Davvero l’Europa vuole regalare questa prateria a Salvini?

5 ottobre 2018

Ha scelto un atto formale muscolare, una lettera in cui esprime nero su bianco la sua preoccupazione per il Def e i suoi numeri, la Commissione Europea, per aprire le trattative sulla prossima manovra del governo italiano. I tempi sono stretti, entro una decina di giorni il documento con tutti i numeri dovrà tornare sul tavolo dei commissari europei, per provare a convincerli del fatto che non c’è nessun significativo allontanamento dagli obiettivi concordati, come oggi invece scrive Moscovici.

È chiaramente un tentativo di prova di forza, probabilmente l’ultimo, per la Commissione in carica, assediata a Nord dalle pulsioni rigoriste di chi dice che troppa flessibilità si è permessa a “quelli del Sud” e da Sud, appunto, da chi né vorrebbe ancora un po’, e rivendica la sovranità delle politiche nazionali rispetto a vincoli esterni dimenticando che questi però esistono, almeno fino all’atto estremo che sancisce la rottura del patto che li regola. È anche l’ultima prova di forza di una Commissione che ha superveduto alle ricette di austerità estrema che hanno portato oggi una Grecia socialmente ed economicamente stremata a essere considerata più affidabile di noi dai mitici mercati: ed è piuttosto facile dire che qualcosa, evidentemente, non torna.

La verità, amara, è che nella lettera di Moscovici si specchiano due errorri, due insufficienze di sistema, due mondi che non si parlano convinti della propria forza e ignari dei propri errori. Lassù c’è quel che resta del sogno europeo che non ammette le proprie colpe nel proprio diffuso destino di impopolarità, che non riconosce la fallibilità delle sue ricette economiche e sociali, che non concepisce la sfida di chi – magari disordinatamente e senza gli strumenti necessari – rivendica la sfida della politica e della volontà popolare, che comunque – ci insegnano i padri d’Europa – è sacra. Nel breve, chi ha tutto da guadagnare da questa durezza, rischiano di essere proprio i movimenti euroscettici, a cominciare da quelli che governano in Italia. E quaggiù, a casa nostra, sta il torto di chi ancora non ha capito che – Europa o no, vincoli di bilancio o no – è il nostro sistema produttivo, demografico e industriale a non reggere più.

Nella politica che non ha il coraggio della verità una verità minima dovrebbero dirla tutti: uscire dall’Europa e dai vincoli europei non annullerebbe i nostri ritardi strutturali, nè il costo di portarseli dietro in questo complicato presente sarebbe minore “da soli”. Certo, potremmo stampare un sacco di moneta: ma non basterebbe a consentire ai cittadini in quanto tali di avere un reddito, non permetterebbe di superare la Legge Fornero, non permetterebbe a nessuno di pagare meno tasse. Per onorare – a pezzetti, almeno, un po’ per volta – queste promesse, è molto meglio litigare con l’Europa per rimanerci. Confidiamo che il concetto sia chiaro a tutti.

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CAT: Partiti e politici

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