Il tetto all’indennizzo, ecco la vera iniquità del Jobs Act

1 Gennaio 2015

Ci sono strade che portano a luoghi che non avresti mai sognato, e ragionamenti che portano a conclusioni che mai ti saresti aspettato. Capita se utilizziamo i criteri e concetti delle discipline attuariali e della gestione del rischio per analizzare il punto saliente del Jobs Act, la questione dell’indennizzo. Capita lo strano miracolo che utilizzando concetti tipici dell’economia di mercato come quello di valore equo e dei diritti di opzione si arrivi a conclusioni che sono più a sinistra di Fidel Castro. E alla fine scopriamo una strana singolarità del ragionamento economico, e una domanda sulla quale le ali più intransigenti di eserciti opposti, il liberismo e il sindacalismo, si incontrano e concordano: perché c’è bisogno di un tetto all’indennizzo per licenziamento?

Per entrare nel linguaggio e nel modo di ragionare di uno che fa il mio mestiere, partiamo da una notizia che è comparsa sulla stampa questa estate. Nel rinnovo del contratto con i propri dipendenti, la catena di gelaterie GROM ha previsto che i dipendenti chiuderanno i negozi nei giorni di pioggia e sostituiranno il lavoro in quei giorni con lavoro in altrettanti giorni di sole. Che ne pensate? E’ un contratto equo? Il ragionamento di un attuarlo o di un risk-manager è semplice. I commessi GROM hanno venduto ai proprietari di GROM un’assicurazione contro il calo delle vendite di gelati nei giorni di pioggia. Tecnicamente, tra l’altro, questa assicurazione prende la forma di un contratto derivato abbastanza noto, che fa parte di una categoria chiamata “weather derivative”. GROM avrebbe potuto comprare la stessa assicurazione da una banca di investimento, pagando il costo equo più le commissioni. Invece, l’ha comprata dai suoi dipendenti e solleva la domanda: l’avrà pagata il costo equo?

Questo esempio mette in luce che relazioni di lavoro, così come quelle di tipo finanziario, prevedono la ripartizione di rischi e la retribuzione di questi rischi a favore di chi li sopporta. Il più incallito dei liberisti si troverebbe d’accordo con il più intransigente difensore degli interessi dei lavoratori nel riconoscere che i proprietari di GROM avrebbero dovuto riconoscere ai loro dipendenti un aumento di stipendio comparabile con il prezzo che avrebbero dovuto sborsare per comprare sul mercato la stessa assicurazione contro la pioggia. Ed è sicuro che a nessuno verrebbe in mente di fissare per legge un limite di prezzo per i giorni di pioggia.

Se ci riflettete un attimo, vi rendete conto che la questione dell’indennizzo per il licenziamento prevista nel Jobs Act non è molto lontana di quella dei gelati GROM. E’ una questione di prezzo e di valore equo, e  ci condurrà alla domanda: perché fissare per legge un tetto all’indennizzo economico per il licenziamento? In più, ci porterà ad apprezzare una iniquità antica, che ha il sapore delle ideologie dei secoli passati: l’iniquità tra lavoro e capitale, o, in termini moderni, tra capitale umano e capitale finanziario.

Per capire la differenza di trattamento tra capitale umano e finanziario consideriamo un prototipo semplice, un modello. E se c’è qualche studente brillante in cerca di tesi, prenda nota, perché il modello potrebbe vestirsi di numeri e magari partorire addirittura una misura dell’iniquità. Nel modello ci sono tre individui: il Buono, il Brutto e il Cattivo. L’imprenditore è il Buono, è quello che ha l’idea, e, come nel film di Sergio Leone, alla fine si rivelerà il più furbo e si approprierà del malloppo.

Il Buono ha un progetto imprenditoriale che durerà, diciamo, venti anni. Il Brutto, con mani nodose, in questo progetto mette i suoi muscoli e la sua mente: mette il capitale umano. Presta la sua opera in cambio di un flusso di pagamenti che rappresentano il salario. Infine, il Cattivo fornisce il capitale finanziario. Fornisce un prestito, o un mutuo, in cambio del pagamento di un flusso di interessi per un periodo prestabilito, diciamo venti anni.

In un modello di economia molto semplice, il Brutto e il Cattivo hanno in comune il fatto che la loro retribuzione non è legata al successo del progetto imprenditoriale del Buono. Se il progetto va bene o benissimo, i titolari del capitale umano e finanziario riceveranno lo stesso pagamento di salario e interessi. L’unico caso in cui la loro retribuzione è legata al progetto è quando questo va male. Allora finiscono all’inferno con l’imprenditore e subentrano ad esso nella proprietà  dell’impresa. Ovviamente, la realtà è più complessa, e in una società moderna bricioli di proprietà arrivano anche ai lavoratori e agli obbligazionisti, ma sotto questo profilo, almeno per quanto riguarda il Brutto, la nostra economia e molto vicina a quella semplice dei libri di testo.

Veniamo alle differenze di trattamento tra il Brutto e il Cattivo, e come queste siano accentuate dal Jobs Act. La differenza tradizionale è che il Cattivo è libero di chiedere all’imprenditore un premio per il rischio che il progetto vada male. Il Brutto no: presta la sua opera per la retribuzione prevista dal contratto, indipendentemente dal grado di rischio dell’azienda per cui lavora. A questo oggi il Jobs Act aggiunge un’iniquità in più. L’imprenditore non è libero di recedere dal finanziamento, e rendere il capitale finanziario in tutto o in parte con un semplice cenno di ringraziamento e ignorando gli interessi futuri. Può ricomprarselo, pagando in questo modo il valore scontato degli interessi futuri, oppure può prevedere, nel contratto di finanziamento originario, una clausola di estinzione anticipata, che si chiama “callability”, nei prestiti alle imprese, o “prepayment”  nei mutui alla clientela.

Per il capitale umano è diverso. Il dibattito si è imperniato sulla liceità o meno del licenziamento, quello che Ichino chiama “diritto di recesso da parte del datore di lavoro”. Questa domanda non avrebbe un senso per un contratto finanziario: basta trovarsi d’accordo su come scontare i flussi futuri e si può sempre uscire da un contratto. La domanda ha invece un senso nel caso del capitale umano, perché questo, a differenza di quello finanziario, è meno versatile o, come si dice nel linguaggio dei mercati finanziari, meno liquido. In altri termini, il riutilizzo del capitale umano richiede un “costo di sostituzione” che è molto più elevato e incerto di quello di un contratto finanziario. Quello che è invece assurdo è che a questo costo di sostituzione si attribuisca un tetto massimo, fissato per legge e per tutti.

Ecco il paradosso. Che senso avrebbe prevedere che un prestito finanziario possa essere estinto prima della scadenza pagando massimo due anni di interessi? Nessuno. E in più avrebbe l’effetto di garantire un’opzione a favore di chi prende a prestito. Ed è certo che chi vi presta il capitale finanziario vi farebbe pagare questa opzione di “prepayment”, aggiungendone il costo agli interessi. Invece, si discute con profusione di argomenti sulla questione se un certo limite all’indennizzo sia equo o meno, senza chiedersi se sia equo prevedere del tutto un limite all’indennizzo. E se il costo di sostituzione del capitale umano è più elevato e incerto di  quello finanziario, porre per legge un limite all’indennizzo è ancora più iniquo di quanto lo sarebbe per il capitale finanziario stesso.

In conclusione, il Jobs Act è un trasferimento di ricchezza dai lavoratori alle imprese. E il motivo non è nella previsione di licenziamento, ma proprio nell’esistenza di un tetto all’indennizzo, che fa sì che a questo trasferimento si possa addirittura dare un valore attuariale caso per caso utilizzando la teoria delle opzioni. E’ il valore dell’opzione che l’imprenditore ha, ogni anno, di recedere dal contratto se il valore economico di tale recesso è superiore al limite di indennizzo previsto: un po’ come il costo dei giorni di pioggia per GROM. Ed è questo che peggiora la situazione attuale, nella quale, anche in presenza dell’articolo 18, la negoziazione del diritto di recesso veniva effettuata senza la previsione di alcun limite di legge. Garantita la possibilità di licenziare, sfugge quale sia la necessità di garantire anche un tetto all’indennizzo. Che sia l’imprenditore il contraente debole da difendere? Se è così, il minimo che si possa dire è che la sinistra è davvero cambiata.

TAG: Jobs Act, Lavoro e capitale, Opzioni, Ripartizione del rischio
CAT: Imprenditori

2 Commenti

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  1. michele-piccardo 6 anni fa

    mi pare che la conclusione sia un po’ semplicistica o “troppo buona”; il fatto è che tutto questo sta nell’area della destra e la sinistra tace in nome della governabilità dando così ragione a chi sostiene che la sinistra non sa governare e così si chiude il cerchio. si è passati dall’idea buona, ma difficile di un grande come Enrico Berlinguer che voleva mettere insieme culture diverse agli accordi di basso profilo su interessi di corto respiro cancellando una delle ‘culture’ in campo

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  2. Leggo adesso l’articolo di Andrea Cherubini. Devo dire che ha esattamente predetto quello che sarebbe successo circa due mesi dopo. Il tetto all’indennizzo – 24 mesi al massimo di stipendio – non può infatti essere superato, anche se il lavoratore è stato nella stessa azienda per 24 anni. Questo mette l’imprenditore in una posizione di certezza: sa che il rischio economico di un licenziamento vale “al massimo” 24 mensilità.
    Facili, molto facili. I calcoli sono diventati molto facili.

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