La Fede e l’inganno, la tragedia dei monfalconesi

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11 settembre 2019

Il 10 febbraio 1947 si consumò una delle più drammatiche vicende del secondo dopoguerra, la città di Pola veniva consegnata ai comunisti titini che, già da due anni, si erano macchiati di riprovevoli atti di disumanità nei confronti delle popolazioni italiane residenti nell’Istria.

In conseguenza di quel passaggio, gran parte della popolazione decide di abbandonare la città per trasferirsi in Italia. Fra questi, abbandonano l’Istria anche gran parte dei lavoratori addetti ai cantieri navali di Pola e di Fiume bloccandone le attività.

Il problema viene sottoposto ai vertici comunisti che non trovano di meglio che rivolgersi ai comunisti italiani per avere una mano d’aiuto.

E qui entrano in gioco i lavoratori dei grandi cantieri di Monfalcone, in gran parte comunisti e intossicati dalle ideologie marxiste.

Su di essi la parte del sindacato di sinistra ha buon gioco, lasciare un paese che è ormai indirizzato verso una democrazia di stampo occidentale e andare a dare una mano ai fratelli comunisti Jugoslavi diventa punto d’onore.

Fanatizzati ed enfatizzati, ben duemila lavoratori di Monfalcone, cui si uniscono un altro migliaio di cittadini convinti di fare la scelta giusta, lasciano l’Italia e carichi di passioni positive, passano il confine e si mettono al servizio dei fratelli(sic!) rossi che non solo si sono annessi quelle terre ma che hanno instaurato un regime di terrore nei confronti dei pochi italiani rimasti.

Inizialmente, le cose non vanno male, l’accoglienza ricevuta dai lavoratori emigrati, in particolare a Fiume e a Pola, fu senz’altro positiva. I lavoratori singoli furono alloggiati nei grandi alberghi delle due cittadine costiere, mentre alle famiglie furono assegnate delle abitazioni dignitose, spesso case lasciate vuote da coloro che si dirigevano verso l’Italia.

Un trattamento di tutto rispetto che galvanizzò ancor di più i nuovi arrivati. Possiamo, dunque, immaginare questi nuovi venuti mostrare magari disprezzo per quanti loro connazionali non riuscivano a rendersi conto della fortuna di vivere in un Paese dove si realizzava quell’eguaglianza sociale agognata dagli spiriti più elevati. Proprio la passione politica trasforma questi lavoratori in veri e propri Stakanovisti, gli indici di produttività furono infatti altissimi.

Ma a fronte di questa soddisfazione la disillusione stava dietro la porta.

Tra il gennaio e il febbraio del 1948, il dittatore Tito prende le distanze da Stalin, il vero capo del comunismo internazionale. Un trauma che si trasforma in dramma per quanti avrebbero preferito mantenere l’unità del mondo comunista.

Tito apre a questo punto un nuovo capitolo del suo volto persecutorio. Si susseguono gli arresti, i campi di concentramento accolgono in condizioni disumane oppositori e sospetti oppositori del regime. Una vera e propria caccia alle streghe i cui esiti sono facilmente immaginabili.

Ed i lavoratori arrivati da Monfalcone ?

E’ evidente che tutto quanto stava accadendo appariva per loro incomprensibile, la rottura di Tito riusciva loro incomprensibile, Stalin aveva assunto per questi comunisti una dimensione sacrale, un dio in terra. Tutto questo fece montare il dissenso, si determinava una situazione che le autorità titine non poteva accettare.

A questo punto per questi lavoratori inizia una tragica odissea. La maggior parte di essi vengono messi nelle condizioni di non nuocere, furono infatti avviati ai campi di concentramento trattati come nemici del popolo.

Circa trecento vengono reclusi a nell’inferno di Goli Otok (l’isola Calva) in un terribile lager che non aveva nulla da invidiare a quelli nazisti. Nel lager si istigava alla violenza, si favoriva lo scontro fra prigionieri, si praticavano le più raffinate torture.

Alla terribile esperienza di Goli Otok ben pochi sopravvivono. Una tragedia che non trova in Italia un cenno di solidarietà, né un minimo di aiuto nei compagni italiani. Il partito di Togliatti stende un pesante velo di silenzio su questa storia drammatica, non si vuole infatti che possa essere sfruttata politicamente dagli avversari.

Una tragedia che si conclude a meta anni cinquanta quando, morto Stalin, c’è un riavvicinamento fra Jugoslavia e URSS. Si svolge allora un controesodo, questi lavoratori rientrano ma, tragedia nella tragedia, non riescono a trovare lavoro per molti, traditi dal partito e dai sindacati di sinistra, non restò che la via dell’emigrazione verso quei paesi capitalisti borghesi che fino a qualche anno prima consideravano detestabili luoghi di sfruttamento e di mortificazione della dignità del lavoratore.

TAG: Pola e Fiume, politica PCI, Questione giuliana, seconda dopoguerra, Stalin, TIto
CAT: Storia

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