Con quale No dialogare per strutturare il Sì

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7 Dicembre 2016

L’analisi della sconfitta referendaria sta già avvenendo e per fortuna la chiarezza del risultato facilita il lavoro. Tra poco ci sarà un’importante direzione nazionale del Pd che produrrà altrettanta limpidezza, almeno nelle speranze. Matteo Renzi in questo è stato coerente, lasciando immediatamente il campo libero dal ruolo di Premier, ed oggi alle 19 ci saranno le dimissioni ufficiali. Ecco il primo giusto segnale dato ai 13.4 milioni di elettori che hanno sposato la proposta riformista avanzata dal Pd e dal governo ora uscente. Quello non è un voto “proprietà di Renzi”, ma l’espressione popolare di una richiesta di cambiamento di cui l’Italia ha impellente bisogno, almeno secondo quegli elettori.

I primi retroscena e le prime prospettive post-referendarie sono un ulteriore passo per rispettare le sensibilità del fronte del Sì. Una legislatura nata azzoppata che aveva un senso come strumento per le riforme di sistema, legge elettorale e revisione costituzionale. Il popolo ha deciso democraticamente che le proposte realizzate non erano quelle gradite, quindi ora si è conclusa la necessità per questo parlamento di proseguire fino a naturale scadenza. Riuscire a portare il Paese al voto al massimo in primavera è un obiettivo inderogabile, non possono esistere traccheggiamenti e fumose operazioni di Palazzo.

Nel frattempo si deve dialogare e riconoscere responsabilità al fronte vittorioso del No (come fin dalla sera del voto Renzi ha spiegato), grazie all’indizione del congresso straordinario del Pd ed alla formulazione di una legge elettorale condivisa, proprio sulle proposte che il variegato fronte del No saprà avanzare. E qui già cascherà l’asino, rendendo evidente come tutti quei partiti e movimenti non hanno posizioni comuni e conciliabili. Un’operazione di ulteriore chiarezza di cui il Paese deve essere conscio.

Il congresso del Pd dunque sarà l’appuntamento decisivo, che permetterà il ritorno al dialogo costruttivo tra i sostenitori del Sì e quelle ragioni del No che hanno urlato il loro grido di protesta verso l’attuale assetto sociale e politico del Paese, avendo l’umiltà e la responsabilità di ascoltarle. Ecco alcune limpide proposte su cui confrontarsi:

una legge elettorale che garantisca la giusta rappresentatività di tutte le forze politiche, copiando il sistema elettorale tedesco. Solo con l’accordo di tutte le altre forze politiche sarà possibile approvare invece una legge di stampo maggioritario.

proporre in futuro revisioni costituzionali che rispettino fino in fondo l’art.138 e quindi ottengano il consenso quasi unanime del Parlamento, senza più passare per la verifica referendaria.

una rifondazione del partito e della suo funzionamento con l’elezione diretta del ticket segretario-candidato premier e vicesegretario-responsabile dell’organizzazione che non può assumere ruoli di governo, rimanendo concentrato e dedicato sul partito.

indicare modelli organizzativi che superino le attuali macerie, lasciate in mano a cordate correntizie locali o a veri e propri cacicchi. Fabrizio Barca ha avanzato un modello alternativo da cui prendere spunto.

superare il meccanismo dei ballottaggi “1vs1” in tutti i sistemi elettorali, che sono usati surrettiziamente e strumentalmente dalle forze politiche e sociali per colpire il governo di turno. E’ diventato infatti un inquinamento della libera espressione dei cittadini-elettori.

per dare una risposta allo schiaffo ricevuto dall’elettorato giovanile, proporre l’abrogazione della disciplina dei voucher e chiarire con massimo 3-4 forme di contratto la diversa flessibilità del mercato del lavoro, rendendo prevalente il contratto a tempo indeterminato grazie ad una forte detassazione e decontribuzione.

la crisi del Sud che il governo aveva tentato di affrontare con i “patti territoriali” tra le varie istituzioni dello Stato deve essere aggredita con un vero e proprio New Deal, in grado di mobilitare risorse certe e continue su infrastrutture, banda larga, bonifiche ambientali e progetti contro il dissesto idrogeologico. Investimenti labour intensive per miliardi di euro che ne devono mobilitare altri da parte dell’imprenditoria privata.

un piano quinquennale di ricambio generazionale nella P.A. con il pre-pensionamento di 200.000 lavoratori sostituiti con 200.000 giovani competenti nei settori della rivoluzione digitale e della gestione manageriale riguardo le risorse dello Stato, con l’obiettivo di ammodernarlo. Si parla quindi di ingegneri, economisti, architetti, matematici ed altre professionalità altamente specializzate.

una posizione europea di chiaro ed inequivocabile superamento delle dottrine dell’austerity. Se non è possibile, rompere gli equilibri continentali e provocare il superamento degli attuali assetti comunitari.

Su queste proposte il confronto tra le anime del Pd dovrà misurarsi, pesando le proprie forze. E agli esiti del responso popolare delle primarie non sarà più possibile replicare comportamenti e modalità di confronto interno come quelli vissuti in questi anni di segreteria Renzi, una vera e propria anarchia sistemica che è stata un fattore determinante per l’esito referendario di domenica scorsa.

TAG: Bersani, D'Alema, Fronte del Sì, Matteo Renzi, partito democratico, Pd, politica, referendum, sconfitta, Si, Unione europea
CAT: Governo, Partiti e politici

Un commento

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  1. alding 4 anni fa

    Caro Jacopo. Sono d’accordo su quasi tutto.
    Escludo però categoricamente il penultimo punto, ovvero la “sostituzione di 200.000 lavoratori (?) della PA con altrettanti giovani competenti”. Sono infatti certo che giovani competenti (o comunque intelligenti e volonterosi) ce ne sono già nella PA: bisogna completare la loro formazione e dare loro spazio, spazzando invece via letteralmente 200.000 (ma solo per incominciare) personaggi della PA che non lavorano o, se lo fanno (comunque al rallentatore), costruiscono soltanto burocrazia lenta e farraginosa che frena il lavoro di decine di milioni di Italiani. L’Italia ha bisogno di flessibilità, di iniziative – talvolta magari anche emendabili – per rinascere. Sono certo che se dimezzassimo la PA, l’Italia diverrebbe la prima forza europea nell’economia, nella ricerca, nella formazione, etc.

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