Cinque ragazzi, una partita di rugby e la fine dell’apartheid

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9 settembre 2019

Invictus è un buon film, carico dell’epica scarna che hanno molti film di Clint Eastwood: rimane il fatto che il vecchio Clint e chi lavorava con lui non dovevano aver mai visto granché di rugby, visti i calci a caso e il crocchiare di ossa nelle mischie di cui sono fatti gli ultimi venti minuti del film: un misto tra il football americano e Holly e Benji. Il momento decisivo del gioco è però raccontato con una certa fedeltà.

Johannesburg, 24 giugno 1995. Mancano sette minuti alla fine del secondo tempo supplementare e c’è una mischia poco dentro i 22 sulla destra in attacco per i Boks, per un in avanti. Ed Morrison, l’arbitro inglese che veste una specie di maglia del pigiama grigia con alcune righe azzurre e violette, fa ripetere perché la mischia ha girato di 90 gradi. Sulla ripetizione la palla esce veloce e pulita; Graeme Bachop si butta ma Joost van ver Westhuizen riesce ad aprire bene alla sua sinistra per Joel Stransky: the “Jew Boy” – come lo chiamava il coach Kitch Christie, in omaggio a un scaramanzia sudafricana che voleva che un giocatore ebreo in squadra portasse fortuna – fa uno dei suoi drop molto alti, in mezzo ai pali. 15-12. Con le terze linee che ci sono oggi, che arrivano sull’apertura con cattive intenzioni in un quarto di secondo, Stransky non avrebbe avuto tutto quel tempo: basta confrontare il suo drop con quelli di Wilkinson nel 2003 e di Carter nel 2015, sempre in finale; ma allora eravamo in una fase di passaggio su tante cose, il professionismo stava per iniziare, c’erano più spazi.

Kitch Christie sarebbe morto tre anni dopo, per una leucemia. E così Joost van der Westhuizen, uno dei più grandi mediani di mischia di sempre, nel febbraio del ’17, a 46 anni, per SLA. E delle formazioni di quella finale mancano oggi all’appello altri quattro uomini. Il primo a passare la palla è stato Ruben Kuger, pronuncia afrikaans “Kriier”: nel 2010, poco prima di compiere 40 anni. Nel film ha troppi muscoli – lo interpreta un culturista canadese – ma non era comunque uno che ci andava per il sottile. Da un suo raccogli e vai venne fuori l’altro drop di Stransky, e alla fine dell’anno sarebbe stato nominato giocatore sudafricano del 1995.  Quel giorno di giugno, soprattutto, Kruger placcò anche i fili d’erba dell’Ellis Park: perché la cosa importante – i Boks lo sapevano bene – era che la palla non arrivasse per nessun motivo a Jonah.

Jonah Lomu. La prima superstar del gioco: 1 metro e 96, 118 kg, 100 m piani in 10 secondi e 8: ala. Sei giorni prima, a Città del Capo, in semifinale contro l’Inghilterra, aveva raccolto un pallone che rimbalzava male come male può rimbalzare il pallone del rugby, e da fermo aziona i suoi quadricipiti infiniti. Tony Underwood vede solo un’ombra, nera e gigante, che gli passa di fianco. Will Carling prova una francesina, che ovviamente non ferma Jonah ma gli fa perdere l’equilibrio, ed è così, barcollando, che Lomu arriva davanti a Mike Catt. Sembra quasi gli chieda scusa, mentre lo calpesta, prima di andare in meta, con la sua faccia timida. Dopo una vita non facile, Jonah Lomu è morto a Auckland nel 2015, anche lui a quarant’anni.

A Johannesburg, il dirimpettaio di Lomu era James Small, ragazzo della classe operaia britannica di città del Capo, che non legava volentieri con gli afrikaner del gruppo (tutti, praticamente). Anche  per questo la leggenda vuole che Small fosse uno dei più entusiasti a imparare N’Kosi Sikelel’ iAfrika, anche se quel giorno, mentre gli altri balbettano le parole in Xhosa, Zulu e Sesotho dell’inno, lui è troppo teso e sta zitto. James Small era un giocatore veloce, molto veloce: sia che si trattasse di correre con un pallone in mano, che di mandare l’arbitro laggiù – primo Springbok a essere espulso, e proprio dall’arbitro che è in campo a Jo’burg – che di correre su una Harley. È morto a luglio, a  50 anni, in un locale non del tutto perbene.

Tre giorni fa se ne è andata l’altra ala Bokke di quel match, che al momento dell’inno è di fianco a Small e con cui Mandela, prima dell’inizio della partita, si ferma a parlare più che con gli altri. Chester Williams era l’unico giocatore nero di quella partita, un’ala abbastanza piccola che sapeva calciare. Da bambino non tifava per gli Springboks in quanto espressione sportiva dell’apartheid:  tra l’altro, al tempo, Williams era classificato come “coloured” e non come “black”. Ciononostante, lui l’inno afrikaans lo canta a voce alta, quel pomeriggio.

Quel pomeriggio, prima della partita, Mandela va a salutare tutti i giocatori, Boks e Blacks. Ha settantasette anni, da cinque è un uomo libero, presidente del Sudafrica da meno di uno. Lo accompagna un uomo grosso, allora presidente della federazione sudafricana di rugby. Si chiama Louis Luyt ed è un uomo d’affari arrogante e controverso. Pochi anni dopo fu convocato da un tribunale di Pretoria a rispondere del persistere del razzismo nel rugby. Luyt non si presentò, e citò addirittura Mandela in giudizio per illecite interferenze nell’attività della federazione. Nemmeno loro ci sono più.

L’organizzazione della terza coppa del mondo di rugby fu assegnata al Sudafrica nel 1992, nel pieno delle trattative per la transizione post-apartheid. Fra una dozzina di giorni inizia la nona Wiliam Webb Ellis Cup, in Giappone. In Sudafrica il rugby è ancora soprattutto lo sport dei bianchi, ma a questo giro i giocatori neri saranno dieci su trentuno, tra cui Siya Kolisi, terza linea, capitano. La moglie di Kolisi è bianca. C’è chi dice che la fine dell’apartheid fosse cominciata dieci anni esatti prima della partita di Johannesburg, quando il governo Botha passò lo Immorality and Prohibition of Mixed Marriages Amendment Act, che rendeva i matrimoni misti non più perseguibili. Il 24 giugno del 1995, a Ellis Park, quella transizione – non ancora finita del tutto – fece un passo in avanti molto grande.

 

Foto di Nicholas Raymond, da flickr

 

TAG:
CAT: Africa, rugby

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