Fenomenologia di Matteo Renzi

29 Dicembre 2020

Non è facile parlare di Matteo Renzi. Prima di tutto perché non è mai chiaro di CHI si stia parlando, di quale tra i diversi Renzi si debba argomentare, quello a favore del Conte-bis o quello contrario. E poi perché, anche ipotizzando ce ne sia uno solo, sfugge costantemente quali siano i suoi obiettivi razionali, quali le finalità (tattiche o strategiche) della sua azione politica. E dire che all’inizio della sua carriera, prima da presidente della provincia o poi da sindaco di Firenze, tutto pareva evidente: diventare il leader che rottamava la vecchia sinistra, che ribaltava ammodernandole le antiche e desuete modalità di accostarsi al mondo contemporaneo, dopo la caduta del muro, dopo il raggiungimento del welfare state, dopo l’avvento dei social, dopo l’arrivo della globalizzazione e il repentino mutamento del mercato del lavoro. Le vecchie parole d’ordine della socialdemocrazia e della sinistra riformista andavano rimosse, per essere sostituite da nuove progettualità, da nuovi linguaggi capaci di parlare a tutto il paese, e non soltanto alle tradizionali constituency, ad un proletariato che ormai non abitava più il mondo occidentale.

Fino a lì, Renzi lo si capiva. Si poteva non essere pienamente d’accordo con lui, quando criticava il sindacato, quando voleva disfarsi dei vecchi dirigenti del Pci/Ds/Pd, ancora ancorati a visioni nostalgiche della società e del sol dell’avvenire, quando tentava di coinvolgere anche l’opposizione nel desiderio di cambiare il paese. L’obiettivo, diceva, è rilanciare il paese, facendo (anche insieme) quelle riforme strutturali che serviranno a tutti, non soltanto ad una certa parte politica. Io sono un uomo di servizio, diceva, e servo a questo, a dare una svolta ad un’Italia mummificata, pre-moderna.
Fino a lì, lo si capiva. Sarà stato pure antipatico a qualcuno, un po’ saccente, poco empatico e poco riguardoso verso i suoi compagni di partito, incapace di mediare con le forze sociali, con i rappresentanti dei lavoratori. Ma parlava chiaro e sembrava avesse un progetto, uno sguardo declinato al futuro, senza troppi tatticismi e compromessi.

Era il 2014, il momento del suo massimo fulgore sia politico che mediatico, con consensi che arrivavano da tutte le aree politiche, con un livello di fiducia da parte degli italiani superiore ai 65 punti percentuali. Poi, qualcosa ha cominciato ad incrinarsi, uno smisurato ego ha iniziato a impossessarsi della sua persona. A cominciare dal referendum o, forse, ancora prima, nel suo (non tanto) velato scontro con lo stesso Berlusconi con cui aveva dialogato pochi mesi prima. Come dire: io sono autosufficiente, non devo trovare accordi con nessuno, il popolo mi segue, è al mio fianco e comprende bene tutto ciò che sto facendo. È dalla mia parte, lo vedrete con il referendum costituzionale. Io vado avanti per la mia strada.
A nulla servivano consigli, obiezioni, tentativi di fargli guardare in faccia la realtà. La sua realtà, poco alla volta, iniziava a non coincidere più con quella reale, sia nell’azione politica che nel giudizio degli italiani nei suoi confronti. Perso il referendum, perse le successive elezioni politiche, con il minimo storico per un partito di centro-sinistra, persa la leadership del Partito Democratico, non ha voluto (non ha potuto?) farsi da parte. Doveva essere comunque un protagonista. Se nel Pd era andato in minoranza, occorreva costruirsi un (piccolo) partito tutto suo, per poter sentirsi ancora quel leader che non era ormai più.
I fatti recenti sono noti. Fautore prima dell’accordo con i 5 stelle e del Conte-bis, ma subito dopo un’uscita piuttosto polemica dal Partito Democratico, senza alcuna ragione logica evidente se non quella, appunto, di restare in una posizione mediaticamente rilevante. E poi, giorno dopo giorno, una costante polemica con qualsiasi azione del governo, a volte con argomentazioni corrette, sia ben chiaro, ma con un costante atteggiamento di sfida, una continua minaccia di far cadere l’esecutivo se non fossero state accettate le misure che lui proponeva, l’unico che ha visto la luce, come direbbe James Brown.
Incurante del basso gradimento della popolazione (oggi vicino al 10 per cento), che guarda per la maggior parte con terrore all’eventualità della caduta del governo e di nuove elezioni in un momento pandemico come l’attuale. Incurante di chi vorrebbe da lui una collaborazione fattiva e non insistiti proclami mediatici. Incurante di tutto, Renzi va per la sua strada, senza forse sapere esattamente dove lo porterà.

Università degli Studi di Milano

TAG: Matteo Renzi
CAT: Partiti e politici

4 Commenti

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  1. massimo-crispi 7 mesi fa

    Chi troppo in alto va cade sovente precipitevolissimevolmente

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  2. massimo-crispi 7 mesi fa

    «Come gonfio pallon, che spesso balza
    quando è caduto, e vien gettato al piano,
    o che talor verso le stelle incalza
    di esperto giocator possente mano,
    e da tal forza spinto assai s’inalza
    verso del cielo, ed il fermarsi è vano,
    perché alla terra alfin torna repente
    precipitevolissimevolmente.»

    (Francesco Moneti, La Cortona convertita, canto III, LXV)

    Anche di uno delle sue parti. Forse Renzi manco lo conosce.

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  3. maurizio 7 mesi fa

    Penso che sia il caso più ecclatante di fallimento politico. Aveva in mano il Paese e l’ha perso in modo inspiegabile. Aveva numeri e forse anche capacità superiori agli altri politici ma si è autodistrutto. Una presunzione mai vista. Non riemergerà più.

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  4. massimo-crispi 7 mesi fa

    Oh, non è l’unico. Il narcisismo (ma sarebbe meglio classificarlo come narcisisma) è implacabile. Anche Salvini credeva di essere imbattibile, così come Trump, Johnson, e tutti i grandi narcisi della Storia. Ovviamente il narcisismo è supportato nella maggior parte dei casi da una considerazione superomistica del proprio ego e non si può rendere conto che possa esistere qualcuno che non lo ama, è inammissibile. Poi il principio di realtà trionfa, inevitabilmente, e i castelli in aria costruiti dal narcisista di turno rivelano la loro natura effimera.

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