INVALSI. Una replica ad alcuni luoghi comuni

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15 Agosto 2016

Ci risiamo. Quando l’INVALSI tenta (in modo perfettibile) di confrontare la preparazione degli studenti (partendo per ora da due discipline di base: l’italiano e la matematica) di diverse scuole, città e regioni, sulla base delle competenze viene accusato di farlo sulla base del nozionismo e dell’aziendalismo per attaccare la scuola pubblica e la libertà dell’insegnamento. Vedere per credere.

Questa la mia riformulazione delle accuse:

1. I test INVALSI misurerebbero il nozionismo, non le competenze.
2. Tale misurazione nozionistica sarebbe “aziendalismo” (che è il diavolo, forse perché rappesenta  l’essenza del capitalismo e l’autrice è “di sinistra”).

3. Bisognerebbe invece sviluppare il pensiero critico, di cui i test INVALSI sarebbero la negazione.

4. La misurazione operata dall’INVALSI non terrebbe conto delle differenze tra i diversi contesti scolastici (Don Milani è chiamato in causa a sproposito per un argomento ad verecundiam, cioè l’autorità indiscutibile, citata all’inizio dell’articolo).

5. I dati dovrebbero essere incrociati in modo diverso: strato sociale (“classe”, diceva Marx), magari origine etnica, tipologia di scuola frequentata ecc., e non solo distinti per regione.
6. Se i test INVALSI fossero usati per una maturità uguale per tutti (terza prova, attualmente elaborata dalla commissione d’esame in modo diverso da classe a classe, non nel senso di Marx) questo sarebbe sbagliato, perché a) si cancellerebbe la libertà di insegnamento e perché b) essendo i programmi svolti diversi da quelli ufficiali (consigliati e non obbligatori), gli studenti non sarebbero in grado di rispondere.
7. Il metodo è centralizzato e burocratizzato, quindi inefficace.

Direi che può bastare. Proviamo a replicare.

Innanzi tutto vediamo i punti 1) e 2). Di solito, con “aziendalismo” o mentalità aziendale si intende non il nozionismo, di cui si accusano i test invalsi, bensì l’attenzione incentrata sulle competenze. Sì, l’esatto contrario: la misurazione delle competenze è, semmai, “aziendalismo”, perché le aziende, più che alle nozioni, (la “cultura di base”), sono interessate all’efficienza e alle competenze, al saper fare. Emerge dunque una contraddizione, perché o i test sono nozionistici, e quindi non aziendalistici, oppure sono aziendalistici, e quindi basati sulle competenze, non sul nozionismo. Che siano nozionistici e aziendalistici al contempo, invece, non sembra possibile.  Forse, volendo criticare a spada tratta, si esagera un po’. Ma come stanno davvero le cose?

Ho già scritto (vedi qui), rinviando anche alla pagina dell’INVALSI (con modelli di domande), che qui si misurano le competenze (ancora non è stato dimostrato, con un’analisi, che quelle domande non sono sulle competenze). Per quello che può valere la mia opinione, da osservatore INVALSI ho avuto l’impressione, confermata da una discussione con gli studenti, che anche loro condividessero questa posizione. Per intenderci: se in un test invalsi chiedessimo quando è nato Manzoni, o che cos’è il pessimismo storico di Leopardi, questo sì che sarebbe nozionismo (e infatti sono di questo tenore le domande di maturità che mi tocca subire da parte di alcuni colleghi), ma non è quello che chiede l’INVALSI, dove si tratta: a) di applicare regole che si dovrebbero conoscere (ma se non sono conosciute, o non possono essere presupposte, vengono fornite con le domande: altro che nozionismo); b) di risolvere problemi; c) di interpretare correttamente i testi forniti ecc. ecc. Se anche non apprezziamo questo metodo, almeno non confondiamo la definizione di nozionismo chiamando così un test sulle competenze, che è ciò che affligge da tempo la scuola italiana, e che l’INVALSI cerca di cambiare (o almeno ci prova).

Non essendo particolarmente credente, non temo neanche il diavolo “aziendalismo”, e mi limito a verificare empiricamente se certe operazioni o trasformazioni didattiche risultano efficaci per sviluppare l’attitudine “critica” degli studenti. Se si dovrà poi essere “di sinistra” nel campo della didattica lo si stabilirà sulla base delle argomentazioni e delle prove, cioè dei risultati. Ma che cosa sia la sinistra in campo didattico mi piacerebbe ridefinirlo senza usare sempre (e solo) Don Milani in modo acritico. E sì, perché qui “pensiero critico” (il terzo punto) diventa in realtà “critica sulla base di motivazioni ideologiche mistificando la realtà”. Invece, il pensiero critico dovrebbe forse essere: “mettere in discussione la propria posizione e rafforzare quella dell’avversario per cercare insieme la risposta a una domanda”. Chiedo troppo?

Sul punto 4): l’INVALSI ha in effetti la finalità di capire quando (e dove) gli obiettivi minimi in termini di competenze non vengono raggiunti. Per intenderci, e per fare un esempio che non va bene perché l’inglese non è certiticato dall’INVALSI: se abbiamo un livello B2 (avanzato o quasi) in lingua inglese certificato da una scuola, mentre gli studenti di questa scuola ottengono risultati di livello A1 (cioè principianti assoluti) presso un ente esterno certificatore (per esempio, il British Council di Milano), allora questa scuola lavora male e gli studenti, in pratica, non hanno le competenze certificate. Non mi sembra una soluzione malvagia. A questo punto la scuola dovrebbe iniziare a lavorare per migliorarsi. Perciò, per replicare anche al punto 5), non è impossibile leggerli diversamente, visto che vengono raccolti vari dati, anche se per ora non si è fatto.

Sul punto 6) basterà dire che anche la prima prova, la seconda prova, l’eventuale quarta prova (del progetto ESABAC) e simili amenità sono nazionali, benché i programmi siano differenziati. Inoltre, per quanto sia vero che i programmi sono liberi, esistono tuttavia indicazioni di massima (poi rielaborate in ogni scuola seria a livello di dipartimento disciplinare) sui contenuti e sulle competenze da raggiungere alla fine di ogni anno. O facciamo solo finta di lavorarci? Dunque, una prova comune su contenuti e competenze minime delle discipline studiate, magari diverse in diversi ordini di scuola, potrebbe non essere fuori luogo, né una novità assoluta. Anche perché un minimo di competenze e saperi le dovremo pur fornire ai nostri studenti. Altrimenti che lavoro facciamo in classe? E, aggiungo, se non lavoriamo bene i nostri studenti (che da noi non imparano nulla) hanno anche il diritto di lamentarsi. La libertà di insegnamento, inoltre, non andrebbe intesa nel senso di fare il proprio comodo. Ci sono alcune cose che gli studenti devono imparare, sul resto discutiamo insieme.

Condivido, purtroppo, il punto 7), ma non so ancora come si possa uscire dalle sabbie mobili del sistema Italia, che è proprio così: centralizzato e burocratizzato, aziendalmente inefficiente sia quando è “di destra” che quando è ”di sinistra”, sia quando è “padano” sia quando è „pentastellato“. Quindi mi mordo la lingua.

Concludo dicendo che, a differenza dell’autrice del bel testo che ho preso di mira per stimolare una discussione, non insegno a Caltanissetta, bensì a Milano. Non sono dell’idea che tutte le scuole “del Nord” siano migliori di tutte quelle “del Meridione”, anzi (ho insegnato e ho esaminato in scuole molto diversificate tra di loro). I dati INVALSI forniscono una valutazione statistica generica, certo. Quando però da una scuola privata milanese, o da una scuola statale di Catania o di Cagliari (non parlerò qui degli alunni stranieri) mi arrivano studenti che non hanno competenze corrispondenti all’anno frequentato e alla tipologia di scuola frequentata, benché abbiano voti altissimi, mi chiedo: come mai? E perché non se lo chiedono i docenti e i dirigenti di queste scuole? Poi, noi adottiamo la normativa sui Bisogni Educativi Speciali (motivi sociali, culturali, economici, linguistici ecc. ecc.) anche per loro e, con programmi differenziati, corsi di recupero, studio tra pari ecc. tentiamo disperatamente di aiutarli.
Techne Maieutike
P.S. (a scanso di equivoci): Ho parlato di luoghi comuni senza intento denigratorio, in quanto si tratta di posizioni largamente condivise da colleghi e colleghe (anche se le ritengo infondate o fondate in modo non del tutto appropriato). Se vogliamo lavorare insieme alla riforma della scuola… sono qui.

TAG: invalsi: una replica
CAT: scuola

3 Commenti

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  1. camillo-fiorito 4 anni fa
    Ho letto anche il post che lei critica. Premetto che non sono né insegnante, né genitore di figli che vanno a scuola. Quindi dell'INVALSI ho solo una idea confusa. Penso che non sia sbagliato condurre un test "asettico", standardizzato, se si vuol ottenere un'idea della capacità generale di apprendimento degli studenti. Tuttavia è vero che ci sono differenze sociali che incidono sulla performarce dei singoli studenti, come lei ben sa, quindi INVALSI non sarà mai un reale indicatore né di nozionismo, né di competenze, né di capacità di risolvere problemi. Infatti, questi giudizi sono dati a livello di ciascuna scuola, di ciascuna classe, tenendo conto di vari parametri. Neanche la capacità di insegnare dei docenti è misurabile dalle performance degli studenti che si sottopongono all'INVALSI. Secondo me i Test INVALSI sono utili, invece, per avere il polso della Scuola Italiana nel suo complesso, cioè - ad esempio - capire se le riforme succedutesi alla vecchia Riforma Gentile (quella con cui ho studiato io sino all'Università), abbiano migliorato o meno il livello culturale e di conoscenze di base degli studenti.
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    1. andrea.gilardoni 4 anni fa
      Grazie della replica. Però guardi che i dati INVALSI sono anche disaggregati. Proprio per questo alcune critiche non colgono proprio nel segno. Se ha tempo, può guardare il sito ufficiale.
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    2. andrea.gilardoni 4 anni fa
      Vorrei un chiarimento sul commento, però. Non mi è chiaro come mai se ci sono differenze sociali che incidono sulla prestazione degli studenti allora gli indicatori non misurano né il nozionismo né le competenze né il problem solving. In realtà, a seconda delle domande, possiamo misurare benissimo questi elementi. E, individuando le differenze di cui lei parla possiamo anche ricavarne alcune conclusioni, per esempio, che a scuola i figli riproducono i risultati dei genitori (per lo più). In effetti queste sembrano essere le conclusioni delle ultime indagini. Se si proviene da una famiglia di persone colte sarà più probabile avere ottimi risultati e viceversa, salvo eccezioni dovute a particolari progetti e notevole impegno dei docenti (come talvolta accade). Queste eccezioni, speriamo sempre più numerose, andrebbero studiate con attenzione.
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