Se con Civati se ne vanno gli altri rompiballe, voteremo Renzi in serenità

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7 Maggio 2015

Cosa deve fare un partito oggi? Mettere in condizione i suoi elettori di votare in buona serenità, con meno contraddizioni possibili. Se poi il partito è il principale della sinistra – mettiamo il Partito Democratico – di uscire finalmente e pienamente dalla doppiezza comunista, per cui farsi votare non per dottrina e disciplina com’era un tempo, ma esclusivamente per istinto, passione e convinzione. Insomma, un mondo quasi normale. L’Amaca di Michele Serra su Repubblica, scritta molto affettuosamente in morte (politica) di Pippo Civati, ci rivela un paradosso particolarmente ardito, e cioè che la doppiezza comunista è dura a morire anche in tempo renziano. «Caro Pippo Civati – così inizia Serra – è da una vita che preferisco quelli come te, gli irrequieti, i curiosi, i movimentisti, li sento più affini, più liberi, persino più convincenti, ma alla fine butto il voto, per sicurezza, nel calderone più grande a disposizione, quello del partitone di massa. Per fare numero, per cercare di vincere (ogni tanto) oppure di perdere un po’ meno (quasi sempre)».

Serra racconta pezzetti di vita professionale, in cui a ogni bivio ha poi sempre preso lo stesso viale: «…Voglio bene a Vendola ma l’ho votato una volta sola, mi piaceva lo Psiup ma votavo Pci, leggevo con devozione Luigi Pintor (il più grande giornalista di sinistra di tutti i tempi) ma votavo Pci, lavoravo con Grillo ma votavo Berlinguer, dirigevo Cuore ma votavo Occhetto, non c’è niente da fare, forse è un morbo, forse un vizio…» Infine, Serra si rivolge all’amico Pippo, disegnando un futuro surreale nel quale convergere: «Spiegaci come si fa a ribellarsi in molti, rimanendo popolo, rimanendo massa, e giuro che ti voto». Non succederà mai, ma è bello pensarlo. Piuttosto, ci sarebbe da chiedere a Serra quale comportamento terrà al prossimo giro nazionale: batterà la strada dell’opzione ortodossa, la vecchia strada comunista, per cui votare ancora la ditta anche se è completamente renziana e adesso si chiama azienda?

L’uscita di Pippo Civati ha il merito di essere un’autentica prima volta, altri hanno lasciato Renzi, ma insomma Pippo ne era il compagno di strada ai tempi eroici delle prime Leopolde e dunque ci sarebbe almeno una simbologia da rispettare. A questa uscita si sono dati millanta significati, forse il più vero è quello che ha meno retropensieri di tutti: Civati non si riconosceva più e ha lasciato la ditta. Lo ha fatto con troppo ritardo rispetto allo stop and go sincopato al quale ci aveva abituato? Chissà. (come scrive Jacopo Tondelli intanto si prende il bonus d’aver lasciato per primo, che in politica ha sempre un suo valore). Vedremo gli altri lamentosi se lasceranno e quando lasceranno.

Ora la palla è nel campo degli elettori. Un dissenso autentico si è materializzato, il che significa che sì, si può anche lasciare il Pd se le motivazioni sono serie. In fondo, il gesto di Civati ha un suo decoro, senza farne chissà quale eroe della resistenza renziana, perché allo stesso tempo toglie alibi a minoranza e maggioranza. I vecchi compagni di Pippo ora saranno lì a mangiarsi un po’ le unghie: ah, se l’avessi fatto io per primo, farlo adesso ha meno valore, bisognerà aspettare un altro momento propizio. Renzi e i suoi cari hanno perso un rompiballe epocale e perdere un gufo (e che gufo) non gioverà alla causa, il premier sono mesi che si protegge con l’ombrello dei gufi e sposta l’attenzione dai problemi più concreti.

Quelli che probabilmente ci guadagneranno sono gli elettori di Renzi, quelli che convintamente ne seguono le gesta politiche, che credono in lui e vorrebbero misurarsi solo con la sua politica. Noi che potremmo anche votarlo, ma non l’abbiamo mai fatto (né alle primarie né alle Europee), siamo felici che Pippo Civati abbia lasciato la nave. E lo saremmo anche di più, se dietro di lui scorgessimo le sagome di Cuperlo, Bersani, Bindi, Fassina, D’Attorre, Epifani, ecc., convintamente in fila per salutare il comandante Renzi per l’ultima volta. Forse lui ne sarebbe spaventato, noi no.

 

TAG: gianni cuperlo, giuseppe civati, Matteo Renzi, stefano fassina
CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. alberto-biraghi 5 anni fa

    Amen!

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  2. paolo-della-sala 5 anni fa

    La minoranza rumorosa, mai vincente ma anche accorta. Pastorino, uomo vicino a Civati in Liguria, è entrato in un lampo nel Pd, è diventato sindaco e poi deputato grazie al Pd, poi si è dimesso dal Pd senza dimettersi da deputato, ed ha fatto una lista contro il Pd in Liguria. Non male come caso di “Estremismo, malattia infantile del pdismo” (cit. Lenin).

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