GLI UNDER 35 ITALIANI STRANGOLATI DALLA CULTURA MAFIOSA

23 ottobre 2016

E’ uscito un nuovo studio statistico, l’ennesimo, che rivela come il 67% degli under 35 italiani, impropriamente definiti “giovani”, viva ancora in famiglia. Anzi, “preferisca” vivere in famiglia, per dirla con Repubblica.

Prima che gli attempati opinionisti delle TV e dei giornaloni si scatenino con la solita trafila di insulti – “choosy”, “bamboccioni”, “mammoni” – provo a batterli sul tempo mentre loro sono al ristorante a ordinare il bollito, partendo dalla mia esperienza personale di lavoratore italiano in partita IVA under 35.

Qualche anno fa, dopo il decennio passato a scrivere per il noto programma televisivo satirico, decido di investire i miei risparmi  e di frequentare un corso di laurea in regia cinematografica a New York.

Durante il corso, insieme a un amico, scrivo il soggetto e la sceneggiatura di una web serie, che propongo a una casa di produzione italiana, che decide di produrre la puntata. Io e il mio amico non percepiamo nulla – cosa che lascia di stucco i miei compagni di corso in America (“Really? Is that legal?”) – ma almeno, una volta realizzata, la puntata ottiene un discreto successo tanto da suscitare l’attenzione di un importante dirigente di un network televisivo.

Costui mi telefona per esprimermi il suo interesse a produrre una prima stagione della serie.  Con entusiasmo, metto il contatto il dirigente e la casa di produzione e attendo. Purtroppo la telefonata sperata non arriva.

Tuttavia mesi dopo, per caso, vengo a sapere che la casa di produzione ha, a mia insaputa, proposto al dirigente di affidare il progetto a un altro regista, una persona che, a loro dire, ha “la giusta esperienza per portarsela a casa”. Insomma: non conta che il progetto sia ideato, scritto e diretto dal sottoscritto e dal suo amico; non conta che la puntata abbia avuto successo e sia stata in grado di interessare il dirigente; e nemmeno conta che questo nuovo regista, degli elementi fondamentali della  serie in oggetto non sappia assolutamente nulla (storie dei personaggi, archi, colpi di scena, tutto quell’armamentario narrativo su cui si basa una serie TV). L’unica cosa che conta e’ che questo tizio abbia dieci anni più’ del sottoscritto e del suo amico.

Passano gli anni.

Il sottoscritto ormai rientra per un pelo nella categoria “under 35”. Nel frattempo si e’ laureato, il suo cortometraggio di tesi ha vinto, in Messico, uno dei 50 festival più importanti al mondo ed e’ stato nominato finalista a Roma ai Nastri d’Argento 2016 (cosa che porta in dote – grazie ai bizantinismi burocratici italiani – lo status di “artista” le cui  opere sono, secondo il Ministero, meritevoli di “interesse culturale”).

Per mesi lavoro all’adattamento italiano di una popolare serie TV newyorkese con al centro la marijuana (High Maintenance) che chiamo “Produzione Propria”. Dopo 4 mesi porto i risultati del mio lavoro (un trattamento del programma con forti elementi di originalita’ rispetto alla versione americana e tre sceneggiature originali) a un produttore italiano che, entusiasta, dice che cercherà un editore per produrre la serie.

Passa un anno, un anno che di fatto trascorro nei pressi del telefono, sperando che prima o poi arrivi la chiamata giusta. E la chiamata finalmente arriva: un network vuole produrre la puntata pilota. Ancora una volta, di soldi non si parla (e i miei compagni di corso americani, più giovani di me e gia’ lanciati verso carriere che li hanno spinti fino a Games of Thrones insistono nel Really? Is that legal?) ma a me non frega nulla, l’occasione e’ troppo importante.

Si arriva cosi’ a una riunione tra vari soggetti dove scopro che nessuno dei presenti ha letto quanto da me scritto, neppure l’originale produttore cui parlai per primo della serie americana (e che, prima che glielo dicessi io, di quella serie non aveva mai sentito parlare). Eppure, sono tutti concordi su un punto: bisogna trovare qualcuno che si occupi di scrivere la serie, qualcuno “con la giusta esperienza”.

Le successive settimane le trascorro cercando di capire cosa non vada nel materiale da me prodotto, offrendomi di correggerlo, senza ottenere risposta. Poi ricevo una telefona dove mi dicono che “la persona” con “la giusta esperienza” e’ stata trovata: ha, manco a dirlo, dieci anni più’ di me, e sta lavorando a una puntata pilota che ribalta completamente la mia visione della serie. Chiedo in cosa tale visioni non funzioni, e di nuovo nessuno mi risponde.

Telefono allora al produttore, dicendo che sono ovviamente disposto ad accettare la presenza di altri professionisti (che di tutto questo, e’ bene specificare, non sanno nulla) e a confrontarmi, ma che io voglio lavorare al mio programma, a Produzione Propria, il risultato del mio lavoro per il quale tutta questa macchina si e’ messa in moto, e non a qualcosa che con Produzione Propria ha pochissimo o nulla a che fare.

La risposta e’, testuale, “Ma tu chi cazzo sei?”

Ed e’ proprio questa la chiave di volta che mi illumina.

Ma tu chi cazzo sei e’ esattamente quello che la stragrande maggioranza di chi ha meno di 35 anni e sta leggendo in questo momento si e’ sentita dire ogni qual volta abbia provato a costruire o ad affermare la propria professionalità in Italia, qualunque fosse l’ambito professionale di riferimento.

A volte ma tu chi cazzo sei e’ gridato addosso, come accaduto al sottoscritto; altre volte e’ un sottotesto, un sottinteso, un qualcosa che nemmeno vale la pena dire, tanto e’ ovvio e pacifico a tutti.

Non conta quanti titoli di studio hai appesi in camera, e non conta quale sia la tua esperienza e quanti allori e risultati puoi avere conseguito. E non serve nemmeno investire nella formazione, studiare per restare aggiornati, accumulare quante piu’ conoscenze possibili. Perche’ a nessuno importa nulla. Perche’ quel ma tu chi cazzo sei viene da lontano, da lontanissimo, fa parte delle radici stesse su cui poggia il nostro Paese.

La mafia e’ un’organizzazione criminale pericolosa, di cui fanno parte in pochi ma i cui terribili effetti riguardano molti. La cultura mafiosa, invece, e’ il collante che tiene insieme il Paese da Nord a Sud, tutti vi partecipano e tutti ne subiscono gli altrettanto terribili effetti. E’ quell’atteggiamento mentale, quell’italico riflesso pavloviano per cui se devo affidare un lavoro a qualcuno in grado di produrre un valore economico, io non mi affido al mercato e ai criteri di professionalità, ma mi affido – completamente al buio – all’amico o all’amico dell’amico o all’amico dell’amico dell’amico in modo che costui, in seguito, sara’ in debito con me e mi dovrà restituire il favore.

E se tu hai meno di 35 anni diventi immediatamente il principale bersaglio di tale cultura, perché’ la tua influenza nella società e’ per forza di cose limitata – e a nessuno conviene essere in credito con te per un favore da chiederti poi.  A patto che, ovviamente, tu non sia “figlio di…” qualcuno: allora certo, le cose cambiano, perché quel favore non sarai tu a doverlo restituire ma la tua famiglia.

Purtroppo, dentro quel 67% di under 35 costretti a vivere con i genitori, di Facchinetti e compagnia cantante (male) non ce n’e’ nemmeno uno. Ci sono invece centinaia di migliaia di uomini e di donne – che solo in Italia subiscono l’onta ulteriore di essere chiamati, a 35 anni, “ragazzi” – che non hanno spazio per diventare “professionisti” non per demeriti ma perché’ non sono in grado di fare favori a nessuno.

La mia generazione ha perso cantava Giorgio Gaber. La mia generazione, invece, non ha ne’ vinto, ne’ perso: semplicemente non ha mai giocato, perché quella di prima si e’ portata via il pallone.

La mafia, con intimidazioni e bombe, come una piovra condiziona la vita delle persone; la cultura mafiosa invece e’ un vecchio pitone pasciuto che ti si stringe attorno al collo. Se provi a muoverti, ti strangola. Cosi’ altro non puoi fare che restare fermo anno dopo anno, sveglio la notte a chiederti quando arrivera’ quell’opportunita’ che non arriva. E nel frattempo sei obbligato a scelte sempre più di retroguardia, a sognare come massimo obiettivo la sopravvivenza, mentre le generazioni precedenti ti lanciano quei pochi spicci come fossero ossa lanciate ai cani alla fine di un banchetto, pretendendo in cambio un ossequioso bacio della pantofola.

E in ultimo ti devi sopportare una selva di mummie sopravvissute al ’68 che sui media o nelle Istituzioni se sei uomo ti chiamano mammone o bamboccione, se sei donna ti sventolano una clessidra sotto il naso, chiedendoti perché non ti sei ancora decisa a fare un figlio, quando tu e’ gia’ tanto se sai cosa farai da qui a tre mesi, vista la natura del tuo contratto di lavoro.

Così, mentre il Governo preannuncia nuove elargizioni ai pensionati, mentre tra i primi Paesi fornitori di immigrati all’Australia c’e’ l’Italia, mentre il tempo passa e ne abbiamo ormai quasi 40, ci si chiede se non sia finalmente giunto il momento di strappargli dai piedi la pantofola, tirargliela in faccia e cominciare finalmente a ribellarci.

P.S. Grazie a chi ha votato e votera’ l’articolo “La vignetta di Charlie Hebdo spiegata a mia madre” ai Macchianera awards 2016.

 

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CAT: costumi sociali

11 Commenti

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  1. mario18 11 mesi fa
    Chi sei tu che così protetto dalle tenebre urli che l'Imperatore è nudo? Grazie!
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  2. silvius 11 mesi fa
    Da cinquantacinquenne posso dire che questo è uno dei rari articoli che mette il dito nella piaga: la maggior parte degli italiani ha una visione mafiosa del mondo e accetta la sottomissione perché ha un rapporto irrisolto con il potere e con l'autorità. Sempre da cinquantacinquenne che tali meccanismi ha sempre rifiutato pagando il prezzo dell'isolamento e contando sempre e soltanto sulle proprie forze, mi permetto di dirti che non si tratta di un problema generale, ma di mafia tout court: la categoria dei marginalizzati copre tutte le fascie di età. Semplicemente, è successo quello che sapevo sarebbe successo già trenta anni fa: questo sistema si è inflazionato ed è in tilt. E sì, è giunta l'ora della ribellione (non della rivoluzione, badi bene, ma della ribellione). Non bisogna avere paura: chi gode di privilegi che non ha saputo meritarsi è molto più debole di quanto non sembri, dato che è quasi sempre un inetto.
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    1. silvius 11 mesi fa
      Errata corrige: non si tratta di un problema generazionale. P.S. A conferma di ciò, quello che tu stesso affermi: trovi spazio se sei figlio di. Credimi: era così anche quando avevo io vent'anni. L'unica diffeeenza è che qualche spiraglio, qualche osso abbandonato, si poteva ancora trovare.
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  3. raffaello-allemanini 11 mesi fa
    ma va! ma che ribellarci... proprio ora che è arrivato NetFlix!?
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    1. marco-bra 11 mesi fa
      Non crediamo nella ribellione, specie se ci si trasforma in burattini di interessi politici di altri. Proviamo a cambiarlo con l'ostinazione nel nostro lavoro
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  4. vincesko 11 mesi fa
    Leggendo l'articolo, mi veniva fatto di pensare che perfino in Wikipedia italiana vigono di forma e di fatto regole mafiose. E perfino "ignorante" detto a un ignorante matricolato che pretende di essere un tuttologo e "bugiardo" detto ad un bugiardo compulsivo sono giudicati insulti, non l'ignoranza e la menzogna. PS: Consideri insulti “choosy”, “bamboccioni” e “mammoni” e proponi di fare una ribellione?
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  5. valerio-de-cinque 11 mesi fa
    Bell'articolo. Ho votato quello su Hebdo
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  6. giulianoacquaviva 11 mesi fa
    Come si dice a Bari: "a chi appartieni?"
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  7. ober-carla 11 mesi fa
    Sinceramente trovo che sia pazzesco che ancora oggi sia cosi...... Sono 26 anni che sono partita a Parigi(in Fr. e non U.S.lol) per gli stessi motivi che evochi....La sola volta che sono ritornata in Italia,per il la voro sottolineo,era per un documentario all'incontro di una regista celebre e ci siamo ritrovati nella stessa situazione che tu descrivi.....Il progetto era nostro....Come potrei riassumere: Progettato,presentato,ammirato! e FREGATO!!
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  8. massimo-spiga 11 mesi fa
    Nota preliminare: ho 33 anni e ho vissuto in prima persona molte delle esperienze narrate. Nonostante l'interesse che suscita il mero raccontarle, le conclusioni che l'autore (o l'autrice) ne trae sono inaccettabili, per almeno tre motivi: 1) Quando parla della "generazione precedente", si riferisce a persone ricche o influenti: ovvero, ha completamente sbagliato bersaglio. Mio zio operaio di certo non gli ha rubato il futuro. Il problema sono i ricchi e gli influenti, non certo i "vecchi" tout court. Prendersela con decine di milioni di persone per il malaffare di qualche centinaio (o migliaio) non è diverso dal sostenere che, ad esempio, tutti gli immigrati sono di default stupratori assassini. 2) La cultura mafiosa non è questa. Il "familismo" di cui parla è tipico di tutto l'occidente, ed è, in questa declinazione, banale classismo. L'autore (o autrice), io e tutti gli altri nelle nostre condizioni, dal punto di vista di chi comanda nei vari ambiti, semplicemente non siamo persone. Per cui, non è un problema italiano (si noti che la mobilità sociale in USA è MOLTO al di sotto di quella italiana), e, perciò, dire "i miei amici sono a fare GAMES OF THRONES (sic) mentre io sono qua marginalizzato/a", vuol dire, di nuovo, aver sbagliato bersaglio per la propria critica. Anzi, ancora peggio, asseconda quella mentalità colonizzata e autorazzista che vuole tutti gli italiani come dei buzzurri criminali, e quindi intrinsecamente incapaci di governarsi (da cui ne consegue: "l'emigrazione è un nobile atto intellettuale contro la barbarie del mio paese, per cui andrò all'estero a farmi sfruttare a sangue" e anche il "ce lo chiede l'Europa"). 3) È un florilegio di errori di battitura. Il che, da uno scrittore (o scrittrice), non è proprio il massimo. Se te la devi prendere con qualcuno, almeno abbi la grazia di capire chi è il tuo nemico.
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  9. cletus-vandamme 10 mesi fa
    Sono totalmente d'accordo con te e ritengo il tuo articolo veritiero, ma devo criticarti aspramente. Ciò che muove le azioni degli esseri umani è una cosa sola: SOLDI. Tu credi che essere un bravissimo artista in grado di creare arte bellissima e unica nel suo genere ti dia automaticamente il diritto di accedere ai soldi degli altri? Al massimo ti dà il diritto di creare la tua bellissima arte, ma se servono soldi per farlo e non ne hai, beh, non la fai. È ingiusto? Cazzo, trovami qualcosa di giusto a questo mondo, a partire dai serpenti che si mangiano i pulcini fino ai buchi neri che si inghiottiscono stelle e pianeti. Fa parte della natura selvaggia mio caro. Se tu credi di avere qualche qualità che sia in grado di far guadagnare dei SOLDI al tuo produttore, devi farglielo capire nella tua presentazione del prodotto. Non basterà fargli capire quanto sei bravo, quanto sei figo, devi fargli capire quanto sei abile a fargli guadagnare del VILE DENARO. Tutto quello che hai scritto è vero, verissimo, perché la generazione dei nostri genitori è figlia di una massa di zombie che sono stati in grado di esultare alle prese per il culo del fascismo. Sono zombie anche i loro figli, i sessantottini, e se ci fai caso siamo zombie anche noi, i figli dei figli oggi considerati bamboccioni. È un mondo di zombie, mio caro. Sarà meglio abituarti all'idea che devi far esplodere teste in stile Resident Evil se non vuoi essere mangiato vivo. La fiaba dell'artista che ha la vita in discesa perché lui è lui... chiudila a chiave nel cassetto e poi butta la chiave. E poi butta il cassetto nel bidone dell'immondizia. MA.... tu credi che se esistesse davvero il mondo che io e te sognamo, quello in cui vengono premiati i più bravi anche se figli di nessuno e vengono schifati i più scarsi anche se ricchi ereditieri, se questo mondo esistesse davvero... i tuoi problemi sarebbero risolti? Saresti ancora senza un soldo per creare la tua arte. Saresti ancora in giro a vagare come Peter Pan alla ricerca dell'Isola che non c'è. (Per questo si chiama "sindrome di Peter Pan" ... che tu hai) La durezza di questo messaggio serve solo a portarti dritto al successo, se hai davvero le potenzialità che affermi di avere, ed intende farlo svegliandoti a suon di schiaffi. Chi sei tu per non finire nella melma come tutti gli altri esseri umani? Quella generazione che critichi è morta nelle miniere del Belgio. Chi sei tu per non morire nella tristezza assoluta come è successo a loro? Esatto, la stessa frase che critichi. Chi sei tu? Ma non perché mi devi dare favori in cambio ad un ipotetico produttore, ma proprio perché siamo 7 miliardi e non vedo per quale motivo tu devi scappare al destino di tutti. Sei morto quando sei nato, ricordalo. Eppure parli di sopravvivenza. Anch'io metto al primo posto la mia realizzazione personale, ma dopo di quella cosa c'è? Forse, ancora una volta, la sopravvivenza? Credi che vincere un premio Oscar alla miglior regia ti renda immortale? Forse rende immortale la tua immagine, ma tu muori lo stesso. Se per te è la stessa cosa... Io credo invece di vivere benissimo nel metro quadro in cui mi trovo, in cui sono fermo perché mi va di esserlo e non perché mi sta stringendo un pitone. Sei sicuro che quel pitone sia manovrato dalla generazione che ci precede? O forse è solo il pitone che stritola tutti gli esseri viventi, zanzare che uccidi d'estate incluse? Marco Bellocchio in un noto documentario ci insegna che il mondo del Cinema è piccolo, piccolissimo, si conoscono tutti. Questo significa che è facilissimo riconoscere chi è capace e chi non lo è. Evidentemente tutto quello che chi lavora nel cinema desidera è di svolgere tranquillamente il proprio lavoro, senza rompicoglioni tra le palle. Così come tu regista non vuoi un addetto alla continuità senza esperienza perché ti rovina il film, e così come tu dici a quella personcina inesperta e a tutti i suoi sogni di andare a farsi fottere perché vada a fare esperienza da un'altra parte e non rovinando il TUO film, così il produttore ti chiede di levarti gentilmente di torno prima che gli sputtani il budget per qualcosa di invendibile. Perché il suo lavoro è tenere in piedi la baracca, non scovare nuovi talenti. Per quello ci sono le film commission. Mio caro, il tuo intento è nobile ma ti devi svegliare. Finché non nascerà un rodato meccanismo di socializzazione delle produzioni su una piattaforma online, i soldi per produrre la tua arte te li puoi scordare, a meno che non convinci qualcuno a tirarli fuori per te. Mafia o non mafia.
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