Diego
Terna

bio

Diego Terna (Brescia, 1979). Si laurea in architettura al Politecnico di Milano, formandosi negli studi di Stefano Boeri e Italo Rota. E' partner dello studio Quinzii Terna Architettura. Collabora, come critico, con riviste internazionali e cura rubriche di architettura su spazi web. Ha svolto attività didattica al Politecnico di Milano, IUAV di Venezia e Università Statale di [...] Milano. Collabora con NABA all'interno dei corsi Certificate Program in Design of Products and Interiors. Cura il blog L’architettura immaginata (diegoterna.wordpress.com).

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Ultimi commenti

Pubblicato il 15/05/2017

in: Il diritto alla maternità per una donna architetto a Milano

Cara Anna, non mi sono dilungato sui bonus e su tutti gli aiuti economici (bonus bebè, voucher asilo nido, per non parlare dei famosi 80 euro mensili, per esempio) che, ovviamente, non spettano a chi è iscritto ad una cassa professionale. Non volevo rendere il tutto tragico (come in realtà è).

Pubblicato il 15/05/2017

in: Il diritto alla maternità per una donna architetto a Milano

Gentile Francesca, la ringrazio per il suo commento. Credo che anche l'Ordine di Milano attui la medesima riduzione, per madri e padri. Sono iniziative lodevoli, ma ovviamente serve molto di più. Sul tema architetta-architetto sono invece più scettico, ma se può servire ad attuare una nuova consapevolezza (nel mondo maschile, più che in quello femminile), ben [...] venga. A presto.

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Pubblicato il 14/03/2015

in: La ricostruzione di una memoria (G.O.O. #3)

Gentile Michele succederà, comunque, un giorno; mostra al museo del Novecento, "Burri - Ligresti: il cemento come fatto poetico". A presto d

Pubblicato il 16/02/2015

in: Contro la meritocrazia

Sono stato indeciso per un po' se commentare o meno l'articolo (certo, dirai, nessuno te lo ha chiesto), perchè è un testo molto strano. Io, personalmente, non capisco esattamente dove voglia arrivare e quindi te lo chiedo. Alcuni commentatori hanno già evidenziato alcuni critiche che mi sembrano importanti e non mi pare si sia raggiunta ancora [...] una risposta, per cui le ribadirei, soprattutto considerando che il tuo lavoro ti porti a esprimere una opinione concreta sul da farsi quotidianamente con i tuoi alunni. Alcune cose che scrivi sono inevitabilmente condivisibili, anche se spesso mi provocano un'irritazione pazzesca, per esempio lo strizzare l'occhio ai nostri "difetti italici, per il nostro essere recalcitranti alle regole, per un orgoglioso e cocciuto senso di libertà un po’ anarchico", che, mi sembra di capire, sia visto in un'ottica tipo "siamo creativi e geniali, quindi anche se siamo un po' dei cazzoni va bene", che è un po' un concetto buonista che passerebbe in una discussione a sanremo, o all'arena di giletti. Ma, problemi miei, direi. Quello che mi sembra chiaro, ma non mi convince, è il valore che uno dovrebbe dare al proprio lavoro: continuando il tuo esempio sugli studi di architettura, io stimo molto chi è capace di mettere da parte tutto per raggiungere uno scopo. Se questo significa lavorare 20 ore al giorno, non costruire una famiglia, non organizzare partite di calcetto infrasettimanali, poco male. Quando scelgo una persona che lavori con me, la voglio brava, sgobbona, dedita, in poche parole, meritevole: se poi è pure simpatica, con prole a seguito e approfitta di ogni momento libero per andare a godersi i paesaggi montani, tanto meglio, ma non indispensabile (per evitare risposte facili; ritengo positivamente sgobbone e assolutamente indispensabile che un architetto faccia altro, oltre a stare in studio a disegnare: visitare mostre, leggere, studiare, guardare film, partecipare a conferenze, ascoltare musica, viaggiare). Per arrivare al punto, quello che non mi è chiaro, è come tutto questo testo si incassi in un ambiente dove meritocrazia è diventato un termine che si usa come contraltare di quello che avviene nella quotidianità italiana: il figlio del docente che diventa lui stesso docente, il concorso pubblico truccato e disegnato ad hoc su un candidato, il politico superpagato che è nel consiglio regionale per meriti, appunto, poco consoni. La parola meritocrazia, allora, serve semplicemente a discriminare il tipo di merito: è chiaro che elargire favori sessuali per diventare ministro è un certo tipo di merito, ma si scontra col fatto che se divento ministro delle finanze, una certa conoscenza dell'economia dovrei averla. Tu parli di bellezza del paesaggio: io credo che lo scempio che abbiamo avuto, non da ieri, sia dipeso essenzialmente dall'incapacità (dal poco merito, direi) di chi lo ha modificato: il singolo privato, l'amministrazione pubblica, i progettisti. Diciamo che ripropongo la domanda di Alfio Squillaci e Andrea Aqua.

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Pubblicato il 30/12/2014

in: Partite Iva, è meglio che il regime dei minimi non sia più appetibile

caro Gianluca ne avevamo parlato, brevemente. Faccio un esempio, molto parziale, ma che, a mio parere, potrebbe spiegare bene perchè il tuo ragionamento è, nonostante tutto, troppo raffinato per funzionare in Italia, dove esiste una regola precisa, nel tempo confermata alla morte: il limite verso il basso è inesistente. Supponi di esserti laureato in architettura una decina di [...] anni fa. Cerchi un lavoro in uno studio, in qualsiasi parte di italia: non esiste ufficio che ti faccia un contratto da dipendente, neppure a tempo determinato. Esiste solo ritenuta d'acconto (fino a 5000 euro all'anno) e apertura partita iva. Si inizia generalmente con un tirocinio gratuito e poi ritenuta d'acconto. Allo sforamento del limite, apertura partita iva. Oppure nulla (non prendo in considerazione chi paga in nero. esistono). In quanto architetto ti iscrivi all'ordine e quindi ad inarcassa, che è sicuramente più conveniente dell'inps (attualmente 18.5% del reddito. una decina di anni fa era intorno al 14.5% se non ricordo male). allora apri partita iva e non perchè ti stai inventando una start-up (10 anni fa non si sapeva neppure che era, una startup) e nemmeno perchè vuoi fare il free lance: semplicemente l'alternativa è fra lavorare e non lavorare. Se sei un architetto, dieci anni fa, puoi aprire una partita iva normale o con un regime agevolato: non esistono minimi e la tassazione è molto più gravosa, rispetto a questo tipo di regime. Puoi anche avere un commercialista che non sa che esiste il regime agevolato e quindi ti apre una partita iva normale. Cosa c'è di positivo in tutto questo? Che l'inarcassa, per agevolare l'inizio dell'avventura imprenditoriale di un architetto, chiede, per tre anni (poi 5, ma solo più recentemente), un terzo dei contributi previdenziali. Che è una bella botta di soldi in più, in teoria, giusto nel momento in cui sono più gravosi i tuoi costi imprenditoriali (cioè quando apri uno studio, quando hai pochi clienti, le attrezzature e i software da acquistare, etc...). Questa agevolazione la passi direttamente allo studio che ti ha "assunto" perchè ti permette di chiedere meno soldi. Quando smetti di essere dipendente, tutte le agevolazioni possibili e immaginabili te le sei fumate. D'altronde inizi anche a capire perchè gli studi si comportano nella maniera che fino a poco tempo prima hai ritenuto, eufemisticamente, da stronzi: non hai alcuna sicurezza nei pagamenti e nessuna agevolazione per imprenditorialità iniziale. I clienti non pagano e quando pagano è solo dietro un sollecito continuo e questo accade anche quando hai un contratto in corso. La pubblica amministrazione è ancora peggio: un buco nero nel quale non riesci a sollecitare alcunchè, visto che ti rapporti, generalmente, con dei muri di gomma completamente disinteressati alle tue richieste. Non puoi quindi neanche pensare di assumere qualcuno, anche se, teoricamente, avresti un budget: quindi richiedi collaborazioni estemporanee e puntuali (alla faccia di chi vorrebbe far girare l'economia, no?). La conclusione: un architetto del 2004-2005 è sopravvissuto anche all'inesistenza del regime dei minimi. é stato stupido a piegarsi alla situazione? E' stato ingenuo nel non scappare dall'Italia? Io non ho risposte, se non l'assioma detto prima: andrà peggio, sicuramente, ma non ci sarà soluzione, come quella che ipotizzi tu.

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