Cosa viene dopo la crisi irreversibile della democrazia rappresentativa

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15 Luglio 2017

La questione della partecipazione popolare effettiva alle decisioni politiche è nata nel momento in cui, già nell’amministrazione delle polis greca, la popolazione è cresciuta in modo tale da rendere ingestibili assemblee in cui i capifamiglia di tutti i clan, sia sotto forma di Senato, sia sotto forma di assemblea vera e propria (nella agorà), per decidere questioni di particolare gravità. Per questo motivo, in diversi luoghi ed in diversi periodi dell’umanità (specie sotto l’influenza dei Greci e, quindi, successivamente, dei Romani), il semplice concetto di democrazia si è sviluppato in almeno cinque direzioni principali – che sono le uniche che, negando qualsivoglia forma di oligarchia, cercano di coinvolgere il maggior numero sociale di cittadini nel maggior numero di decisioni.

Di queste cinque direttrici, la più debole è la democrazia rappresentativa, ovvero un sistema in cui il cittadino delega un suo rappresentante a votare per lui in un’assemblea ristretta (Parlamento), dandogli però un mandato in bianco, e non legato a vincoli di contenuto. I partiti classici del XIX Secolo cercarono di ridurre questo gap con una forte ideologizzazione delle formazioni politiche, che desse ai cittadini l’impressione di sapere più o meno cosa un rappresentante eletto avrebbe fatto, se confrontato con determinato problema. La prima teorizzazione compiuta di questa relazione è di Otto Von Bismarck, ed è contenuta in modo esteso in “Bismarck und der Staat” (Darmstadt, 1953), che purtroppo non è mai stato tradotto in italiano. Bismarck si opponeva al legittimismo di Talleyrand e Metternich, che venne poi sconfitto dopo i moti del 1828 e la costituzione del 1830. Dopo il Congresso di Vienna, nonostante la Restaurazione, la nascita degli Stati Nazionali ha obbligato le classi dirigenti ad inserire sempre più caratteristiche di democrazia diretta – come scrive Georges Lefebvre nel suo “La rivoluzione francese”, che termina narrando appunto i moti del 1828. Per mitigare i limiti della democrazia rappresentativa è stato inserito lo strumento del referendum popolare – specie dopo l’esaurimento del compito storico degli Stati Nazionali, che dopo la Caduta del Muro, nel 1989, sono irrimediabilmente entrati in crisi nella loro capacità di affrontare i problemi (vedi: Wolf Dieter Narr, “Reise am Ende der Demokratie”, Köln 2004). Ma l’unico Paese in cui lo strumento del referendum proponga veramente una costante partecipazione diretta della popolazione alle decisioni di tipo sia politico che legislativo è la Svizzera, come spiega la loro legge federale e la sua applicazione (di grande successo) degli ultimi 200 anni: https://www.ch.ch/it/democrazia/diritti-politici/referendum/.

In Svizzera esiste anche l’unica applicazione conosciuta di un’altra delle forme principali di democrazia, la democrazia diretta (o partecipativa). I cittadini votano per alzata di mano. Nel Canton Glarus questo sistema è ancora in auge per decisioni di carattere locale. Nei due semicantoni svizzeri di Appenzell, fino al 1997, si votava sulle questioni cantonali più importanti per alzata di mano, in quella che veniva chiamata Landesgemeinde. L’usanza venne cancellata per l’aumento del numero di cittadini, per il fatto che venne concesso il voto alle donne, e che ci fossero sempre più votanti che hanno acquisito la cittadinanza non per nascita, ma per naturalizzazione – cosa che al cittadino appenzellese ancora oggi non va tanto giù. La crisi di questa forma di democrazia, che è sotto gli occhi di tutti, è dovuta ad un fattore che già da Jean-Jacques Rousseau in “Il Contratto Sociale”: con la democrazia rappresentativa, il singolo cittadino perde nozione, consapevolezza, corresponsabilità, e si abitua a considerare gli eletti come una casta a sé stante, senza un vero contratto personale con i cittadini. Il teorico più attivo sull’argomento è lo svizzero Andreas Auer, che nelle sue lezioni all’Università di Zurigo difende strenuamente questa istituzione contro la volontà delle autorità federali, che vorrebbero abrogarla.

Eppure la democrazia diretta, al giorno d’oggi (la più vecchia forma di democrazia) è impossibile, ed anche i tentativi di restaurarla con il voto telematico (come sostenuto dal Movimento Cinque Stelle e prima di loro dal movimento paneuropeo dei Piraten) si trasforma da subito in una ristretta oligarchia di coloro che posseggono gli strumenti tecnologici necessari – e soprattutto non è controllabile nel caso di tentativi di brogli. Infatti in Norvegia, dove questo tentativo era stato fatto a livello nazionale, dopo cinque anni (nel 2014) è stato sospeso a causa dell’incontrollabilità e dell’antidemocraticità del procedimento (vedi: Véronique Cortier e Cyrille Wiedling, “A Formal Analysis of the Norwegian E-Voting Protocol”, Berlin 2012). In seno al M5S il voto telematico è stato una bandiera, ma la dirigenza Grillina già da tempo si è resa conto dei limiti estremi di questo sistema. D’altra parte, il sistema chiamato “delle primarie”, scelto da alcuni partiti italiani per stabilire quale possa essere il candidato per le elezioni, è quanto di meno democratico esista. Non solo si tratta di una forma eminentemente rappresentativa, ma non esiste nessuna garanzia sul controllo e nemmeno sul fatto se i votanti abbiano o meno il diritto di farlo – ed infatti viola, a parere di chi scrive, gli articoli 48, 49, 50 e 51 della Costituzione Italiana. Ma entrambe queste forme erano già state descritte in “Tecnopolitica” (Bari, 2004) di Stefano Rodotà, che ne aveva individuati limiti e carenze con largo anticipo.

Nelle due forme di democrazia deliberativa (quella totale e quella che tratta esclusivamente il legislativo), si cerca di immaginare un sistema che vada oltre questi limiti, partendo da un fortunato scritto del filosofo Jürgen Habermas (“Deliberative Democracy”, Cambridge 1998), che è stato successivamente ripreso da moltissimi filosofi e politologi, e rappresenta a tutt’oggi la nuova frontiera (ancora indistinta) della reale partecipazione popolare alle deliberazioni democratiche – innanzi tutto mettendo l’indice sui problemi più pressanti della democrazia rappresentativa: lobbysmo, crescente disaffezione e deresponsabilizzazione, populismo, inefficienza dovuta all’ignoranza di chi vota, e quindi al fatto che spesso solo una minoranza ha accesso ad una soluzione pragmatica di una questione rilevante, la mancanza crescente di uguaglianza in seno all’elettorato (David Held, “Modelli di democrazia”, Bologna 1997; Anthony Giddens, “Il mondo che cambia”, Bologna 2000; James Fishkin, “La nostra voce”, Padova 2003, et cetera). Questa forma di democrazia viene applicata a livello locale in Islanda ed in Uruguay con un sistema assembleare organizzato con regole rigide. In Liechtenstein esiste una forma simile (le assemblee nella Vaduzer Saal) ma il loro parere non è vincolante, dato che quel principato è l’unica monarchia assoluta ancora esistente in Europa (il principe, secondo la costituzione, è “ex legibus solutus”, come nel medioevo).

Attualmente, dopo che i movimenti simili ai Piraten ed al M5S hanno dispiegato la loro forte carica antidemocratica, la democrazia deliberativa rimane l’unica prospettiva aperta per un dibattito sul superamento dei limiti insiti nella democrazia rappresentativa, specie nell’ottica del superamento (probabile) degli Stati Nazionali e la loro trasformazione in aree di influenza, come discusso oggi in geopolitica. Ma qui si apre un altro enorme capitolo che riguarda il fatto che, attualmente, la democrazia rappresentativa è stata nei fatti superata poiché le decisioni prese a Bruxelles, a Washington ed a Pechino hanno un’influenza enorme sulla nostra vita, e noi non siamo minimamente in grado di partecipare – nemmeno per via elettiva – alla costruzione decisionale. Al contempo, nella Sala dei Bottoni, la possibilità di studiare forme operative di democrazia deliberativa è visto come inaccettabile o addirittura ridicolo. Male, perché l’alternativa è la deriva attuale, ovvero la probabile fine della democrazia, perché questi centri di potere non decidono per il bene della popolazione, ma solo del centro dei sistemi di cui sono espressione non elettiva, e quindi non democratica.

TAG: democrazia deliberativa
CAT: Filosofia, Partiti e politici

4 Commenti

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  1. antonio-campo 3 anni fa

    Buongiorno,
    articolo molto interessante al quale posso apportare un contributo di elaborazione con una “sesta” forma di democrazia che ha il pregio di essere molto rappresentativa e leggittimante senza la faticosità e grossolanità della democrazia diretta o referendaria e senza la impasse della rappresentatività che non permetta la costituzione di una maggioranza e quindi di governabilità.
    La peculiarità è la scalarità che permette di operare efficacemente e con sistemi di forte demoltiplica sia a livello di piccoile comunità che nazionale ed anche planetario con lo stesso metodo.
    La soluzione da me realizzata però è molto complessa e ne ho una sintesi di 280 pagine contenente molte decine di innovazioni concettuali per permettere una implementazione pratica.
    Disponibile a inviare il testo in pdf via email e interessato a riscontri critici.
    Antonio Campo.

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  2. gpdb 3 anni fa

    Un metodo per far contare gli individui e le loro comunità libere e volontarie: http://deditore.com/prodotto/panarchia/

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  3. bdzfvg 3 anni fa

    Per ANTONIO CAMPO… Le sarei molto grato se potesse inviarmi quel suo scritto di 280 pagine che, dall’argomento trattato, ritengo molto interessante . Mi impegno a ricontattarla dopo averlo letto Grazie . gdelzot@tin.it

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  4. flavio.pasotti 3 anni fa

    Caro Paolo, materia da trattare con cura. Primo perché gli stati nazionali esistono eccome, come dimostra lo spostamento della UE da Integrazione progressiva a gestione intergovernativa. Secondo perché proprio i sostenitori più accesi della democrazia deliberativa rivendicano la identità nazionale come fattore legittimante. Terzo, perché la pratica deliberativa porterebbe per metodo alla ricerca di un compromesso accettabile (al limite) per tutti dopo informazioni “neutre” mentre ciò a cui assistiamo, social compresi, è assolutamente l’opposto. La rappresentativa invece delega il compromesso, forse non è così malvagia….

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