C’è una dittatura dell’informazione renziana. Ne prendiamo atto e #stiamosereni

20 Aprile 2016

Nel ventennio ha imperversato l’Osservatorio. Stava a Pavia e ogni mezzo minuto ti informava sulle mosse mediatiche del Caimano. A ogni modesta indagine, che sospingesse il medesimo nel girone dei televisivamente avidi, corrispondeva una mezza sollevazione popolare, innescata dalle Bindi della situazione. «Occupazione oscena e sistematica del potere!», era sempre questo il ritornello. L’Osservatorio era serissimo, ragionava su dati matematici, ma completamente inutile alla comprensione dei fenomeni che, almeno per chi bazzicava lo stagno, erano già sufficientemente chiari. Così chiari anche per via di tre reti di proprietà, che non gli erano esattamente ostili. Aggiungendo le due Rai, il piatto era sempre del Cav.

Nei giorni scorsi, un cronista attento come Paolo Festuccia della Stampa ha analizzato i dati che Geca Italia, “Laboratorio di Indagine sulla Comunicazione Audiovisiva”, ha elaborato per l’Autorità Garante nelle comunicazioni. Il dato più suggestivo è che il presidente del Consiglio e il segretario del Partito Democratico ci scassano quotidianamente i cabasisi per una cifra che si attesta sugli 84 minuti e rotti. E questo senza contare le All-news. “Praticamente una partita di campionato tutti i giorni”, ha scherzato un amico. Essendo premier e segretario la stessa persona, unificati nella convinzione d’essere Matteo Renzi, la questione dovrebbe assumere i tratti del «caso» politico. È da ieri che cerchiamo di capire se gruppi di cittadini liberi e democratici si stanno organizzando per una grande controffensiva, come accadeva regolarmente ai tempi di Berlusconi, ma sporgendoci alla finestra notiamo che le piazze restano malinconicamente deserte (e anche le urne per la verità). Dunque, frega nulla a nessuno.

Questo disinteresse generale naturalmente non dispiacerà al premier, al quale frullerà per la testa l’idea meravigliosa che il Paese sta finalmente crescendo. Non si impicca più al vecchio e rancoroso concetto secondo cui se occupi militarmente le televisioni allora “abbiamo un problema”, ma vola decisamente più alto, pensando che in televisione ci va finalmente chi se lo merita. Vero anche che rispetto agli anni mesozoici del Cav., il quale considerava (e considera) quell’elettrodomestico come unica cinghia di trasmissione con il Paese, oggi le sollecitazioni social si sono moltiplicate e se il nostro attuale presidente del Consiglio non ha ancora abbracciato Snapchat, contenitore sparacazzate che si autodistrugge nelle 24 ore, è solo perché non tollera l’idea che anche una sola cosa detta possa disperdersi nell’aere.

Se nessuno intende disturbare il manovratore, un motivo ci deve pur essere. E non è detto che la ragione sia soltanto nel generale assopimento democratico dei nostri giornali. O meglio, non solo. Per combattere una bella, aperta, consapevole, battaglia da veri cani da guardia del Potere, bisogna avere un avversario che abbia una Storia. Una storia universalmente riconosciuta, che richiami il passato e si estenda al presente. Tutti noi che in qualche misura ci siamo imbattuti in quella di Silvio Berlusconi, quella storia l’abbiamo vista e studiata nitidamente. Ognuno poteva prenderne un pezzo per elezione, chi si affezionò al “decreto Berlusconi” confezionato da Craxi, che permise alla Fininvest di trasmettere su tutto il territorio nazionale, chi alla tessera 1816 dell’apprendista muratore, chi allo stalliere mafioso, chi, più positivamente, alla straordinaria storia rossonera. Così dall’ingresso in politica in poi, le storie sono state mille e mille sino all’apoteosi che consegnò il Puttaniere Maximo alle dieci domande di Repubblica.

Nel caso di Matteo Renzi la storia non c’è. Manca del tutto. Il signorino, come direbbe il cav, sostanzialmente non ha mai lavorato, né ha creato un solo posto di lavoro, non ha sulle spalle e alle spalle nulla di ragguardevole che non siano spiacevoli questioni di stile (tipo la casa omaggio). Suvvia, su che cosa si organizza un presidio democratico se non c’è nulla da dibattere, non un passato e neppure una battaglia politica che valga la pena d’essere raccontata? Il venire dal nulla ha giovato, almeno nel suo caso. In Renzi, però, vive uno straordinario presente che i grandi giornali non sanno come maneggiare. Dal non essergli pregiudizialmente ostili, giusta cautela di osservazione giornalistica, siamo passati alla fase in cui l’esercizio della critica non è nemmeno all’ordine del giorno. Ci sono quotidiani commissariati dagli stessi giornalisti che hanno con il premier l’ordinaria consuetudine. Per cui, i direttori preferiscono continuare ad avere un buon rapporto con il presidente del Consiglio, intermediato dai propri cronisti, piuttosto che mettersi, quando sarebbe giusto naturalmente, in aperto contrasto. Resoconti macchiettistici, al limite dell’indecenza, finiscono così nelle pagine di politica, in cui non riconoscere più le cose buone da quelle farlocche.

Al premier questa melassa deve piacere molto, soprattutto se è governata da un giovanotto dai modi gentili come il suo portavoce, che dispensa e dispone con la dolce protervia di chi non ha nessuna difficoltà a imporre i temi. Nelle migliori famiglie giornalistiche, il tema di qualunque portavoce al mondo prima di finire in pagina deve passare una quindicina di controlli e non finirà mai per come se l’è venduta. Come dire che questo è il tempo in cui invece ci beviamo qualunque cosa e qualunque cosa finisce in pagina. Un tempo amaro che ci siamo interamente meritati.

TAG: Matteo Renzi
CAT: Partiti e politici

3 Commenti

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  1. massimiliano-zanoni 5 anni fa

    siamo passati alla fase in cui l’esercizio della critica non è nemmeno all’ordine del giorno,
    Ma per fortuna qualche bravo giornalista che non ha ancora abbracciato quella fase esiste e fa piacere trovarlo qui

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  2. nino-russo 5 anni fa

    Toh, allora anche negli “Stati” qualcuno comincia a notare (e a preoccuparsi…) della “invadenza del riccio”. Meglio tardi…

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  3. aldo-ferrara 5 anni fa

    Caro Fusco non fa una grinza anzi è fin troppo morbido. Non è necessario invocare le leggi sulla stampa del gennaio 1926 ma non ci sono dubbi che l’ombra perversa si stenda su tutta la stampa d’opinione. Detto questo, non solo non lo dice nessuno ma quel nessunoatto a contrastare il ruolo invadente di Baby Premier doesn’t exist. Cuperlo che già dopo una frase ha indotto un sonno da Xanax? Fassina che va tradotto dall’italo-garbatello? Diciamolo francamente non c’è storia perchè per ora non emerge nessuna figura e neanche nessun figuro. Non solo ma alcuni del passato da Lei citati appaiono grandi statisti al confronto, mi riferisco almeno solo a Bettino

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