “Francesco è inquieto…E’ la vigilia di Natale e nessuno parla dell’arrivo di Gesù. Rimani fermo un giro per riflettere con Francesco”, recita il foglio delle regole del gioco. Alla casella 4 c’è l’immagine stilizzata di una famiglia che addobba la casa: “La gente è indaffarata a preparare addobbi e dolci. Non c’è tempo per pregare…sembra che tutti abbiano dimenticato il vero senso del Natale”, si legge. E, naturalmente, per punizione, si retrocede di una casella. Per fortuna che alla casella 6 Francesco sembra sollevato mentre sfoglia un grande libro: “Francesco legge il Vangelo, trova la descrizione della Notte Santa e ha un’idea. E’ troppo felice ed emozionato. Avanza di due caselle”. Il percorso prosegue con altri edificanti accadimenti di questo tenore, finchè il buon Francesco riesce a raggiungere Gesù bambino.

Epilogo. Naturalmente, quando mia figlia me lo ha chiesto, non mi sono sottratto dal giocare con lei a questo bizzarro gioco dell’oca. Inizialmente volevo reinterpretarne le regole in una chiave meno ecclesiastica, visto che mia figlia non sa leggere. Ma mia figlia, chissà come, conosceva le regole praticamente a memoria e mi correggeva quando introducevo qualche variazione sul tema. Mi ero quasi rassegnato a un’interpretazione filologica del gioco quando è stata mia figlia stessa a propormi un’integrazione, visto che la casella su cui era finita non prevedeva alcuna azione speciale. “Papà, facciamo che qui il lupo mangia il bambino?”. Pericolo scampato, per lo meno per ora, ho pensato.

TAG: Chiesa, culture e religioni, immigrazione, Integrazione, Natale, religione, scuola, scuola dell'infanzia
CAT: costumi sociali, scuola

7 Commenti

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  1. aurelio 2 anni fa

    Caro Francesco,
    non capisco dove sia il malcostume che paventi. Non hai forse scritto tu stesso che l’asilo è cattolico? Non ti sembra di esagerare bollando come integralismo una recita sulla natività in una scuola cristiana in occasione del natale? Il proverbio dice: chi è causa del suo mal pianga se stesso; ma in ogni caso cosa c’è da piangere? Lamenti il fatto che una bambina proveniente da una famiglia non credente venga inclusa nelle attività a carattere religioso. A me questa sembra integrazione piuttosto che il contrario. Sarebbe interessante sapere cosa nei pensano i genitori indiani.
    E poi, parlando da non credente, esattamente quale pericolo c’è da scampare nel contatto con delle tradizioni religiose, fintantoché non propugnano esclusione o violenza?
    Insomma, questa volta il muro di pregiudizio lo stai alzando tu, mi pare.

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  2. saulagana 2 anni fa

    Sono figlio di non credenti, non battezzato, dispensato dall’ora di religione cattolica fin dalle elementari. In asilo frequentavo uno montessoriano.
    Avendo sposato una cattolica ho accettato di farlo con rito religioso(sostenendo colloqui prematrimoniali con un parroco, al fine di ottenere il benestare del vescovo al matrimonio misto) , impegnandomi a battezzare mio figlio e a non ostacolare lui o la madre qual ora il loro desiderio fosse stato di praticare il cattolicesimo.
    Mia suocera e sua cognata regalarono al bimbo la bibbia e il vangelo a fumetti. Quando mio figlio passava le vacanze dai nonni materni, la domenica lo portavano in chiesa.
    Mi domando cosa avrebbe fatto Lei al mio posto.
    Personalmente ho educato mio figlio a porsi domande, a rispettare le opinioni e credenze altrui.
    Se chiedeva lumi davo la mia opinione , aggiungendo che quella dei nonni, zia e mamma erano ugualmente rispettabili. Se domandava a chi avrebbe dovuto credere (al padre o al resto del mondo a lui conosciuto), rispondevo che poteva scegliere come meglio riteneva, ma che la decisione definitiva forse l’avrebbe presa una volta diventato ragazzo o forse più in là, da adulto.
    Mio figlio adesso ha 17 anni e mezzo, si professa non credente da almeno 4 anni, ama riamato tutti i componenti della sua famiglia. Che sia credente o meno mi lascia indifferente. Partecipa all’ora di religione, parla e discute di argomenti inerenti la fede con calma e rispetto delle altrui idee.

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  3. francesco-chiodelli 2 anni fa

    Gentili Aurelio e Saulagana,
    grazie per i commenti. Provo a rispondervi con qualche precisazione.
    Il problema che intendevo sollevare è duplice.
    In primo luogo è relativo allo Stato. Credo chiunque possa convenire che sia inaccettabile che l’unica scuola primaria in un paese di 6000 abitanti sia a indirizzo cristiano – ricordo che l’ultimo anno della scuola primaria fa parte dell’obbligo scolastico. E’ una questione basilare di laicità dello stato, rispetto della diversità, libertà di scelta.
    In secondo luogo è relativo alla Chiesa – o, per lo meno, all’interpretazione del cattolicesimo data in quella scuola. Ci sono vari modi di interpretare l’ispirazione cristiana dell’istruzione. Quello scelto dalla scuola in questione ha tanto il sapore dell’indottrinamento. Ma c’è anche un modo – praticato da tante altre istituzioni cattoliche – che è invece indirizzato alla conoscenza e al riconoscimento delle altre religioni, pur nella diversità. Senza andare lontano, è quello che pratica la parrocchia a 500 metri dalla scuola in questione, che, per dirla una, ha ospitato e contribuito a organizzare la festa di fine Ramadan della comunità islamica locale.
    Il primo problema è ben più rilevante (per lo meno da un punto di vista pubblico) del secondo, ed era quello che mi premeva sottolineare con la mia storiella – che non nasce certo dalla recita natalizia, ma dalla sequela di episodi di indottrinamento praticamente quotidiani.
    Non è invece un problema – mi dispiace se questo poteva trasparire dal mio racconto – il fatto che mia figlia possa diventare cattolica (per essere pignoli, potremmo dire che, al massimo, potrebbe esserlo che lo diventi per “lavaggio del cervello” in età pre-scolare, e non per scelta consapevole). Tanto è vero che mia figlia ha sempre frequentato tanto la recita natalizia quanto tutte le altre attività di questo tenore.

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  4. francesco-chiodelli 2 anni fa

    Gentili Aurelio e Saulagana,
    grazie per i commenti. Provo a rispondervi con qualche precisazione.
    Il problema che intendevo sollevare è duplice.
    In primo luogo è relativo allo Stato. Credo chiunque possa convenire che sia inaccettabile che l’unica scuola primaria in un paese di 6000 abitanti sia a indirizzo cristiano – ricordo che l’ultimo anno della scuola primaria fa parte dell’obbligo scolastico. E’ una questione basilare di laicità dello stato, rispetto della diversità, libertà di scelta.
    In secondo luogo è relativo alla Chiesa – o, per lo meno, all’interpretazione del cattolicesimo data in quella scuola. Ci sono vari modi di interpretare l’ispirazione cristiana dell’istruzione. Quello scelto dalla scuola in questione ha tanto il sapore dell’indottrinamento. Ma c’è anche un modo – praticato da tante altre istituzioni cattoliche – che è invece indirizzato alla conoscenza e al riconoscimento delle altre religioni, pur nella diversità. Senza andare lontano, è quello che pratica la parrocchia a 500 metri dalla scuola in questione, che, per dirla una, ha ospitato e contribuito a organizzare la festa di fine Ramadan della comunità islamica locale.
    Il primo problema è ben più rilevante (per lo meno da un punto di vista pubblico) del secondo, ed era quello che mi premeva sottolineare con la mia storiella – che non nasce certo dalla recita natalizia, ma dalla sequela di episodi di indottrinamento praticamente quotidiani.
    Non è invece un problema – mi dispiace se questo poteva trasparire dal mio racconto – il fatto che mia figlia possa diventare cattolica (per essere pignoli, potremmo dire che, al massimo, potrebbe esserlo che lo diventi per “lavaggio del cervello” in età pre-scolare, e non per scelta consapevole). Tanto è vero che mia figlia ha sempre frequentato tanto la recita natalizia quanto tutte le altre attività di questo tenore.

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  5. saulagana 2 anni fa

    La ringrazio per aver risposto alle mie osservazioni. Il primo punto da lei posto, unica scuola sul territorio, mi trova concorde. È, in effetti, un problema antico come la nostra repubblica. Temo risolvibile solo con il tempo, calcolato in generazioni.
    Sarebbe utile sapere se il paese fa comune a se, nel qual caso un asilo pubblico sarebbe auspicabile; anche se problemi logistici (densità abitativa e % di popolazione infantile sul totale, per citarne un paio) e di costi possono aver suggerito la creazione di un istituto pubblico in un comune limitrofo.
    Sull’indottrinamento non mi sento di condividere la sua opinione in virtù di un fatto, che lei stesso ha citato nel suo articolo: è una scuola privata ad indirizzo religioso.
    Se esistesse una convenzione con il comune per la fornitura del servizio, lei avrebbe pienamente ragione di lamentarsi, in caso contrario fatico a comprendere lo stupore nel constatare che un istituto scolastico cattolico abbia una visione, diciamo, di parte.
    L’esempio che fa della parrocchia, se ho capito bene cosa intendeva, mi pare poco calzante. In questo caso il prete ha adottato la filosofia dell’accoglienza come il vangelo insegna.
    Altra cosa è educare un gruppo di bambini alla vita di comunità seguendo i precetti religiosi del cattolicesimo. Dichiarandolo apertamente, oltretutto.

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  6. francesco-chiodelli 2 anni fa

    Gentile Salaugana, sì, il paese in questione fa comune a sé, e la popolazione infantile è decisamente sufficiente a giustificare la presenza di un asilo pubblico (stiamo parlando di 6000 abitanti, non di poche centinaia). E l’asilo in questione ha una convenzione con il Comune: è un istituto paritario che fornisce un servizio pubblico (tra l’altro, obbligatorio per legge), in assenza di un asilo gestito direttamente dalla municipalità. Ergo, credo che anche la mia seconda critica sia piuttosto fondata. Ma, anche se così non fosse, in un paese virtuosamente liberale credo sarebbe più che sufficiente trovarsi d’accordo sul primo punto e agire di conseguenza. Ma purtroppo, di questi tempi, anche un simile accordo pare una chimera…

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  7. saulagana 2 anni fa

    Ringrazio di nuovo per la pazienza e il tempo dedicato a rispondere. Alla luce delle informazione date si direbbe che la scuola parificata non abbia agito tenendo conto di essere un fornitore, pagato, di un servizio pubblico.
    Che dire? Sua figlia, con la fantasia, ha usato la storiella come spunto per svilupparne di nuove. La mente delle bambine/i riesce a trovare soluzioni che noi adulti, irrigiditi dalle nostre convinzioni, fatichiamo a trovare. Insomma è andata oltre il conflitto potenziale, di fatto disarmandolo. Ma mentre la sua bambina, cresciuta in un contesto familiare culturalmente aperto e in un territorio che sente suo per ovvie ragioni, ha gli strumenti per uscire dalla trappola noi/loro, lo stesso temo non si possa affermare per quel 16% di popolazione che manda i propri figli in una scuola dove il messsggio non è di tolleranza e accoglienza, se non nelle intenzioni, bensì di accettazione coatta. Buon 2019 a lei e famiglia, in particolare alla sua intelligentissima bambina.

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