Milano

Letteratura

La sciura e il continente, ovvero l’apprendistato di un siciliano a Milano

Alfio Squillaci ricorda il suo approdo nella Milano degli anni ’70. Un racconto intimo e insieme d’ambiente della città di quegli anni, che per un ragazzo arrivato dal Sud si colorava di grandi speranze e di una ordinaria gioia di vivere.

11 Aprile 2026
I miei primi anni a Milano ospite pagante di una sciura milanese furono all’insegna dell’apprendistato della piccola arte del vivere e della decifrazione dei codici culturali della vita adulta. Di cui non sapevo nulla allora, e anche adesso non è che ne sappia di più. La sciura Fabiana ved. Zennato nata Drigo a Milano era la nipote del famoso artista Luigi Russolo (il primo a sinistra dei cinque, nella celebre foto in alto), come lei originario di Portogruaro, pittore futurista nonché “musicista”, inventore dell’intonarumori e propugnatore della cacofonica “musica futurista” che si può ascoltare tuttora registrata all’ingresso del Museo del Novecento in piazza del Duomo.
La sciura da giovane era stata impiegata in una ditta di petroli in piazza San Babila. Una cosa fiabesca dal punto di vista di un povero isolano qual ero che c’aveva la mamma che da giovane il massimo di modernità lavorativa era avere “travagliato ‘nda niculizia” (operaia in una fabbrica di liquirizia) che non faccio fatica a immaginare di tipo verghiano rileggendo le prime pagine di picciridde che dormono a terra nella novella “Nedda”.
Io perciò nei primi approcci, immerso com’ero nelle suggestioni futuriste e moderniste dello zio Russolo, risalendo con i pochi reperti visivi a mia disposizione ai primi decenni del ‘900, immaginavo la mia sciura milanese da giovane negli anni Trenta come in un quadro della Lempicka: una donna sprint ed emancipata col cappello di feltro alle ventitré in testa, al volante di un’auto sportiva: una “milanese moderna” insomma. E invece venni a sapere in seguito che la mia sciura aveva lavorato sì in una ditta di petroli in San Babila ma s’era sposata con un alpino al fronte in Russia dopo un corteggiamento avvenuto per corrispondenza. Pare fosse una pratica se non patriottica sicuramente retriva favorita dal Regime onde tenere alto il morale delle truppe intirizzite e mandate allo sbaraglio nelle steppe sarmatiche. In ogni caso non proprio un lampo di modernità o uno di quei comportamenti sentimentali audaci che immaginavo, non avendoli semplicemente letti, venissero suggeriti nei romanzi rosa e polizieschi della scrittrice milanese Luciana Peverelli che trovavo in ogni scaffale di casa.
A me, che avevo l’accento di Gennarino Carunchio in quei film deliziosi e grotteschi di Lina Wertmüller che ancora erano sugli schermi dei cinema in quegli anni, preso dal gioco mimetico, a me parve inizialmente di trattare con una “bottana industriale”, come l’attore Giancarlo Giannini chiamava la Melato, e ciò accadde quando la Raffaella dell’Ufficio patenti a cui mi ero rivolto per cercare camere in affitto — lei unica milanese in una marea di meridionali fuori sede —, me l’aveva passata al telefono per i primi contatti: stessa voce roca, nebbiosa, ma nient’altro. Ma io mi immaginavo chissà quali amenità erotiche. Ero preda in verità di una falsa suggestione dovuta alla mia totale insipienza, alla giovanissima età, all’assoluta mancanza di uso di mondo, ai pochi giorni milanesi sul groppone, e infine alla scorretta decifrazione dei segnali culturali pregressi che mi turbinavano nella testa malata di lettore compulsivo e di frequentatore di cinema d’essai etnei. E facevo alla Fabiana Drigo ved. Zennato perciò un grosso torto, perché la mia sciura milanese, quando si materializzò ai primi incontri, e si stupì che fossi biondo e non scuro coi baffi neri di “Ferribbotte” nei “Soliti ignoti”, aveva i capelli bianchi rivoltati all’indietro come Lina Volonghi, e gli occhi di un bluastro annacquato, sempre con le palpebre bianchissime abbassate, impostato lo sguardo quando le alzava, su toni di umiltà e verecondia senile. Una bella pigotta coi lineamenti caduti.
Drogato di letteratura com’ero avevo letto, prestatomi prima di partire per il Continente e non più restituito dalla cugina Nunziella (doviziosa fornitrice peraltro nei giorni dell’adolescenza di cófani di fotoromanzi con Jean-Marie Carletto, Michela Roc e Adriana Rame), il libro di Bianciardi “La vita agra” che ancora possiedo, in una vecchissima edizione collana “I delfini” Bompiani, dove leggevo di pensionanti nelle camere d’affitto in via Palermo a Brera che la sera entravano nei letti delle tenutarie delle camere, in genere giovani vedove. Ricordavo nitidamente, per via di qualche tratto lubrico che mi aveva incendiato le orecchie, quel passo di Bianciardi. E mi immaginavo chissà quali sviluppi.
«Verso mezzanotte — scriveva Bianciardi — anche le donne si coricavano, e Franz il triestino se ne tornava a casa sua, vicino alla palestra della pelota, a pensione da un’altra giovane vedova, che lo stava ad aspettare con l’orecchio teso e poi entrava nel suo letto. “Mi raccomando, Franz,” diceva la vedova di via Palermo dopo aver fatto all’amore, “mi raccomando l’affitto. Siamo già al dieci e non mi hai dato una lira.” La vedova distingueva fra gli affari e il piacere. Magari lui la stava ancora carezzando, nella distensione stanca che viene dopo, e lei, gli occhi umidi e fissi in aria, poteva sembrare che si gustasse quell’abbandono, ma invece: “Stamani hai telefonato, vero Franz? Non lo negare perché ti ho sentito. Guarda che ti segno le venticinque lire. Il mese scorso me l’hai dato il bidone, eh Franz? Erano trentasei le telefonate, l’ho visto dalla bolletta.»
Sciure e pagamento di pigioni, certo, ma le epoche e le situazioni erano mutate, sicuramente diverse nel mio caso. La mia sciura era sì esosa come quelle giovani vedove (mi spillava più di un terzo abbondante di stipendio per darmi a pigione una camera con uso di cucina), ed era vedova anche ma in là negli anni, oltre i sessanta, che in quel decennio fine anni Settanta erano i sessant’anni della senescenza inoltrata di quell’epoca e ancor più delle precedenti, non quelli della tarda maturità di oggi in cui si incontrano sessantenni da urlo. La mia era una donna composta, fanée e austera, dolce, dimessa e umbratile, e sono certo che non avesse mai avuto notizia di Bianciardi, probabilmente ai suoi occhi, lo avesse mai sentito nominare e avesse saputo dei libri che aveva scritto, sarebbe passato come uno scrittore irregolare e bohémien, forse comunista per soprammercato, con non poca puzza di zolfo addosso, in un’epoca in cui questo genere di borghesia meneghina moderata, comunque pre-ballerine discinte Fininvest sugli schermi televisivi, era di una morigeratezza gelida, da maggioranza silenziosa o da simil-suore del San Raffaele come la sua amica, la Sigillata Ornella, che ogni tanto le faceva visita.
Si stava la sera insieme seduti in salotto, alle pareti appese alcune gouaches di Russolo seconda maniera («Avessi ereditato un solo quadro della prima maniera, quella futurista, sarei ricca, sa», sospirava la vedova Zennato).
Talvolta io avevo un libro in mano, m’ero incaponito per impaesarmi a Milano, a leggere Carlo Porta e mi districavo tra gli aspri versi delle “Desgrazzi de Giovannin Bongee”, dopo aver delibato i versi erotici di “Sura Caterinin, tra i bei cossett” (“e ghe l’hoo drizz e dur adess che scrivi”) oppure il sonetto “Dormiven dò tosann tutt dò attaccaa”, (“Dur, e ch’el dura, e citto vessighett”). Ma la sciura mi suggeriva con un certo rossore in viso (sapeva che c’erano versi osceni in Porta?) di leggere Delio Tessa, quella poesia che lei tanto amava de “La pobbia de ca’ Colonetta”, la storia di un grande pioppo abbattuto da una tempesta (la tormenta/ in sto Luj se Dio voeur l’à/ incriccada/ e crich crach/, pataslonfeta-là). Talvolta la sciura metteva sul piatto del giradischi brani d’opera del grande repertorio. Oppure accendeva la tv quando aveva da stirare o sferruzzare. Accadeva che se passava una pellicola di Totò, la sciura non facesse neanche una piega. Non rideva. Se invece davano qualche vecchio film del genovese Gilberto Govi, del torinese Macario, o qualche brano di varietà di Walter Chiari, quello del Sarchiapone, la vedevi scuotere leggermente le spalle, e guardandomi sibilava dolce: «Che sagoma chell lì”. Se poi c’era Bramieri, quello delle freddure o delle barzellette in due battute, quello che salutava dalla radio la domenica mattina: “Huelà, amici di Carugate!”, allora la vedevi proprio rovesciare indietro la testa e ridere con soddisfazione.
Compresi che deve esserci una immaginaria linea gotica del ridere in Italia. Sopra e sotto il Po o il Tevere, fate voi. Questo per dire che io, d’ufficio, dovrei fare parte della linea della Bassa Italia, e pertanto dovrei essere un estimatore naturale di Franco&Ciccio o di Lino Banfi per sudismo collaterale. E invece “chell lì”, non mi aveva fatto mai ridere le rare volte che l’avevo visto in tv. Tanto meno nei suoi film scollacciati: sapere poi che aveva visto nuda Edwige Fenech, grazie alla quale m’ero innamorato di Flaubert a causa di un filmetto in cui lei impersonava Emma Bovary, e il fatto atroce e sconcio che l’avesse pure abbracciata nuda mi faceva ululare di dolore e meditare sconsolato sulle grandi insensatezze del mondo associato e le insanate ingiustizie della vita.
La sciura Zennato aveva tre figli. Due maschi e una femmina. Il grande dei maschi sapevo fosse un ingegnere minerario che lavorava in giro per il mondo. Non ne ricordo neanche il nome. Lo vidi una sola volta. Aveva una barba rossa che le incorniciava tutto il volto dandogli le sembianze di un troll nordico. L’altro figlio laureato in legge faceva il bancario negli uffici della Cariplo, “Alla Ca’ de Sass”, aggiungeva orgogliosa la sciura, che era la sede centrale in via Verdi dietro la Scala, non certo agli sportelli. Il Carlo lo vedevo più spesso, tutte le settimane, perché scaricava alla mamma una montagna di camicie da lavare e stirare.
E poi c’era l’Adriana, la “figlia femmina” detto traducendo dal mio pleonastico siciliano ‘a figghia fimmina’. Il chiodo doloroso conficcato nel petto della Sciura. Avevo immaginato che in quella casa dai pavimenti cerati di via Procaccini e pervasa dal tanfo dei gatti Kinky e Samantha, due batuffoli informi con gli occhi stracqui come la padrona, che soggiornavano in cucina e che mi stavano spingendo al primo approccio a rifiutare — io, povero drop out in disperata ricerca di alloggio — la proposta esosa di affitto, perché sono e resto un sottoproletario etneo in perenne dissidio col mondo animale, noi da una parte loro dall’altra, non c’è ragione di mix difficili di convivenza, nessuna possibilità di comunione di vita come accadeva per i borghesi benestanti che avevano tanto cibo pure per loro, io appartenevo al ceto dei morti di fame e di “mancalicani”!, niente animali in casa, ebbene avevo immaginato, stavo per dire prima di parlare dei gatti, che attorno al sesso s’era maturata una piccola tragedia familiare in quella casa dai pavimenti cerati di media borghesia.
Qualcosa me l’aveva fatta immaginare con alcuni accenni la Raffaella, che aveva la coda di cavallo alta e spiovente e le groppe importanti che sbatteva di qua e di là come una sfottente primavera quando attraversava clóppete clóppete sui tacchi alti il corridoio dell’ufficio e tutti i terroni sbavavano e facevano Mih! Mih! Mih! ma che aveva i modi spicci della ragazza franca e diretta che non le mandava a dire, che sapeva lei a chi darla, e che era conscia di già che dal sesso possono venire le più grandi gioie e i più grandi dispiaceri della vita.
Attore principale del dramma familiare — ricostruii in seguito— fu il signor Zennato buonanima, l’ex alpino sposato per corrispondenza. Appena si apriva la porta e ti assalivano l’odore di cera e di piscio di Kinky&Samantha, sulla destra era appeso alla parete un quadretto — cornice dorata e sfondo di sughero —un alpino e un costone di montagna in rilevo di metallo argentato, e sotto si leggeva la scritta in caratteri gotici rosso sangue: «Dio scagliò l’alpino sulle montagne, e l’alpino rispose: ‘Naja’!». Più avanti la riproduzione del Bacio di Hayez a Brera dove sono effigiati due giovani abbracciati che si scambiano un appassionato bacio in piedi, entrambi in costume del ‘400 e di un Medioevo non filologico, idealizzato, lei in abito lungo color acqua, lui pantaloni aderenti rossi da paggio medievale, coperto da un mantello marron e con un copricapo dello stesso colore da cui si diparte una penna che sembra d’alpino. Dappertutto in casa, appesi alle pareti, segni e simulacri alpini, di rocce, stambecchi, quadri di ghiacciai, edelweiss, corde da scalata, piccozze, e dappertutto gagliardetti triangolari delle brigate alpine Julia, Taurinense, Cadore, Orobica e Tridentina…
Ora, era successo che l’Adriana che non aveva voglia di studiare all’università mi raccontò tutto il resto della sua storia. Perché lei, l’Adriana, era stata la causa della catastrofe. E l’alpino, l’Umberto Zennato, era stato però l’agente scatenante del dramma familiare secondo le accuse dell’Adriana. Era successo che l’Adriana viveva a Bruxelles perché scappata fuori d’Italia dopo una cocente delusione amorosa. Quando tornò dal Belgio per alcuni giorni di ferie e facemmo conoscenza fu molto incuriosita dalle mie origini catanesi. «Catania, Catania?» mi chiese. «Catania città » risposi, conscio che anche quelli di Ramacca o Militello val di Catania tiravano dritto semplificando e si vantavano tutti “di Catania” tagliando corto. Ora, dopo il liceo Parini, frequentato con grande difficoltà, l’Adriana aveva trovato impiego prima del patratac in uno studio legale con sede in corso di Porta Vittoria di un avvocato di Mirabella Imbaccari provincia di Catania che anche lui s’era detto catanese, semplificando. E se n’era innamorata. Alcuni tratti della sua storia amorosa me li raccontò impudicamente mentre faceva il bagno e mi chiamava con una scusa, non so la cuffia appesa al chiodo nella parete di fronte alla vasca e mi chiedeva che gliela prendessi mentre lei era immersa nell’acqua calda. Ora l’Adriana non era proprio il mio tipo. Era bianca come la ricotta con la pelle piena di lentiggini, il naso di Mike Bongiorno che aveva preso dal padre, inibente ogni reazione alla Carlo Porta nei miei “paesi bassi”, non proprio magra e piuttosto burrosa, e si faceva trovare coperta di schiuma come una Poppea senza che ogni tanto apparisse l’areola di una mammella o, schiarendosi la schiuma, il tosone rossastro del pube che lei non si curava di coprire. Lei mi guardava maliziosa e mi schizzava dispettosa l’acqua e mi invitava ad uscire dandomi dello «Stronzetto, cosa stai a guardare?». Poi mi raggiungeva in quella che era stata la sua cameretta, c’erano due letti infatti con la sovraccoperta di ciniglia verde dove m’ero disteso a sfogliare il libro del momento “Le Confessioni” di Rousseau. Una grande esplosione di senso la letteratura che per tutta la vita ho cercato come delle dosi di cocaina per tirarmi su e tirare avanti con l’esistenza.
I Zennato abitavano in quella casa più piccola in Procaccini, seppur di tre locali, dopo che il figlio e fratello grande, l’ingegnere minerario s’era sposato, e la compagnia di assicurazione, la “Orobie Rischi S.p.A” in cui lavorava il padre alpino, li aveva fatti traslocare dal grande appartamento di quattro locali sopra la gelateria “Rachelli” in piazza Gramsci, stesso quartiere dopotutto. Lei, che sceglieva di fare il bagno quando sua madre era fuori casa per qualche commissione, mi raggiunse in cameretta dicevo, in accappatoio bianco e con l’asciugamano bianca arrotolata sulla testa. «E allora questo Mirabella Imbaccari dove resta?» mi chiese ancora con una locuzione milanese. Le risposi che non me avevo la minima idea dove “restasse”. Come non avevo la minima voglia di fare sesso con lei, visto che grazie a dio avevo la mia ragazza ed ero coperto su quel fronte, dopo che ero rimasto felicemente di sasso quando sua madre una sera che eravamo andati al cinema President in largo Augusto a vedere “I misteri del giardino di Compton House” mi aveva detto se Eleonora, la mia ragazza, che sapeva vivere in alta Brianza non raggiungibile coi mezzi in orari serali, sarebbe rimasta a dormire in Procaccini, e me l’aveva detto con tutta la naturalezza del mondo. Santa Milano della modernizzazione dei costumi! Io non avevo davvero idea di dove “restasse” Mirabella Imbaccari. E glielo dissi. E allora l’Adriana si distese tutta nel letto dove dormiva Eleonora nei fine settimana del cinema e mi raccontò tutta la sua storia. Intravedevo un tratto del suo pube rossastro rimasto scoperto dall’orlo dell’accappatoio, e la piega della carne tra ventre e coscia.
Ora, l’avvocato Michele Crisafulli di Mirabella Imbaccari con studio di penalista avviatissimo in corso di porta Vittoria dove lei lavorava da segretaria (il Crisafulli difendeva l’élite criminale catanese con a capo il trucido Leonida Epaminonda detto “il Tebano”, boss indiscusso del crimine in città, che aveva fatto fuori la ligèra milanese del bel Renè e di Francis Turatello) s’era innamorato sul serio dell’Adriana, c’aveva “intenzioni serie” ed era venuto in casa Zennato a dichiararsi osservando i riti della tradizione sicula più profonda. Voleva “spiegarsi” come si diceva laggiù, chiederla ufficialmente in sposa. Aveva un accento dialettale greve, diceva l’Adriana, con la pronuncia retroflessa di chi si opponeva in tribunale agli anni “tcenta” mesi “quatccio” e giorni “tcè” per il suo assistito, ma che era un furetto del codice e di procedura penale, secondo a nessuno nel foro di Milano. Il padre, l’assicuratore alpino che rispose Naja! al Creatore, era rimasto spiazzato. Inizialmente lo aveva accolto in casa e lo guardava come una bestia rara quell’ometto nero e peloso, il baffo triangolare di Tiberio Murgia (di cui non sapeva fosse sardo nella realtà, ma del resto tutti uguali per lui dal Po in giù), e un giorno che l’avvocato Crisafulli lo chiamò all’uso siculo affettuosamente “Papà” ebbe come uno squasso nel sangue, sbiancò in viso, realizzò confusamente che stava per annegare tutta la sua padanitudine nel sangue di un terùn, ed ebbe un moto di ribellione interiore, una lacerazione disperata nel suo protoleghismo nordico, lui di origine veneta ma nato a Milano, e urlò un disperato «No!, dico no!» e uscì fuori di casa realmente scosso mettendosi in macchina alla ricerca degli amìs de l’oss büs di Meda quasi quasi singhiozzando.
Da allora «Caro stronzetto» mi fece l’Adriana emettendo una boccata di fumo (a me era proibito fumare in camera) «è stato tutto un discendere di paralleli». Senza aggiungere altro, che poi seppi dalla Raffaella. Rotto il fidanzamento con l’avvocato Crisafulli —morto per un infarto non ancora sessantenne il babbo alpino assicuratore — inizialmente ebbe fidanzati solo magrebini e adesso in questi ultimi lustri, nella Bruxelles affollata da migliaia di giovani della Jeune Afrique, solo neri color ebano, neri dalla pelle lucida: ghanesi, senegalesi, maliani, ivoriani ecc.
Il resto era un segreto di pulcinella. Perché erano state proprio le ristrettezze economiche a cercare un pigionante per la camera in Procaccini. Raffaella era stata amica di liceo di Adriana al Parini. E insomma, l’Adriana s’era lanciata nel business della moda. Erano i primi anni del boom degli stilisti, degli Armani, Trussardi, Versace e lei s’era messa a fare trading di capi di lusso molto ambiti lassù a Bruxelles presso i giovani di colore, che erano col braccio lungo a prendere e col braccino corto a pagare, col risultato che lei, l’Adriana, così ingenua e sventata, s’era irresponsabilmente indebitata, un buco di decine di milioni di lire con i negozi da cui aveva preso i capi di vestiario da vendere a Bruxelles.
E la mamma per aiutare la figlia era andata in giro a lavorare per un’agenzia immobiliare a segnalare i cartelli dei “Vendesi” dei privati appesi ai cancelli e qualche volta piangeva singhiozzando in silenzio e mi chiedeva con molta umiltà, i capelli alla Lina Volonghi perfettamente tirati su, l’anticipo di due o tre mensilità. Cosa a cui non sapevo dire no. Piuttosto rinunciavo a qualche pranzo il sabato da “Moreno” la trattoria toscana in piazza Gramsci o prendevo la più economica pizza al trancio in Paolo Sarpi. Del resto integravo il magro stipendio con qualche lezione di italiano al console generale del Ghana, con sede in Fiera Porta Domodossola, contatto procuratomi dall’Adriana.
Al cinema non rinunciavo grazie tante perché era gratis per noi impiegati civili del Ministero dell’Interno. Tutti i cinema di prima visione che adesso non ci sono più dal Pasquirolo all’Ambasciatori, al Nuovo Eden, al President all’Astra, l’Ariston, il Corso, il Mediolanum, l’Excelsior, il Mignon, l’Odeon, l’Apollo e l’Arlecchino furono tutti i miei. E il sabato sera mi raggiungeva Eleonora ed era tacito ormai che restasse a dormire dopo lo spettacolo cinematografico nell’altro letto con sovraccoperta di ciniglia verde scuro. Ed era il mio primo impatto con la grande città che si colorava di grandi speranze e di una ordinaria gioia di vivere.
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